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Al microfonoIl fenomeno delle radio universitarie, fucine di voci e talenti

Per alcuni è un modo di vivere l’ateneo anche fuori dalle aule, per altri si tratta di un vero e proprio trampolino di lancio per lavorare nel campo anche dopo gli studi

di Eric Nopanen, da Unsplash

Non fosse stato per le radio universitarie, oggi non avremmo i R.E.M o i Talking Heads, divenute band di culto alla fine degli anni Ottanta grazie alle intuizioni di giovanissimi radiofonici dei college americani, che preferivano dare spazio a musica più ricercata rispetto a quella “mainstream” cha passavano le grandi emittenti.

Da quegli anni, molte cose sono cambiate ma anche l’Italia ha raccolto l’eredità di quella libertà, freschezza e sperimentazione comunicativa che è una caratteristica comune di molte radio universitarie. Oggi, nel nostro Paese si contano oltre una trentina di emittenti negli atenei, molte delle quali fanno capo a RadUni, la più importante associazione degli operatori radiofonici universitari che, dal 2006, permette alle singole radio di raggiungere eventi di respiro nazionale e internazionale altrimenti irraggiungibili. Come si dice, l’unione fa la forza.

In questa direzione, va anche l’esperienza di Europhonica. Un progetto nato nel 2015 dalla collaborazione tra i circuiti delle radio universitarie italiane, francesi, spagnole e portoghesi, a cui poi si sono aggiunte le reti radiofoniche universitarie tedesche, greche, slovene e di altri Paesi Ue, con l’obiettivo di aiutarsi a vicenda creando un network sovranazionale per provare a imprimere una maggiore collaborazione a livello europeo.

Imparare a fare la radio
In Italia, la prima radio universitaria nasce nel 1998 da un’idea di un professore di Comunicazione dell’Università di Siena, che la chiama Facoltà di Frequenza e trasmette in Fm. Ma ai tempi le frequenze disponibili erano poche e i finanziamenti dell’ateneo ancora meno. Nel frattempo, Internet, che stava prendendo il sopravvento, permise di trasmettere a costi molto più bassi delle Fm.

Il decennio 2000-2010 ha visto nascere una dopo l’altra le web radio universitarie. Quando si cominciò a trasmettere online, tramite i siti web.

In queste effervescenti realtà universitarie, a ideare e produrre programmi, podcast e palinsesti ancora oggi sono studenti o ex studenti affezionati. Per alcuni è un modo di vivere l’ateneo anche fuori dalle aule, per altri si tratta di un vero e proprio trampolino di lancio per lavorare nel campo anche dopo gli studi. Quest’ultimo è il caso, ad esempio, di Massimo Lo Nigro, speaker radiofonico di RTL 102.5 News, che ha cominciato la sua carriera radiofonica proprio in una di queste fucine di talenti, Radio Iulm.

«Radio Iulm è nata nel 2015 e, a differenza di altre radio universitarie che scelgono di costituirsi come associazioni, è un organo dell’Università Iulm di Milano. Dopo un primo anno di attività in cui il palinsesto radiofonico prevedeva una sola trasmissione in diretta, la buona volontà di professori e studenti ha portato all’ingrandimento dell’organico e della varietà dei programmi», racconta Lo Nigro.

In pochi anni, questa piccola realtà è diventata un progetto molto più ampio cui partecipano attualmente più di un centinaio di studenti iscritti all’ateneo milanese, organizzati in un sistema semi-professionale, molto più strutturato. Ogni incarico, dallo station manager al direttore artistico, dal responsabile delle risorse umane ai diversi caporedattori, è coperto da uno studente, in modo da simulare un vero e proprio organigramma aziendale.

«Lo scopo della radio universitaria è tanto semplice quanto complesso», spiega Lo Nigro, «cioè quello di unire la funzione di servizio – sia di informazione, che di intrattenimento – nei confronti degli ascoltatori dell’ateneo, ma al contempo quella di svolgere una funzione didattica e di preparazione al mondo del lavoro per gli studenti che vi partecipano».

Quello che è stato creato con Radio Iulm è un vero e proprio laboratorio di formazione per tutti gli studenti. «Noi puntiamo molto sulla formazione tra pari (peer-to-peer). Ad esempio abbiamo una trasmissione appositamente pensata per far fare la gavetta ai nuovi arrivati, che non hanno mai aperto bocca davanti a un microfono», spiega Lo Nigro. In questo programma, chiamato “Quarto piano”, i nuovi arrivati sono coadiuvati da Lo Nigro e dai compagni che hanno condotto la trasmissione prima di loro. In questo modo, gli studenti che si laureano e concludono il percorso in radio lasciano il testimone ai nuovi arrivati, che a loro volta saranno in grado di continuare l’attività mantenendo una certa continuità con il passato.

«Una volta ogni sei mesi, poi, si cambiano le cariche quindi ognuno degli studenti prova in un ambito diverso», in modo da avere una preparazione a 360 gradi del mestiere radiofonico che comprende, oltre allo speakeraggio, anche la scrittura, il montaggio e l’organizzazione.

Quanto ai finanziamenti, la situazione varia molto a seconda delle forme giuridiche dei media: dalle associazioni culturali, ai mezzi di comunicazione dell’ateneo e alle testate registrate, fino a enti e fondazioni o a gruppi informali di studenti, come è il caso di Uradio, nata nel contesto dell’università di Siena, da cui però si è staccata per formarsi come associazione indipendente con tanto di presidenza e di statuto. Invece, «se la radio è gestita dall’ateneo», spiega Lo Nigro, «è più semplice dal punto di vista burocratico, perché è l’ateneo che pensa a te, ma ci sono anche bandi europei o fondi a disposizione. Per esempio il Fondo Antonio Megalizzi, in onore del reporter morto a Strasburgo nel 2018, dove si trovava in qualità di reporter universitario».

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