Il grande freddoA quale inverno (politico e climatico) va incontro l’Ucraina

Il rallentamento della guerra sul campo, a causa delle difficoltà di movimento tipiche di questa stagione, spinge Putin a bombardare infrastrutture energetiche vitali per piegare la popolazione

La guerra in Ucraina sta entrando in una nuova fase, cruciale per gli esiti sul campo e per gli equilibri politici globali. Le operazioni rallenteranno, i rifornimenti di equipaggiamenti militari saranno meno tempestivi, le rotte degli eserciti diventeranno più prevedibili e renderanno i bersagli in movimento più vulnerabili, sarà più difficile nascondersi dai droni nelle zone boschive a causa della caduta del fogliame. Lo sanno bene gli eserciti sul campo, determinati a massimizzare il risultato ottenuto fin qui: Kyjiv deve far valere la sua capacità di sorprendere il nemico con azioni veloci e spiazzanti prima che queste vengano rese impossibili dal fango; Mosca punta a rinforzare le (poche) conquiste effettuate negli scorsi mesi rallentando il più possibile l’avanzata ucraina, e minando il sostegno occidentale alle forze nemiche.

A conferma di ciò si inserisce l’annuncio del ritiro dell’esercito russo dalla città di Kherson, situata sul versante destro del fiume Dnepr e ormai sempre più difficile da controllare per il Cremlino. A differenza della caotica fuga da Kharkiv, l’abbandono di Kherson sembra essere stato progettato per mesi, in modo da concentrare le forze al di qua della barriera naturale del fiume e redistribuirle nelle regioni di Donetsk e Luhansk.

La “stagione delle cattive strade”, in russo Rasputitsa, ha travolto alcuni dei più importanti eserciti della storia, distruggendo le speranze di vittoria dei loro comandanti. Senza dover per forza tornare all’invasione mongola della Rus’ del tredicesimo secolo, in cui il pantano causato dallo scioglimento del ghiaccio probabilmente salvò Novgorod dalla conquista, basti pensare agli effetti nefasti che il “Generale Inverno” ebbe sulla campagna di Russia di Napoleone nel 1812 e sull’Operazione Barbarossa di Hitler durante la Seconda Guerra Mondiale. Due volte l’anno, dopo il gelo invernale e con le piogge autunnali, Rasputitsa rende l’Ucraina pressoché impercorribile, anche dai carri armati, se non su percorsi stabiliti.

Per questo, in vista di un’offensiva dell’esercito ucraino nel sudest del Paese, le forze russe stanno installando barriere fisiche allo scopo di rendere più difficile l’avanzamento delle truppe di Kyjiv in aree considerate strategiche in quanto “ponte di terra” verso la penisola di Crimea: il ministero della Difesa britannico ha infatti affermato che la Russia sta costruendo strutture difensive attorno a Mariupol, inclusi i cosiddetti “denti di drago”, inviati anche nelle regioni di Zaporizhzhia e Kherson.

Oggi, però, la più importante e potenzialmente devastante arma di Putin è il freddo. Nelle ultime settimane la Russia ha iniziato a bombardare ripetutamente le zone residenziali civili e, soprattutto, infrastrutture energetiche vitali tra cui le centrali elettriche o le dighe idroelettriche, come quella di Kryvy Rih, più volte bombardata a settembre. È stato colpito il quaranta per cento delle centrali energetiche del Paese, mentre nella città di Kyjiv, secondo il sindaco, l’ottanta per cento dei residenti è senz’acqua. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha detto che sono circa quattro milioni e mezzo le persone temporaneamente senza energia, accusando il Cremlino di «terrorismo energetico».

La motivazione dietro lo sciagurato piano di Putin non è nemmeno difficile da intuire. Colpendo obiettivi non militari (strategia definita countervalue targeting) vuole rendere gli ucraini incapaci di sopravvivere all’inverno, sfruttando politicamente la catastrofe umanitaria che ne seguirà. Secondo l’Onu sono quasi 18 milioni le persone che nel Paese necessitano di aiuto, con oltre sei milioni di rifugiati interni e più di sette milioni fuggiti in tutta Europa. Dopo un importante calo in corrispondenza della primavera, con l’avvento dell’inverno le nazioni dell’est Europa prevedono un nuovo aumento dei flussi di rifugiati.

Nelle intenzioni di Mosca è palese il tentativo di piegare i cittadini ucraini e spingerli a chiedere l’avvio di negoziati, e contemporaneamente destabilizzare l’Europa con un nuovo afflusso di profughi nella speranza che il supporto occidentale a Kyjiv venga messo in discussione: «Il Cremlino spera chiaramente, con la sua campagna di bombardamenti, di poter usare i rifugiati come arma, provocando un nuovo esodo verso la Polonia e altrove in questo inverno», scrivono Melinda Haring e Jacob Heilbrunn su Foreign Affairs. «Questo serve ad alimentare il caos politico e fomentare i partiti di estrema destra, alcuni dei quali sono vicini a Putin».

Al pari del sostegno logistico e militare, gli aiuti economici inviati da Stati Uniti e Unione Europea all’Ucraina sono stati e continueranno a essere essenziali per evitare il collasso del Paese. Secondo il Kiel Institute for the World Economy, gli Stati Uniti si sono impegnati per un totale equivalente a 52 miliardi di euro, quasi il doppio rispetto ai 29 stanziati dall’Ue.

Sostegno che è stato al centro della campagna elettorale statunitense, e che ha generato preoccupazione in Ucraina in vista di una vittoria repubblicana alle elezioni di medio termine. Fra i membri conservatori del Congresso sono molti, infatti, a essersi espressi contro il sostegno economico a Kyjiv: la deputata Marjorie Taylor Green, ad esempio, durante un comizio in Iowa ha dichiarato che «sotto i repubblicani, non un altro penny andrà all’Ucraina»; mentre il deputato Kevin McCarthy, che vorrebbe essere il prossimo speaker della Camera, ha affermato che le persone vittime della recessione in atto «non firmeranno un assegno in bianco all’Ucraina». Entrambi sono stati rieletti.

A settembre molti deputati repubblicani votarono contro un pacchetto di aiuti da dodici miliardi, mentre un recente sondaggio del Wall Street Journal indica che, sebbene la maggioranza degli americani continui a supportare l’invio di aiuti, per il quarantotto per cento dei repubblicani questo sostegno sia stato eccessivo.

Il presidente ucraino Zelensky ha invitato la popolazione americana a mantenere la sua «incrollabile unità» nel supportare Kyjiv, e a seguire l’esempio del suo Paese fino a quando la pace non verrà ripristinata: «Le democrazie non devono fermarsi nel loro cammino verso la vittoria. Quando la Russia ha deciso di distruggere la nostra libertà e cancellare l’Ucraina dalla faccia della Terra, noi ci siamo immediatamente uniti e abbiamo mantenuto questa unità».

«Speriamo per il nostro bene di non diventare una vittima del fazioso dibattito che si sta svolgendo negli Stati Uniti» ha detto a Politico la parlamentare ucraina Ivanna Klympush-Tsintsadze, aggiungendo che Kyjiv non dipende solo dal supporto americano, ma anche «dal ruolo guida degli Stati Uniti nel mantenere lo sforzo comune delle altre nazioni». La paura, infatti, è quella di un effetto valanga che coinvolga anche l’Europa, e che privi l’Ucraina del sostegno necessario a «vincere il mostro russo». Anche per evitare uno scenario simile, l’amministrazione Biden sta provando a convincere la leadership ucraina a ritirare il rifiuto totale verso i negoziati fino a quando Putin non sarà rimosso dal potere, in modo da non pregiudicare il sostegno delle altre nazioni (che potrebbero stufarsi di finanziare una guerra potenzialmente infinita, con rischi nucleari e crescenti costi energetici).

Sempre a Politico, l’ex ministro degli Esteri ucraino Pavlo Klimkin si è però detto fiducioso che il supporto al suo Paese continuerà anche dopo le elezioni di midterm: «Non vedo un numero critico di persone tra i repubblicani che chiedano tagli agli aiuti», ha dichiarato, dicendo che la posizione statunitense è critica non solo rispetto alla Russia nel conflitto in Ucraina, «ma anche per come gli Stati Uniti verranno percepiti dalla Cina».

Haring e Heilbrunn, nel loro articolo, sostengono che l’Occidente, nel suo sforzo di preservare l’Ucraina dall’annientamento totale da parte di Putin, dovrebbe incanalarvi la stessa determinazione mostrata nel 1948, quando Joseph Stalin tagliò tutti gli accessi via terra e acqua a Berlino Ovest nel tentativo di dominare l’intera Germania. In quell’occasione, Stati Uniti e Gran Bretagna fornirono cibo, carbone e altri beni di prima necessità per via aerea, portando al ritiro del blocco sovietico e alla nascita della Repubblica Federale di Germania nel maggio del 1949.

«Stati Uniti e Europa devono agire ora per assicurare che l’Ucraina sopravviva all’inverno adottando una serie di misure, fra cui ulteriore assistenza finanziaria, strumentazione per ristabilire l’energia e il calore, e sistemi di difesa aerea per proteggere le infrastrutture ucraine dal continuo assalto missilistico russo» scrivono i due autori. «Fino ad ora, i tentativi di Putin di bullizzare l’Europa sul fronte energetico stanno fallendo tanto miseramente quanto la sua avventura militare. Ma Putin continua a sperare che i pubblici occidentali si stancheranno del conflitto e spingeranno i loro governi a cedere alle sue richieste. Per Washington e i suoi alleati, tuttavia, il fallimento in Ucraina significherebbe semplicemente affrontarlo nuovamente su un altro campo di battaglia europeo. Più velocemente l’Occidente aiuta l’Ucraina, più rapidamente può ostacolare le ambizioni di Putin».