Cambiare tuttoLa nuova vita di chi ha lasciato il lavoro durante la Great Resignation

In Italia, nel 2022, più di un milione e mezzo di persone ha abbandonato l’occupazione. Una crescente insoddisfazione e la ricerca di valorizzazione muovono le storie di chi ha fatto questa scelta radicale

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Insonnia e rabbia. Normalizzare stress e frustrazione, spesso sono questi i segnali che qualcosa non va sul posto di lavoro. «Non dico depressione, perché forse è una parola troppo grande, ma ero diventato un’altra persona». Valerio Levizzani, 29 anni, tecnico retail ed ex-cuoco e pasticcere, un anno fa ha scelto di lasciare un contratto a tempo indeterminato e una carriera di otto anni nel settore della ristorazione per l’opportunità di lavorare due mesi come stagionale in un negozio in Trentino. «Dormivo poco ed ero sempre arrabbiato anche con chi non c’entrava niente. Non mi andava più di fare nulla, avevo smesso di fare sport e di andare in bici, che per me sono sempre state le cose più belle. Quello è stato un campanello d’allarme».

Era partito per due mesi, poi è rimasto un anno. Ora Levizzani vive a Cavalese (TN), un paese di quattromila abitanti in Val di Fiemme, situato a mille metri di altezza, tra l’Alpe Cermìs e il Passo Lavazè. Le ragioni che l’hanno portato fin lì, contrastano con la pace che abita quei luoghi sulle pendici rosa delle Dolomiti. Il viso spigoloso è incorniciato da corti capelli castani e i suoi occhi scuri brillano sfiorati dall’aria fredda delle montagne a pochi metri. «Molto è avvenuto grazie alle circostanze, sono stato fortunato». La gratitudine per la possibilità di un nuovo inizio si accompagna all’orgoglio di non essersi arreso. «Ero conscio che sarebbe potuto andare tutto male e che dopo due mesi avrei potuto trovarmi senza niente, a duecentosessanta chilometri da casa. Ma nella situazione in cui ero, partire era l’unica opzione: non c’era possibilità di lavorare bene, di avere i mezzi giusti e di ricevere una paga adeguata».

I numeri delle Grandi Dimissioni in Italia
Come Valerio Levizzani, sono tante le persone che dopo la pandemia da Covid-19 hanno scelto di dimettersi per scommettere su una vita diversa. “Great Resignation”, in italiano “Grandi dimissioni”, è il fenomeno che negli ultimi anni ha investito tutti i paesi occidentali, partendo dagli Stati Uniti per arrivare fino in Europa. Il termine coniato nel 2021 da Anthony Klotz (Professore di Comportamento Organizzativo presso UCL School of Management) richiama eventi storici, come la Grande Depressione che investì l’economia mondiale negli anni Venti del secolo scorso. Nonostante l’origine anglosassone, l’Italia non sfugge a questa tendenza.

La ricerca sul senso e il significato del lavoro pubblicata ad Ottobre 2022 dall’agenzia per il lavoro Randstad Italia, indica che le dimissioni volontarie riguardano circa la metà delle aziende (44%) e coinvolgono principalmente i lavoratori maschi del Nord e del Centro Italia. Secondo i dati pubblicati nelle tabelle della nota trimestrale sulle comunicazioni obbligatorie del Ministero del Lavoro (Dicembre 2022), nei primi nove mesi del 2022, il numero delle dimissioni volontarie da contratto a tempo indeterminato ha coinvolto più di un milione e seicentomila persone (1,666,339 Settembre 2022).

Si tratta di un trend in crescita, che non accenna a rallentare. Osservando l’evoluzione storica del fenomeno nello stesso periodo, vediamo che il numero di persone che hanno volontariamente cessato il proprio contratto è cresciuto del 41% negli ultimi cinque anni (2018-2022) e del 22% rispetto al 2021. Il fenomeno riguarda tutti i lavoratori, a partire dalla fascia dei trenta-cinquantenni e quella dei giovani fino ai ventinove anni. Stando ai dati pubblicati dall’Osservatorio Statistico dell’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale (Inps), nei primi nove mesi del 2022, i dipendenti con meno di trent’anni che hanno rinunciato alla propria posizione a tempo indeterminato sono stati più di duecentoventimila (224.918), mentre sono oltre settecentotrentamila (734.971) nella fascia tra i trenta e cinquantenni.

Nonostante i numeri da record, sarebbe sbagliato pensare alle Grandi Dimissioni come a qualcosa di nuovo. Antonio Verona (analista del Mercato del Lavoro, CGIL Lombardia) spiega che il fenomeno è presente, con fasi alterne, almeno dagli esiti della crisi del 2008.

Già nel 2012, a Milano e in Lombardia, la metà dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato si concludevano dopo circa 15 mesi dall’attivazione e la metà di questi terminavano proprio per dimissioni. Il fenomeno, insiste Verona, è esploso in seguito alla pandemia perché era stato compresso nei due anni precedenti, quando il mercato del lavoro si era quasi paralizzato a causa del blocco dei licenziamenti e dell’instabilità generale dovuta all’emergenza pandemica da Covid-19. Anche le ragioni che animano questi movimenti sul mercato del lavoro non sarebbero inedite. La mancanza di politiche per la valorizzazione delle competenze e la scarsa prospettiva di crescita percepita dai lavoratori portano a un sentimento di insoddisfazione generale che si traduce in delusione e frustrazione, soprattutto per le giovani generazioni. «La pandemia ha messo le persone nella posizione di riflettere sulla propria condizione, ma la vera causa del fenomeno sta nel percepire che il proprio contributo professionale non viene valorizzato». Verona spiega che circa la metà dei lavoratori che scelgono di lasciare il proprio posto fisso lo fanno senza avere un’offerta nel momento delle dimissioni. Inoltre, a partire dal periodo post-pandemico, si osserva un numero crescente di persone che ricerca una professione che coincida con la propria realizzazione personale.

Le ragioni di chi sceglie di cambiare
La storia di Levizzani conferma quanto emerge dall’analisi della CGIL e dai dati Inps. Dopo otto anni nel settore della ristorazione, si rende conto che la sua voglia di portare nuove idee e di contribuire con nuove proposte non viene valorizzata. Nonostante fosse stato invitato a proporre nuove ricette, ogni volta c’era qualcosa che non andava: i costi erano troppo alti, il prodotto era irreperibile o veniva ritenuto inadatto agli standard del negozio. Spesso si trova emarginato e accusato di eccessiva esaltazione per voler stravolgere il consueto modo di fare. Addirittura, capita che gli strumenti per lavorare non vengano forniti. A quel punto, occorre comprare coltelli e utensili da soli per poter lavorare in modo adeguato. «Nella sede dove ero io eravamo in dieci, tutti giovani e abbastanza affiatati, ma vivevamo le stesse difficoltà e molti di noi se ne sono andati». Finalmente, dopo l’ennesimo torto professionale, Levizzani riceve un’offerta di lavoro da una casa di produzione e vendita di articoli sportivi da montagna e anche per lui arriva l’opportunità di cambiare vita. Quel giorno, dopo aver infornato l’ultima teglia di croissant della mattina, Levizzani comunica al suo capo che lascerà il lavoro. Non è scontato allontanarsi da un mestiere e da un luogo, in particolare quando si ha studiato per anni, investiti soldi, promessi risultati e fatti debiti di fiducia. Nel momento dell’abbandono però, il sollievo non ha uguali.

A Cavalese è arrivato il freddo e l’inizio della stagione invernale il secondo anno di quella nuova vita per Levizzani. Finalmente le cime delle vette si sono imbiancate. La luce di certi posti si porta dietro qualcosa di sacro e anche il cielo si distende in un velo celeste. Rispetto a un anno fa, oggi Levizzani ha più voglia di mettere radici e meno paura di fallire: c’è ad attenderlo un’azienda che ha compreso il suo valore e investe su di lui. Levizzani ricorda quel momento con gli occhi proiettati all’orizzonte. Forse nemmeno la brezza delle montagne che costeggiano il sentiero rosso su cui camminiamo ha mai avuto lo stesso intenso sapore di rivalsa e libertà.

Capita spesso che la mancanza di valorizzazione professionale e la percezione di non essere riconosciuti per le proprie capacità, si traducano in un senso di inadeguatezza che crea profondo malessere e disagio nei lavoratori. Sofia Piccinini (commessa di pasticceria, ex-maestra d’asilo, 36 anni) era educatrice di asilo nido da quando aveva poco più di venti anni. Dodici anni in un asilo dell’infanzia, poi arrivano il 2020 e il Covid-19. Emerge la paura di avere sempre più responsabilità e l’ansia di non essere all’altezza. «Rivedendomi, non penso di aver fatto una grande crescita professionale in quegli anni», Piccinini si confida, intervallata dalle grida dei bambini che giocano nel parco alle sue spalle. «Le mie colleghe mi ripetevano quanto fossi brava in certe attività di documentazione o con i bambini, io non me lo ricordo nemmeno». Srotola i pensieri come a interrogare sé stessa, perché è andata così? Piccinini non fa fatica a ripercorrere quei giorni di frustrazione e di angoscia per il confronto con le famiglie. Qualche mese fa, Piccinini si è licenziata dall’asilo nido in cui lavorava dal 2010, dopo più di quattordici anni di carriera come educatrice. Non aveva un’offerta di lavoro nel momento in cui ha scelto di andare, ma solo la consapevolezza di dover cambiare qualcosa per poter tornare a star bene. Ora è impiegata in una pasticceria, dove serve bignè, panettoni, colazioni bollenti e, non ha dubbi: sa di aver preso la decisione giusta. «Da quando mi è successa questa cosa, è come se non avessi più paura di fare delle scelte».

Anche Tomàs Armellìn, 30 anni, ex-consulente, crede che la valorizzazione delle persone e delle loro capacità individuali sia ciò da cui si deve partire per riformare il mondo del lavoro. Dopo cinque anni di esperienza professionale, in Argentina e in Australia, a giugno 2022 Armellìn inizia a lavorare in una grande società di consulenza di Milano. Bastano poche settimane perché si renda conto che qualcosa non va. È una realtà estremamente competitiva e frenetica, con un turnover dei dipendenti alle stelle di oltre il 40% annuo. Armellìn capisce subito che non vuole partecipare a quel mondo. Così, nonostante la promessa di una promozione al ruolo di manager dopo l’estate, decide di dire di no. «Per me la domanda più importante da fare a sé stessi è: perché io faccio quello che faccio tutti i giorni?». Con le mani tese separa lo spazio sul tavolo, come a spiegarmi le fasi di un processo ideale o i passaggi del cortocircuito che il mondo del lavoro spesso instaura. Armellìn è riuscito a dare una risposta molto chiara ai suoi dubbi: il tempo è l’unica vera ricchezza che abbiamo a disposizione e, senza avere un’altra offerta di lavoro, a settembre 2022, ha rassegnato le dimissioni. «Io dico che voglio lavorare perché il lavoro ti dà dignità e poi se no cosa fai tutto il giorno?». I grattacieli intorno assistono impassibili, solo qualche lampeggiante rosso si attiva come sentinella spettatrice della sua protesta. «Però», prosegue, «le forme del lavoro per me valgono tanto quanto il lavoro che fai e penso che questo sia sempre più importante per la mia generazione».

Lo smarrimento e la disillusione verso un mercato del lavoro che non sa rispondere alle promesse fatte ad una generazione, riguardano anche chi ancora non ha rassegnato le dimissioni ma prevede di abbandonare il lavoro nei prossimi mesi. Incrociate le gambe, Federico Storchi, 25 anni, ingegnere biomedico, si cinge con le mani la caviglia e la massaggia per sciogliere i nervi. La sua voce è delicata e decisa, modulata in un flusso di pensieri che promettono cambiamenti imminenti ma temono, allo stesso tempo, di anticipare il futuro con troppa ambizione e ottimismo. Storchi racconta di come, nel mondo del lavoro, non riesca a trovare lo stimolo in cui investire le proprie energie e i propri progetti. L’università era diversa, mi spiega: «Quella è stata una sfida bella, mentre il mondo del lavoro non mi dà la stessa soddisfazione e non so come mai».

Protesta e sottrazione non bastano contro le disuguaglianze
Le motivazioni che spingono sempre più persone a dimettersi hanno a che fare con il desiderio di maggiore equilibrio e di una reale valorizzazione delle proprie capacità professionali. Di fronte a questi movimenti nel mercato del lavoro, è lecito domandarsi se nel riallineamento valoriale in corso possa intravedersi un primo cenno di riformismo interno del modello produttivo occidentale.

Francesca Coin (sociologa, Scuola Universitaria professionale della Svizzera Italiana – SUPSI) conferma che particolari trame socioeconomiche, come il sovraccarico di lavoro e l’impossibilità di conciliare vita personale e obiettivi aziendali, sono tra le ragioni che spingono tanti a dimettersi. Oltre a questo, però, spiega Coin, la forbice della disuguaglianza è il vero fil-Rouge alla base del fenomeno dimissionario e delle “proteste”. Tuttavia, se di proteste si può parlare, occorre specificare che si tratta di gesti di protesta individuale che non hanno una vera e propria valenza di ribellione collettiva; dunque, non sono direttamente riconducibili ad alcun tipo di riformismo dei modelli produttivi. Anzi, secondo Coin, la fuoriuscita dal mondo del lavoro è da intendersi come una sottrazione e un gesto di sfogo che esprime la stessa rabbia che esprimono le piazze. «Penso che affinché questa protesta che è sottotraccia prenda forma dobbiamo, purtroppo, tornare alla lezione storica che gli scioperi funzionano, mentre la diserzione funziona fino a certi limiti». Coin segnala che in una fase aggressiva come quella che stiamo vivendo, è più probabile che ci troveremo ad assistere ad un’ondata di licenziamenti piuttosto che di dimissioni, a cui l’unica risposta di protesta potrà essere una fase di scioperi collettivi.

Anche Antonio Verona, CGIL, è allarmato per la crescente disuguaglianza in Italia (confermata dai dati Oxfam 2022). I numeri elaborati da CGIL mostrano che il reddito medio giornaliero per i lavoratori dipendenti nel 2020 era 120€ (sistema di calcolo Censis). Dentro questa media però, l’operaio ha un reddito medio di 7.3 volte inferiore rispetto al dirigente, una proporzione che negli ultimi anni è in lieve incremento. Tra donne questo dato è ancora più alto, e raggiunge la misura di 8.8. «Trent’anni fa», spiega Colonna, «questo rapporto in media non superava 4». I numeri descrivono bene quanto la disuguaglianza sociale sia palpabile. «Differenze di questo tipo sono incompatibili con la coesione sociale». Colonna spiega che una differenza tra bassi livelli di reddito e livelli più alti, diventa compatibile solo quando è scalabile cioè quando il lavoratore intravede la possibilità di crescere e migliorare il proprio status tramite l’impegno in azienda. Se invece l’ascensore sociale è fermo e, allo stesso tempo, perdurano ostacoli di questo tipo, la flessibilità del sistema e la precarietà del mercato vengono messe a carico del lavoratore, allora occorre preoccuparsi e iniziare a parlare urgentemente di malessere sociale.

Dolci orizzonti e vecchie amarezze
Levizzani esce di casa presto, sono circa le 8.30 quando inizia la giornata con un caffè insieme ai colleghi, prima di aprire il negozio. «Uno degli aspetti che preferisco della mia nuova vita lavorativa è anche questo, avere scambi sempre molto stimolanti e essere premiati per quello che si dà e che si fa». L’equilibrio tra vita e lavoro che ha trovato nella nuova azienda è fatto di valorizzazione personale, fiducia, rispetto delle necessità e dei bisogni del lavoratore, e perfino incentivi a praticare sport di montagna e attività fisica. «Sicuramente, la cosa che mi piace di più in assoluto è la possibilità di fare sport». L’azienda spinge i propri dipendenti a praticare attività fisica tramite benefit economici, come iscrizioni gratuite a competizioni, e la fornitura di materiale sportivo professionale. Levizzani crede che quando si passa almeno la metà della giornata a lavorare, è fondamentale stare bene sul posto di lavoro per poter veicolare quella serenità nella restante parte della propria vita. Il lavoro non deve essere una dimensione di logoramento e frustrazione quotidiana. Ora l’azienda di Levizzani investe su di lui, lo incentiva e lo premia perché sa che in questo modo lavorerà meglio e sarà motivato a impegnarsi per raggiungere gli obiettivi.

Arriviamo al parcheggio, le montagne innevate alle nostre spalle si susseguono in una catena che si fa via via più sottile. «Dopo 8 anni, mi sono sentito sollevato. Non ne potevo più, ma non perché io non ami cucinare. Mi manca tantissimo mettermi ai fornelli e fare quello che effettivamente so fare meglio, perché era il mio lavoro e quello per cui ho studiato e perché tutto quello che riguarda la ristorazione mi piace e mi piace tanto. Però credo che questa sia la scelta giusta per me». Davanti a noi lo spazio infinito della Valle si allunga fino alla pianura. Un respiro più profondo e le parole si piegano in un sorriso: «Mi manca, ma l’ultimo giorno, quando ho finito di fare l’ultima teglia di quei dannati croissant, ero la persona più felice del mondo».