Tira e mollaGran Bretagna e Golfo, un ritorno al futuro?

Mentre sul Regno Unito e sui suoi alleati del Golfo sembra sorgere una nuova alba, è difficile evitare la sensazione che a unirli siano le circostanze contingenti e che le difficoltà di più lunga data siano state solo momentaneamente messe da parte

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Questo articolo è stato originariamente pubblicato sul numero 53 di We – World Energy, il magazine di Eni

Di recente molto si è detto delle relazioni tra Golfo e Regno Unito. Per il Regno Unito, ancora alle prese con le realtà post-Brexit, con solo il fiacco adagio della Global Britain a guidare la politica estera, il rilancio delle relazioni con la regione del Golfo sembra aver senso, visto che la Gran Bretagna ha sempre storicamente intrattenuto buoni rapporti con i leader della regione. Quanto alle monarchie del Golfo, paiono anch’esse sempre più inclini a un maggiore coinvolgimento con il Regno Unito.

Un tempo i leader del Golfo percepivano gli Stati Uniti come una sorta di poliziotto regionale, ma i presidenti statunitensi s’interessano ormai sempre meno all’area del Golfo, con la conseguenza che i governanti della regione insistono sempre più a tentare di diluire la propria dipendenza dallo Zio Sam. Il Regno Unito si sta facendo avanti in quello che i leader del Golfo temono possa diventare un vuoto, e si sta impegnando per acquisire maggior importanza e utilità per gli alleati del Golfo, a un certo prezzo. Fin qui tutto bene.

La politica estera del Regno Unito, a differenza, per esempio, di quella francese, resta tuttavia più mutevole e dipendente dai capricci del governo di volta in volta in carica e dalle vicissitudini della politica personale. Pertanto, se l’attuale governo conservatore del Regno Unito sembra voler ignorare la litania delle grandi preoccupazioni per i diritti umani, che fanno infuriare tanti, i governi che gli succederanno potrebbero comportarsi diversamente. E i leader del Golfo questo lo sanno.

Il contesto storico
Le relazioni tra Regno Unito e Golfo hanno una storia lunga, che inizia almeno due secoli fa, quando la Gran Bretagna era una potenza globale che governava su territori e popoli sparsi in tutto il mondo. Per gran parte del periodo coloniale, il Regno Unito non si è curato molto del Golfo, la cui importanza era determinata dalla posizione geografica, sulle principali rotte commerciali e postali da e verso l’India, e dal perenne desiderio dell’area di non subire l’influenza di altre potenze. Il Golfo ha pertanto vissuto una versione leggera del colonialismo britannico.

Alcuni dei cosiddetti residenti britannici sparsi sulle coste orientali e meridionali della penisola arabica hanno esercitato una vasta influenza, lavorando con qualsiasi sceicco locale fosse al momento in ascesa, per blindare lui e la sua famiglia al potere. Il Regno Unito quasi non s’interessava allo sviluppo dei proto-stati della penisola arabica, mentre tutti i residenti britannici si preoccupavano di sedare le controversie locali e di soggiogare la pirateria.

Le élite con cui il Regno Unito si impegnava tendevano ad apprezzare questo tipo di accordi. In cambio del loro piegarsi alle richieste britanniche, i leader locali ottennero una serie di concessioni che andavano da accordi ufficiali che stabilivano che il Regno Unito trattasse con una certa parte della famiglia reale e non con un’altra, ad accordi per la fornitura di armi.

Sporadicamente emergeva del malcontento locale verso i britannici, e in particolare emerse all’inizio del XX secolo, quando l’afflusso di decine di migliaia di lavoratori migranti portò nelle monarchie del Golfo idee di decolonizzazione. Nel complesso, tuttavia, queste monarchie mancavano di sentimento anti-britannico. E del resto, per loro il Regno Unito era una potenza straniera non particolarmente prepotente né invadente: di conseguenza, la visione che il Golfo ha del Regno Unito è abbastanza, e sorprendentemente, non contaminata da sfumature coloniali.

Nel 1971, le ultime tre monarchie (Qatar, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti) ottennero l’indipendenza e il Regno Unito perse infine il proprio ruolo (in declino da ormai quarant’anni) nell’area.

Arriva lo Zio Sam
Negli anni Ottanta la Gran Bretagna tendeva a mantenere una presenza e un’influenza smisurate in Oman, soprattutto con la forza militare, mentre le altre monarchie diversificavano rapidamente le proprie relazioni, decentrandole dal Regno Unito e muovendosi in modo indipendente. Nel 1990, tuttavia, l’invasione del Kuwait provocò un trauma alla regione. Nel 1991, la liberazione del Kuwait, guidata dagli Stati Uniti, fu una sconfitta dura e umiliante per le forze irachene.

All’indomani dell’invasione, che non rappresentava più a quel punto un’ipotesi esclusivamente teorica, e con l’impressionante dimostrazione di potenza data dagli Stati Uniti, il Golfo si legò profondamente agli USA. Presso tutte le monarchie della regione spuntarono improvvisamente basi militari statunitensi, nonostante le obiezioni locali, spesso forti, e aumentò ulteriormente l’acquisto di dotazioni militari dagli Stati Uniti.

Con il senno di poi, possiamo ora affermare che a partire da quel momento le monarchie del Golfo (e in particolare Arabia Saudita, Kuwait, Bahrein e Qatar) hanno di fatto demandato la propria sicurezza allo Zio Sam, con i governanti a crogiolarsi in questo senso di sicurezza grazie alla crescente presenza delle forze statunitensi, di stanza in basi militari a volte ubicate a nemmeno un chilo[1]metro dai luoghi del riposo notturno dei monarchi. Nel frattempo, anche Oman ed Emirati Arabi Uniti hanno coltivato con gli Stati Uniti relazioni di analoga portata.

L’Oman ha tuttavia mantenuto un senso più spiccato della mission delle proprie forze armate, e Mohammed bin Zayed, il leader de facto degli Emirati Arabi Uniti negli anni 2000, credeva profondamente nella necessità di disporre di efficaci forze armate locali per far fronte a eventuali minacce substatali, come quelle islamiste, per le quali gli Usa non avrebbero probabilmente offerto tanta assistenza. In quei lunghi giorni di corteggiamento tra Golfo e Stati Uniti, il Regno Unito e la maggior parte degli altri stati con ruoli di nicchia ma importanti vennero marginalizzati, anche quando erano alleati importanti.

Diversificazione
Il 14 settembre 2019 sarà probabilmente considerata una data fondamentale nella storia moderna del Golfo. Decine di missili e droni, quasi certamente provenienti dalle forze d’interposizione iraniane, hanno penetrato le disordinate e costose difese saudite e hanno colpito con forza e precisione infallibili la più importante raffineria petrolifera del mondo, quella di Abqaiq; è stato colpito anche un altro impianto petrolifero saudita, quello di Khurais.

Si è trattato di attacchi senza precedenti che concretizzavano tutti i timori delle monarchie del Golfo. Le loro infrastrutture più importanti erano state attaccate dai nemici con apparente facilità, e non ci si poteva far nulla. I decenni d’impegno con gli Stati Uniti, durante i quali le monarchie del Golfo avevano speso centinaia di miliardi di dollari in dotazioni militari statunitensi, si erano dimostrati del tutto inutili a prevenire l’attacco, e la significativa presenza militare degli Usa nella regione si era rivelata un deterrente inefficace.

Infine, colpo di grazia, la reazione del presidente Trump offriva un conforto decisamente trascurabile. In verità, i leader statunitensi, almeno da Barak Obama in poi, sono apparsi sempre meno sicuri del motivo per cui i militari statunitensi dovessero difendere monarchie autocratiche a migliaia di chilometri dalle coste della madrepatria.

E le monarchie del Golfo erano ben consapevoli del crescente distacco degli Stati Uniti, non da ultimo da quando Obama aveva negato supporto alle élite bahreinite ed egiziane durante la Primavera araba e da quando aveva stipulato il Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa) con l’Iran, potenzialmente svendendo i loro interessi a favore di un modus vivendi con l’Iran.

Infastiditi e preoccupati, i leader del Golfo hanno iniziato rapidamente a cercare di capire come mitigare l’impatto del minor coinvolgimento degli USA nei loro territori o, se si deve credere alle cassandre regionali, a prepararsi per il ritiro degli Stati Uniti dal Golfo. Sicuramente è aumentato il coinvolgimento di Russia e Cina. Le relazioni tra Golfo e Cina si stavano da tempo facendo più importanti, sull’onda delle forniture energetiche sempre crescenti che dal Golfo andavano a est.

Oltre alla dimensione energetica, sicuramente era aumentato anche l’impegno finanziario e commerciale della Cina nel Golfo. La Cina era da tempo un piccolo fornitore di nicchia di kit militari per la regione, in particolare di materiale che gli alleati di Stati Uniti e Nato non avrebbero venduto, come lanciamissili balistici e droni armati, e nel 2017 aveva costruito una base militare a Gibuti (dopo aver asserito per anni che si sarebbe trattato di una stazione di rifornimento e non di una base militare), fatto, quest’ultimo, che indicava un impegno crescente nella regione.

Nel frattempo, la Russia era salita alla ribalta per un po’, con il suo impegno in Siria a sostegno del presidente Assad, in contrasto con le politiche del Golfo. Anche questa posizione era stata esposta e tenuta con la chiarezza e la coerenza tipiche della Russia. Tuttavia, ogni eventuale importante ampliamento dell’influenza russa nel Golfo era illusorio anche prima che le forze armate russe si rivelassero tanto profondamente inefficienti quanto brutale e folle la dirigenza del paese si è rivelata con l’invasione dell’Ucraina.

Un ritorno al futuro?
Mentre i leader del Golfo si preoccupavano delle proprie relazioni internazionali strategiche, il Regno Unito si trovava nel mezzo di quella che era una crisi di identità di natura quasi esistenziale. Con la débâcle della Brexit, la fredda e dura realtà dell’uscita dall’UE si abbatteva sul governo conservatore dando il via a un disperato e affannoso tentativo di ottenere una sorta di vittoria della Brexit all’insegna del fiacco adagio della Global Britain.

In un tale momento di reciproca necessità, la storicità dei legami divenne sempre più importante e millantata, e si firmò una serie di nuovi accordi, la maggior parte dei quali imperniati su sicurezza, difesa e investimenti. Dopo aver reso permanente, nel 2014, una base militare già consolidata in Bahrein, nel 2017 il Regno Unito annunciò l’apertura di un’altra base britannica in Oman. Analogamente, a dimostrare la profondità delle relazioni tra Regno Unito e Qatar, giunge la costituzione, per la prima volta dopo la Seconda Guerra Mondiale, di un nuovo reggimento della Raf, in uno sforzo congiunto con i qatarini di stanza alla base Raf di Coningsby.

Per di più, saranno il personale e gli equipaggiamenti della Raf e della Royal Navy a garantire la sicurezza in occasione della Coppa del Mondo FIFA 2022 in Qatar, ed è stato anche annunciato che nel 2023, quando il Regno Unito lancerà il suo nuovo sistema di autorizzazione di viaggio elettronica (Electronic Travel Authorization, Eta), tutti i cittadini del Gulf Cooperation Council (Gcc) potranno entrare nel paese senza visto: un tipo di mossa che le monarchie del Golfo attendevano da anni. Nella migliore delle ipotesi, l’aspirazione del Golfo a divenire il salvatore del Regno Unito e, più in generale, dell’Europa sostituendosi alla Russia nelle forniture energetiche non si realizzerà che sul medio termine: nessuno stato ha quantità tanto importanti di petrolio e gas già pronte e disponibili. Si possono ridestinare alcuni carichi, ma è difficile capire come si possano deviare forniture concordate ormai da anni con clienti di lunga data.

Mentre sul Regno Unito e sui suoi alleati del Golfo sembra sorgere una nuova alba, è difficile evitare la sensazione che a unirli siano le circostanze contingenti, e che le difficoltà di più lunga data, legate alle persistenti preoccupazioni sui diritti umani, siano state solo momentaneamente messe da parte. Cruciale è la difficoltà, per uno stato come il Regno Unito, il cui governo cambia spesso in modo profondo, di intraprendere mosse fondamentali in politica estera.

Un governo sensibile si adopererebbe per scrivere una strategia d’impegno a lungo termine e persino per renderla bipartisan, ma un sentimento del genere rischia di mettere a dura prova le realtà della politica interna britannica, lasciando che il Regno Unito e i suoi alleati del Golfo si impegnino finché possono.