Wine competitionMeglio Francia o Italia, nel bicchiere? La domanda è malposta, ecco perché

Cogliamo l’occasione di una polemica che di tanto in tanto ritorna, per cercare di sfatare un po’ di falsi miti sui vini dei cugini d’Oltralpe

Non stiamo certo facendo una cosa nuova: la diatriba tra vini francesi e italiani è infinita e probabilmente non si esaurirà mai. Ma i pregiudizi sono duri a morire, e spesso ci fidiamo di impressioni e leggende metropolitane, invece di conoscere e interpretare la realtà. Abbiamo chiesto di aiutarci a Leopoldo Puzielli esperto di vini e saké che per tanto tempo ha lavorato in Francia, e oggi è a Tokyo.

Formatosi alla scuola alberghiera di Losanna, Leopoldo muove i primi passi come manager all’Hyatt di Dubai, prima di specializzarsi in sommellerie, la sua vera passione: «Mio nonno è un viticoltore, mio ​​padre me lo ha insegnato la professione di sommelier quando avevo 18 anni. Nonostante io abbia iniziato come manager, ho sempre avuto nel mirino il sommelier, la mia vera passione» confida in un’intervista a Le Figaro.

Nel 2015 ha superato la certificazione di sommelier di sake della Sake sommelier association (Ssa). E da allora ha continuato a specializzarsi: corrispondente per l’Europa per una rivista di gastronomia giapponese, Taru, giudice e giuria per il prestigioso concorso di sake a Parigi, il Kura Master.

Non potendo più resistere al richiamo del Giappone, Leopoldo e sua moglie decidono di lasciare Parigi nel 2021 per stabilirsi lì. La sua esperienza internazionale e la sua lunga permanenza in Francia può aiutarci a capire meglio chi vince nel perenne match Italia-Francia.

Iniziamo con i luoghi comuni: soprattutto a Milano si bevono più Champagne che Spumanti Metodo Classico. È vero?
La Champagne produce 320 milioni di bottiglie l’anno. Franciacorta ne produce 20 milioni l’anno. Questo basterebbe per fermare ogni polemica. Più che la vicinanza/distanza, gioca molto l’immagine e i livelli di qualità della denominazione (in Champagne c’è tutto a tutti i prezzi, negli spumanti tutto è più contenuto proporzionalmente alla produzione e la loro storia è molto più recente). Le occasioni di consumo non sono sempre le stesse. Solo perché hanno le bollicine, non sono prodotti indistintamente paragonabili. A Parigi, per esperienza personale, posso dire che c’è grandissimo interesse per i vini italiani e le loro specificità. Sono prodotti diversi, essendo espressioni di culture/terre diverse. Il consumatore medio non riesce a distinguere sempre tra diversi metodi classici italiani, mentre nel mondo di Champagne ci sono nomi e storie che attirano la selezione in modo unanime.

Un grande classico: a parità di prezzo, i vini Italiani sono più buoni.
I prezzi sono espressione di logiche di mercato e retaggi del passato. “The Wine Masters of Bordeaux” di Nicolas Faith è una bellissima analisi dei prezzi di Bordeaux, mostrandone tutte le anomalie. A parità di prezzo, abbiamo vini molto diversi tra loro, anche restando nello stesso paese. Una carta dei vini è basata solo sul prezzo (verrebbe fuori una lista senza senso). È vero che in Italia si riesce a bere molto bene riuscendo a spendere meno che in Francia, in generale. È verissimo che in Italia abbiamo una diversità di prodotti a tariffe più o meno competitive che in Francia hanno meno se si conta la media nazionale. Ma se pensiamo che Parigi ha il doppio degli abitanti di Milano e otto volte i suoi turisti, capiamo bene quante occasioni di consumo si hanno qui e là.

E ancora: iI vini francesi dilagano sulle carte dei wine bar in Italia.
Difficile generalizzare. In genere sono prodotti molto diversi, sia concettualmente che gustativamente. Sono stato a Milano e Verona nel giugno 2022 e non mi pare di aver visto una maggioranza di vini d’oltralpe. Sfido a dimostrarmi che a Napoli o Roma si beva più francese che Italiano.

Qualche spunto sulle altre denominazioni: i Borgogna a buon mercato dilagano.
La Borgogna produce in media 200 milioni di bottiglie l’anno. La produzione di Grand Cru è del 2%. C’è di tutto in quei 200 milioni. Il sud della Borgogna ha tutto un altro tiro rispetto alla produzione settentrionale, sta alla preparazione del consumatore comprendere ciò che ordina o ciò che gli viene proposto. In Francia, è difficile trovare prodotti interessanti sotto i 15 euro per i professionisti, in enoteca sarebbe da moltiplicare per 1,8. Poi dipende da quel che si cerca. Sarebbe utile ricordare comunque che i vini di Borgogna fino ai primi 2000 non erano in molti a seguirli e soprattutto i prezzi non erano assolutamente quelli dei nostri tempi. Quindi si può parlare anche di un effetto moda/speculazione e di una grande domanda dall’estero con Stati Uniti, Regno Unito e Giappone tra i più grandi esportatori. In Francia è difficile trovare belle bottiglie di Borgogna. I prezzi non sono per i consumatori francesi.

E parliamo di percezione: un vino da 50 euro in Italia è migliore di un Francese, ma non è percepito tale. Siamo succubi del fascino straniero?
Discorso lungo: dipende da come è venduto e da chi lo ha ordinato. Enologicamente il prezzo sull’etichetta non basta a determinare la qualità. I parametri sono molti e diversi: storia dell’azienda produttrice, strategia commerciale, annata, invecchiamento, tecniche di produzione, obiettivo commerciale, costi di produzione, tassazione diversa. Dipende se lo compriamo in enoteca o lo ordiniamo in ristorante, wine bar, hotel.  In Italia i prezzi non sono soggiogati a regole di mercato come in Francia. Ciò in parte genera anche la debolezza del vino italiano: ci sono pochissimi enti di territorio che proteggono le Denominazioni e ne regolano la presenza nel mercato: grande confusione per il consumatore, molto è lasciato nelle mani del produttore che agisce indipendentemente senza poter far sistema in Italia e all’estero.

E infine, uno dei più grandi luoghi comuni: i grandi vini francesi non valgono il loro prezzo.
Non ritengo che siano prodotti equiparabili a quel che abbiamo in Italia o altrove.
È vero comunque che produttori, come per esempio Pieropan in Italia, potrebbero alzare di molto i loro prezzi. Non possono farlo arbitrariamente perché è durissimo quando non disperato combattere da solo contro il sistema Francia, meglio organizzato del nostro.

Vista la sua esperienza internazionale, com’è messo il vino francese in altre parti del mondo?
Direi amato e odiato. Molti clienti si lamentano che sia necessaria una laurea in geografia per capirlo. Questa iper-specializzazione del sistema francese ne sancisce la sua polarizzazione: chi lo segue è pronto a pagare molto per specifiche bottiglie/annate/zone di produzione. Chi vuole sognare un viaggio in Francia tenendo un bicchiere in mano è contentissimo di prendere qualsiasi vino proveniente dalla Francia, senza troppe elucubrazioni. Il problema adesso è trovare belle annate, che è un esercizio sempre più difficile: a Singapore e a Tokyo non è semplice. A Dubai è una catastrofe. Ma il 95% dei clienti non sa cosa beve e segue i nomi. Quindi, il sistema Francia è vincente da questo punto di vista, soprattutto quando si parla di prezzi alti. In Giappone si bevono molto i vini francesi, anche se costano di più. Il Cile qui ha tariffe di importazione molto favorevoli rispetto ad altri vini, e anche la Spagna è molto presente. Giusto come esempio, la Valpolicella ha perso il 21% degli export in Giappone durante il Covid, solo perché i ristoranti non potevano servire alcool. La Francia nello stesso periodo ha aumentato gli export. Il vino Italiano, non avendo la grande forza di un sistema di enti per ogni denominazione, arrancherà sempre rispetto alla Francia, ma non vuol assolutamente dire che i vini siano meno buoni.

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