Indipendence dayLa guerra in Ucraina ha reso evidenti le dipendenze (vecchie e nuove) dell’Occidente

L’invasione russa ha acuito la crisi delle materie prime, spazzando via l’ottimismo che aveva caratterizzato la narrazione relativa alla transizione energetica

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Questo articolo è stato originariamente pubblicato sul numero 54 di We – World Energy, il magazine di Eni

È di cent’anni fa la prima definizione di sicurezza energetica, grazie ad una delle figure più iconiche del secolo scorso, Winston Churchill, all’epoca a capo dell’ammiragliato inglese. Durante la prima transizione energetica dell’era moderna, il passaggio dal carbone al petrolio per la marina di sua Maestà, Churchill ammoniva che la “certezza e la sicurezza consistono nella varietà, e solo nella varietà, delle forniture”. 

Il problema è che nelle ultime due decadi, inebriati dalla “fine della storia” e dalla globalizzazione, che aveva reso il mondo sempre più piatto, ci siamo dimenticati quella lezione. Eppure, molti di noi avrebbero dovuto ricordare gli shock energetici, la guerra fredda e le crisi geopolitiche del Ventesimo secolo.

Guidati da logiche prettamente finanziarie e da un invincibile ottimismo sulla supremazia culturale occidentale, abbiamo creduto nella prospettiva di creare un mondo sempre più interconnesso e specializzato. Un mondo pacifico, omogeneo ai nostri valori, dove lo scambio economico avrebbe sopravanzato qualunque rischio geopolitico. Un mondo che consentiva di allontanare da noi occidentali (e soprattutto europei) le complessità e le esternalità dei più pesanti cicli industriali. Insomma, quelle attività minerarie, energetiche ed industriali che avevano caratterizzato gli ultimi secoli del nostro sviluppo.

Meglio importare piuttosto che produrre, soprattutto se in grado di dedicarsi al più attrattivo mondo dei servizi, il terziario e, grazie alla rivoluzione digitale, alla sua sublimazione, il quaternario. Finanza e commercio, le due divinità del nostro metaverso. Un mondo leggero, pulito, silenzioso che ci consentiva di raccogliere il vantaggio di ricevere merci a costi sempre più bassi. È incredibile pensare che, mentre ora lottiamo con un’inflazione a due cifre, solo fino ad un paio di anni fa si parlava di un permanente periodo di deflazione guidato dagli incrementi di produttività e dalla continua globalizzazione.

Insomma, una situazione win win che poteva a volte farci sollevare qualche dubbio sugli standard ambientali e di lavoro delle “fabbriche del mondo”, ma in cui l’ottimismo della narrazione ci permetteva di prevedere che, con il progresso sociale ed economico dei paesi emergenti, anche quegli standard sarebbero cresciuti e migliorati.

In nove mesi è cambiato tutto
La sagra dell’ottimismo ha un manifesto nello scenario IEA Net zero che, nel maggio 2021, ipotizzava la roadmap necessaria per abbattere le emissioni di carbonio: la strategia veniva orgogliosamente presentata come la “più fattibile dal punto di vista tecnico, cost-effective e socialmente accettabile”. Paradossale che l’istituzione creata nel 1974 per gestire lo shock petrolifero neanche considerasse tra le assunzioni del piano la sicurezza energetica, ma piuttosto raccomandasse di smettere di approvare nuovi progetti di petrolio, gas e carbone (!), lasciando il pallino ai pochi e grandi paesi produttori.

Certo qualche elemento di rischio veniva evidenziato, come la dipendenza dall’OPEC, che sarebbe salita dal 37 percento di oggi al 52 percento nel 2050, la più elevata nella storia, o la concentrazione di tutti i minerali e i processi chiave per la produzione da rinnovabili e batterie in Cina (della dipendenza del gas dalla Russia neanche un cenno). Ma, recitava con convinzione il pamphlet, “l’incrollabile focus di tutti i governi verso lo scopo comune delle decarbonizzazione avrebbe spinto gli attori a co-operare efficientemente”.

Come questo sarebbe potuto succedere con il tracollo prefigurato delle revenue petrolifere di alcune regioni chiave, restava un argomento irrisolto.

Il 24 febbraio 2022, in meno di 9 mesi dal suo lancio, il piano della IEA (che il ministro del petrolio saudita aveva ironicamente etichettato “La La Land”) si era schiantato contro la realtà della geopolitica. In un attimo siamo ritornati alla crisi dei missili del 1962 condita con il timore di uno shock energetico (come nel 1973).

La richiesta di non approvare nuovi progetti fossili o di ridurne i sussidi trovava un immediato raffronto con la riapertura di alcune centrali a carbone in Europa, con il rilascio delle scorte strategiche di petrolio nei paesi OCSE e con piani multimiliardari di protezione dei consumatori (quelli più ricchi, quelli dei paesi avanzati) dall’aumento delle bollette. La la land era diventata improvvisamente la versione aggiornata di Mad Max. E così, in un attimo abbiamo scoperto le nostre dipendenze, la fragilità del mondo che abbiamo creato.

In Europa abbiamo percepito quanto fossimo connessi ai grandi campi siberiani: il 40 percento dei consumi di gas europei erano garantiti dal metano russo (con punte del 65 percento in Germania), il 46 percento dal carbone e il 27 percento dal petrolio. Insomma, più che di Europa, potevamo parlare dal punto di vista energetico di Eurussia.

Le vecchie e nuove dipendenze
Ma se siamo fortemente dipendenti dall’energia fossile importata, ancora più concentrata è la dipendenza dai minerali necessari per la transizione: a livello mondiale il 60 percento delle terre rare, essenziali per i motori elettrici, è prodotto in Cina (mentre il 90 percento di quei materiali è processato laggiù; così come il 70 percento del cobalto, il 60 percento del litio, il 40 percento di nickel e rame). In Europa la dipendenza sui metalli più critici della transizione oscilla tra il 70 e il 100 percento.

Conseguentemente, la Cina detiene, a livello mondiale, il 66 percento della capacità di costruzione dei pannelli solari, e l’88 percento di quella delle batterie per le auto elettriche. E sull’acciaio, elemento essenziale per la costruzione delle vecchie e nuove industrie? Il 50 percento della produzione mondiale appartiene alla Cina, da cui l’Europa importa relativamente poco. Ma la dipendenza dall’estero è salita negli ultimi anni fino al 25 percento dei consumi totali e tra i primi fornitori risultano Russia ed Ucraina (in particolare proprio le aree attualmente occupate), soprattutto per i semilavorati di acciaio, con il 40 percento e il 27 percento rispettivamente.

Sui chip, fondamentali per i nostri computer, l’intelligenza artificiale (e quindi per la transizione energetica e la difesa), l’Europa deteneva il 40 percento della produzione ad inizio degli anni ’90. Ora è scesa al 9 percento. Analogamente gli Stati Uniti sono scesi dal 37 percento al 12 percento. Ora il maggior produttore è Taiwan (il potenziale nuovo hot-spot del conflitto asiatico) con il 60 percento della tecnologia dei semiconduttori. Insomma, abbiamo diversificato le nostre forniture elettroniche in un paese da sempre conteso dalla potenza asiatica da cui riceviamo gran parte dei nostri materiali industriali e minerali.

La strategia americana ed europea
È chiaro che il paradigma “libero scambio uguale sicurezza” (non troppo differente dalla vulgata dominante nel periodo antecedente la Prima guerra mondiale), è saltato e bisognerà rivedere i programmi, riportando a casa processi industriali e lavorando sulla diversificazione delle forniture. Gli Stati Uniti, che nelle ultime decadi hanno comunque pesantemente ridotto la loro dipendenza energetica estera grazie allo sviluppo della produzione di idrocarburi da fracking (diventando esportatori netti di gas), stanno già reagendo rapidamente, promuovendo piani di espansione della produzione di chip, possibile nuovo mining di minerali rari e, in un prossimo futuro, un piano di rilancio della produzione nazionale di energia.

In Europa invece la narrativa è ancora legata al mondo del 23 febbraio scorso. Sui semiconduttori l’Unione Europea ambisce a raddoppiare la quota di produzione al 20 percento, destinando 43 miliardi di euro per questa espansione, un valore ritenuto appena sufficiente per qualche punto incrementale. Ma è sull’energia, il cui costo è il vero collo di bottiglia per fare industria, che la strategia europea non trova una risposta adeguata.

Avendo discusso per mesi sull’esclusione di nucleare e gas dalla tassonomia verde (esclusi, by definition, petrolio e carbone), si trova con un’agenda molto limitata per aumentare la propria sicurezza. Un’agenda che presuppone un’incrollabile fiducia a favore del fornitore cinese per tutta la filiera da rinnovabili e una capacità di sviluppo di nuove tecnologie come quelle dell’idrogeno, che richiedono un ampio riassetto di domanda, reti ed offerta. Ma in assenza di disponibilità di energia a basso costo, quella che alimenta le attività industriali (alias combustibili fossili), qualunque piano è destinato ad arenarsi.

Ci vorrà molta pazienza, ed un radicale reset delle priorità per riportare il continente in carreggiata. In conclusione, ancora Churchill: “La storia dell’umanità è una storia di guerra”. Ogni volta che disegniamo i nostri piani di lungo termine, incluso quelli di decarbonizzazione, i flussi commerciali e i processi industriali, meglio tenerlo a mente.

Francesco Gattei è Chief Financial Officer di Eni. In precedenza è stato Direttore Upstream Americhe di Eni, vice president Strategic Options & Investor Relations di Eni e, prima ancora, responsabile del portfolio della divisione E&P di Eni.

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