Vorrei ma non posStoria del mio cosino rosa e dell’infallibile tecnica per far accettare la carta ai tassisti

Se sai farmi la piega esattamente come la voglio in dodici minuti, per me meriti di evadere le tasse senza che nessuno si permetta d’obiettare. Ma se vuoi che paghi il taxi in contanti mi fingo beota e non andrò mai a prelevare

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Sabato mattina alle otto e mezza avevo smarrito il cosino rosa. Lo smarrimento del cosino rosa è una costante delle mie partenze, esso viene inghiottito dal disordine più spesso di quanto accada al cellulare, molto più spesso di quanto accada alle chiavi. Con la differenza che il cosino rosa non posso farlo squillare, né posso usarne una copia.

Il cosino rosa è un aggeggio di pelle che contiene le carte di credito e la carta d’identità e la carta dei punti fragola (di gran lunga il suo più importante contenuto). Il cosino rosa è piccolo, il che mi permette di uscire senza borsa o con la Trio (che è la più bella borsa mai prodotta ma un vero portafoglio dentro mica ci sta). Il cosino rosa è piccolo, il che fa sì che si perda spesso.

A volte lo smarrimento del cosino rosa è più drammatico, a volte meno. Sabato mattina alle otto e mezza non era particolarmente drammatico: stavo andando a lavarmi i capelli, e il mio parrucchiere, l’unica volta in cui ho provato a dargli una carta di credito, l’ha guardata come un topo morto.

Lo so che ci sono, là fuori, personcine ligie che mai andrebbero da un parrucchiere evasore, ma io sono per una fiscalità punitiva: se sai farmi la piega esattamente come la voglio, e sai farmela in dodici minuti, per me meriti di evadere le tasse senza che nessuno si permetta d’obiettare. Quindi io, che non uso mai i contanti, faccio un bancomat ogni tre mesi, e lo faccio solo per avere in casa una scorta di banconote per il parrucchiere (ammesso che al momento di andarci ne trovi una: esse sono quasi più scivolose del cosino rosa).

Tra l’altro il parrucchiere soffre d’un’evidente forma dissociativa: egli non sa di non avermi mai fatto uno scontrino, l’ho capito il giorno che gli ho detto che i tassisti scioperavano, e lui ha inveito dicendo che non pagano le tasse. Evasori fiscali, così come raccomandati, son sempre gli altri.

Lo smarrimento del cosino rosa sarebbe potuto diventare un drammaticissimo dramma tre ore dopo, quando avrei dovuto prendere un treno e dei taxi e poi andare in un albergo: come diavolo li pago i taxi, come diavolo dimostro la mia identità all’albergatore? (Questa questione del documento d’identità negli alberghi, cascame degli anni del terrorismo quando la questura doveva sapere chi dormiva dove, vogliamo risolverla o resta lì come le accise della guerra d’Abissinia?).

Ma mancavano appunto tre ore: dodici minuti per farmi lavare i capelli e poi ho più di due ore per cercare il cosino rosa prima della partenza. Esco con una banconota trovata in fondo a una borsa mentre cercavo invano il cosino rosa, e sono persino in anticipo: posso prendere un cappuccino.

Al bar dove lo fanno buono non c’è la solita folla: sono le otto e mezza d’un piovoso sabato mattina, in giro per la città ci sono solo io. È nel bar deserto che noto una scritta che non avevo mai visto, e che nei giorni normali (quelli senza contanti) non m’avrebbe fatto impressione. Sopra la cassa, campeggia un “cards only”. Resto senza cappuccino, ma ho l’aneddoto che stroncherà tutte le conversazioni sul pos: l’Italia come la California, i bar rifiutano i contanti.

Vado dal parrucchiere, torno a casa, e dopo accurata perquisizione trovo il cosino rosa dentro la sportina di stoffa che ho usato il giorno prima per andare in farmacia. Il taxi prenotato arriva, e quando arriviamo in stazione gli do la carta. Tra il momento in cui la prende e quello in cui mi ridà la valigia, mi arringa sulle commissioni, «che alla fine son 30, 40 euro al mese». Penso: ma non è l’uno per cento? Quattromila euro d’incassi? Ammazza. Non dico niente, sorrido: l’unico insegnamento che è riuscita a trasmettermi Natalia Aspesi è non discutere coi tassisti, ma sorridere con aria beota.

Una volta, per risparmiarmi le discussioni, chiedevo al centralino un taxi da pagare con la carta, o ai posteggi chiedevo se accettassero la carta prima di salire. Poi ho capito che non serve: il pos ce l’hanno tutti, se quella alla quale hai già fornito il servizio non ha contanti è comunque meglio la carta che non farsi pagare.

O almeno, questo ho creduto fino a domenica. Quando il gentile personale dell’hotel Eden ha chiamato per me un taxi, il tizio che mi è venuto a prendere mi ha portato a Termini, due minuti da lì, e io gli ho dato la carta per i dieci euro che segnava il tassametro (all’ora, i tassisti valgono più dei cardiologi).

«Ennò, c’ho il pos scarico, io sto andando a casa». Sorrido beota: eh, ma io non ho contanti (il che è peraltro vero: mica dovevo andare dal parrucchiere). «Eh, ma me poteva avvisa’». Eh, ma se è scarico cosa cambiava? «Ce fermavamo a preleva’. E mo?». Ci guardiamo dallo specchietto: io col sorriso beota, lui con l’espressione di Travis Bickle. Dopo un po’ lui capisce che i battaglieri prima o poi cedono, ma i beoti non li smuovi, e prende il pos.

Borbotta «vediamo se ce la fa», «vediamo se una me la concede». Io intanto guardo fuori. «S’è stranita?», chiede la sua coda di paglia mentre la mia carta trilla sul suo pos. No, si figuri, dico. Mentre penso che al mio treno manca un’ora, e potrei tranquillamente andare a prelevare. Ma col cazzo che mi offro di farlo: continuo a sorridere beota.

«Ecco, s’è spento. Vabbè, nun c’è problema, te la offro». Ma no, ma mi dispiace, sussurro col mio miglior sorriso mite oltre che beota. Sto pensando: come minimo l’hai passata per venti invece che dieci, scommetto che non s’è spento e mi trovo l’addebito doppio. Il tassista si mette in fila al posteggio di Termini (ma non aveva il pos scarico perché stava andando a casa?), e io decido di non cedere ai miei pregiudizi.

Quindi il lunedì chiamo la banca e chiedo di controllare se ci sia un addebito della domenica mattina sulla carta. «Tripoli 5 dieci euro?». Avevo ragione: non si era spento. Avevo torto: aveva addebitato la cifra giusta. Vedi che non bisogna mai pensar male degli evasori fiscali.