Zar in miniaturaDietro all’ossessione di Putin per l’Ucraina c’è una invidia secolare

La scrittrice e intellettuale Oksana Zabužko risale alle origini del tentativo russo di soggiogare i Paesi confinanti. Nel suo ultimo libro “Il viaggio più lungo” racconta con rabbia e lucidità le radici della guerra

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La propaganda russa continua a ripetere con la stessa insistenza di Goebbels che politicamente l’Ucraina «fino al 1991 non esisteva», e che, in teoria, era solo una repubblica all’interno dell’Urss. Puoi dirlo quanto vuoi, ma non sarà mai vero. E non c’è bisogno di perdere troppo tempo a spiegare con mappe e cursori a chi e a che cosa dobbiamo la democrazia militare del nostro Stato cosacco del Sei-Settecento (sulle mappe dell’epoca si legge «Ucraina Terra Cosaccorum») e la Repubblica Popolare Ucraina del 1918-1921. Basta dire che se davvero non avessimo avuto nella storia moderna una nostra classe politica oggi i missili russi non ci pioverebbero in testa dalla Bielorussia, ma saremmo noi a tirarli sulla Lituania, la Polonia e così via: su qualsiasi Paese contro cui Mosca ci avesse ordinato di farlo…

Lo stalinismo ha lasciato le sue tracce in Ucraina non soltanto attraverso il Holodomor, ma anche con un elitocidio realizzato con grande cura, una «purga» quasi completa delle élite locali (quell’«uccidi i borghesi e gli ucraini» di Murav’ëv si era trasformato con Stalin in una lotta contro il «nazionalismo borghese ucraino», che era rimasto uno spauracchio terribile per il Kgb – che infatti lo puniva nel modo più severo – fino alla fine dell’Urss.

Putin ora non sta facendo altro che ripetere quello che ha imparato da giovane sui manuali, comprese le fucilazioni degli insegnanti e dei sacerdoti ucraini nei villaggi occupati! La cosa più strana, però, è che quelle élite, anche se sembrava che fossero state cancellate dalla faccia della terra (quelli che non avevano fatto in tempo a scappare all’estero) e che nel corso dei decenni erano state quasi completamente rimpiazzate dall’amministrazione coloniale russa, erano riuscite non si sa come a trasmetterci un livello di memoria culturale sufficiente per la sopravvivenza politica dell’Ucraina (una cosa che non smette di stupirmi da più di trent’anni e che per questo chiamo «miracolo ucraino») – quindi, anche se in modo indiretto, lo Stato ucraino di oggi è in gran parte un loro merito storico.

Ma al di là della politica l’Ucraina ha qualcosa di primigenio, di essenziale, che alla Russia manca ed è sempre mancato: la storia di un popolo che non è stato inventato con gli ukaz imperiali. L’éthnos autoctono ucraino abita le terre «dal San al Don» (un’altra citazione dall’inno, eliminata dopo il 1991 per ragioni politically correct, per non dare l’impressione che l’Ucraina volesse mettere in discussione i confini dell’Europa postbellica), arandole con un aratro di propria costruzione (a triangolo, con la ruota e il vomere) fin quasi dai tempi dei romani, parlando la stessa lingua lungo tutto quel territorio e vergando il coro della cattedrale di Santa Sofia a Kyjiv con dei graffiti scritti in quella stessa lingua più di mille anni fa.

Questo popolo ha creato la sua versione del cristianesimo orientale (l’ortodossia kyjiviana è una fonte comune per la Chiesa ortodossa ucraina e per quella greco-cattolica), la sua statualità – la repubblica cosacca (che ci ha lasciato, tra l’altro, la prima costituzione scritta d’Europa, nel 1710, con la separazione dei poteri), la sua cultura barocca con un suo proprio stile architettonico, una sua scuola iconografica e una sua tradizione di canto corale (il famoso Ščedryk, o Carol of the Bells, deriva proprio da questa tradizione) – e pur con tutta la varietà e la diversità delle unioni / alleanze / protettorati intertribali / interstatali con cui ha avuto a che fare negli ultimi mille anni, questo popolo è riuscito a dimostrare una capacità invidiabile di sopravvivenza, nonostante la mancanza di confini naturali.

Per questo aveva imparato molto presto a costruirsi le città, adottando con grande tolleranza le minoranze etniche (l’onomastica ucraina riflette decine di tribù e popoli vivi o estinti dalla Scandinavia al Medio Oriente!) e a difendere il suo archetipico «giardino dei ciliegi» con le armi in mano (i Variaghi ci chiamavano «Paese delle città», Gardarik, e non sorprende il fatto che il confine orientale dell’Ucraina coincidesse con quello dell’area in cui vigeva il diritto di Magdeburgo, che regolava l’amministrazione locale in Europa, e che, anche nelle città decadute a villaggi sotto l’amministrazione russa, ancora nel Novecento, ancora ai tempi dei miei nonni, le strade si chiamassero «centurie»…)

Una storia incredibilmente ricca e interessante, una storia che ogni intellettuale non vede l’ora di poter far emergere, «ripulendola» da duecento anni di manipolazioni imperiali senza la paura di finire per questo in un carcere del Kgb o, come dicono nel Donbas dal 2014, «in cantina». Per certi versi si può anche capire l’invidia che una storia così può suscitare e ha suscitato nei nostri vicini settentrionali: la classica invidia del povero verso l’abbiente, una delle principali motivazioni psicologiche dietro a questa guerra.

Nella storia dei rapporti russo-ucraini è spesso emersa nei termini dell’invidia del ricco, fecondo Sud da parte del povero e affamato Nord (quel prigioniero russo che durante un interrogatorio, esaurite tutte le spiegazioni del perché l’esercito russo avesse attaccato l’Ucraina, alla fine se n’è venuto fuori con questa domanda: «Ma per quale motivo voi dovete stare meglio di noi?!» – senza saperlo, quel soldato si trovava a ripetere il principale argomento con cui nel 1933 l’esercito del proletariato russo era venuto a «dekulakizzare» l’Ucraina con il pretesto delle riforme comuniste, che altro non erano che una scusa per il genocidio, esattamente come la «denazificazione» di Putin oggi, anche se a quei tempi si erano organizzati meglio).

Tutti gli interventi di Putin di argomento ucraino grondano invidia, anche se in questo non c’è niente di originale: tra i suoi predecessori c’erano persone, a differenza di lui, piene di talento, come Michail Bulgakov, e persino dei premi Nobel, come Iosif Brodskij. Tutta la cultura russa degli ultimi tre secoli (la facciata!) ha lavorato alacremente, di generazione in generazione, all’annessione dell’Ucraina, della sua storia, della sua cultura e anche del suo popolo.

Ma c’è un ma: non sono stati i russi i primi ad arrivarci. Sono stati gli ucraini.

Il viaggio più lungo, Oksana Zabužko, Einaudi, 128 pagine, 13 euro

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