Uno, nessuno e GiuseppiLe mille maschere di Conte, che oggi vuole fare il Mélenchon italiano

Il leader dei Cinquestelle non è un politico, ma un attore nei panni di un personaggio politico. E con inaspettata professionalità è in grado di interpretare ruoli anche molto diversi tra loro

Foto Roberto Monaldo / LaPresse

C’è aria di sorpasso a sinistra. I sondaggi attribuiscono al Movimento 5 Stelle qualche decimale in più rispetto al Partito democratico.

Qualcuno potrebbe dire che nel 2018 il divario era ben più ampio di quanto si teme oggi. Ma occorrerebbe tener conto di una novità importante: nel 2018 i pentastellati erano un movimento qualunquista e manettaro, impastato di antipolitica aperto pertanto da tutti i lati; oggi sono un partito che si colloca (bene o male) alla sinistra del Partito democratico e che può vantare una dimensione politica ed elettorale senza precedenti in quel ruolo.

Nella storia del dopoguerra alla sinistra del partito di Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer (come si scandiva una volta) e dei suoi malconci eredi, c’è sempre stato posto soltanto per modesti cascami della nostalgia, del folklore o delle mode. Peraltro l’indisponibilità di Giuseppe Conte a rappattumare i cocci di un’alleanza invero mai nata con i dem favorisce il loro logoramento, che, per quanto possano divenire spregiudicati alla ricerca del consenso, non potrebbero mai perdere del tutto la faccia nel fare concorrenza a Conte sul mercato della demagogia, anche in un contesto di opposizione.

Val la pena di porsi una domanda: esiste un caso Conte? Come è possibile che un avvocato venuto dal nulla in pochi anni sia stato in grado di fare tanta strada senza aver stipulato (a quanto si sa) nessun patto con il Maligno alla stregua del dottor Faust?

Riavvolgiamo la moviola. Conte diventa presidente del Consiglio nel ruolo di passacarte dei suoi vice. Frequentando Bruxelles deve telefonare ai suoi boss prima di ogni decisione; poi pian piano riesce a convincere i partner che lui è il meno peggiore di quella combriccola e loro fanno di necessità virtù consentendogli una possibilità di dialogo, approfittando della quale Conte riesce a mediare e a imporre la mediazione (nella legge di bilancio 2019) ai suoi giannizzeri. Oltre a farsi conoscere in giro per il mondo, da Angela Merkel a Donald Trump.

Quando poi Salvini va alla conquista dei pieni poteri, con un magistrale intervento al Senato gli toglie la sedia da sotto, e lo lascia fuori del governo al freddo e a battere i denti. Poi, come se dovesse cambiare dama in un altro giro di valzer, si propone per una nuova maggioranza e un nuovo governo, di segno opposto.

E si fa apprezzare a tal punto che quando un discolo come Matteo Renzi ne provoca la caduta, il Pd fa di tutto per rimetterlo in sella con un terzo mandato, fino a mettersi a spigolare tra i parlamentari senza collare un possibile plotone di ascari responsabili. All’ombra del governo Draghi Conte inizia la prise du pouvoir dentro il partito, mentre temporeggia di fronte alla proposta del campo largo di Enrico Letta.

Si libera di Luigi Di Maio, di Roberto Fico e di tanti altri soci fondatori; evita il possibile ritorno di Dibba e assume con regolare stipendio il garante Beppe Grillo. Poi diventa l’autore del regicidio (di Mario Draghi) tirandosi dietro mezzo Parlamento. Ci fermiamo qui.

Assistendo da lontano a queste performance, mi sono convinto (nessuno lo ha capito) che Conte non è un politico, ma un attore che interpreta un personaggio politico. E con inaspettata professionalità è in grado di attenersi al soggetto, al copione, anche se viene chiamato ad interpretare personaggi in contesti diversi. In un film può svolger il ruolo dell’antagonista di un personaggio che ha interpretato in un film precedente.

Si spiega così come Giuseppi si senta libero di criticare le politiche attuate dai governi da lui presieduti e di quelli (cioè tutti) di cui il Movimento 5 Stelle ha fatto parte. Ora sta interpretando – dismessa la pochette e rimboccatosi le maniche della camicia – la parte del Jean-Luc Mélenchon italiano. Peccato che quello vero non vi si riconosca. Ma è il leader non sottomesso d’Oltralpe a prendere un abbaglio. Soprattutto quando ha perso il suo tempo, e il costo del biglietto, per incoronare, durante la campagna elettorale, Luigi de Magistris come suo rappresentante in Italia.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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