Forziere svizzeroIl tonfo di Credit Suisse spaventa l’Europa

L’istituto fa sapere che prenderà 50 miliardi in prestito dalla Banca centrale svizzera. Palazzo Chigi segue il dossier in contatto con Consob e Banca d’Italia. Le controparti italiane non paiono esposte in modo significativo

(AP Photo/Seth Wenig)

La tensione che aleggiava da tempo attorno alla complessa ristrutturazione della banca Credit Suisse ha avuto la sua rottura, travolgendo i mercati finanziari europei e affossando i titoli bancari, già provati dalla tempesta che si era alzata negli Stati Uniti con il crac di Silicon Valley Bank.

Il titolo della banca di investimento svizzera ieri è crollato a 1,7 franchi svizzeri, cadendo del 24,24% (un anno fa valeva 7,1 franchi). A innescare il tonfo ieri mattina le parole di Ammar al-Khudairy, presidente della Banca nazionale saudita, primo azionista dell’istituto con il 9,8% dopo aver sottoscritto con 1,5 miliardi un aumento di capitale da 4 miliardi a ottobre. A Bloomberga aveva detto che non avrebbe fornito ulteriore liquidità in caso di necessità, visto che non potrà essere superata la soglia del 10% nel capitale. In base alla legge svizzera il limite si potrebbe valicare solo con l’ok dell’autorità federale di vigilanza.

La reazione immediata è stata una pioggia di vendite. Non sono bastate le rassicurazioni del ceo Ulrich Körner: «Siamo una banca solida. Siamo una banca globale, ai sensi della normativa svizzera. Rispettiamo e sostanzialmente superiamo tutti i requisiti normativi. Il nostro capitale, la nostra base di liquidità è molto forte». E neanche quelle del presidente Axel Lehman: «Abbiamo solidi coefficienti patrimoniali, un bilancio solido, quindi il sostegno dello Stato non è un tema che riguarda la nostra banca».

Il silenzio fino a tarda serata delle autorità elvetiche non ha poi aiutato, malgrado la banca di investimenti avesse sollecitato una presa di posizione, come riporta il Financial Times.

Intanto si è mossa la Banca centrale europea, che — con i listini in rosso, già scottati dal caso Silicon Valley Bank — ha chiesto alle banche di tutta Europa di comunicare la loro esposizione nei confronti di Credit Suisse. Domanda girata pure agli istituti italiani.

Alle 20.30 di ieri, al termine di una giornata convulsa, la Banca Nazionale Elvetica e la Finma, autorità federale di vigilanza, hanno diramato una nota congiunta: «I problemi di alcune banche negli Stati Uniti non rappresentano un rischio diretto di contagio per i mercati finanziari svizzeri. I severi requisiti patrimoniali e di liquidità applicabili alle istituzioni finanziarie svizzere ne garantiscono la stabilità. Il Credit Suisse soddisfa i requisiti patrimoniali e di liquidità imposti alle banche di rilevanza sistemica. Se necessario, la Banca Nazionale Svizzera fornirà al Credit Suisse liquidità».

Nella notte, Credit Suisse ha comunicato al mercato l’intenzione di esercitare la sua opzione per prendere in prestito fino a 50 miliardi di franchi dalla Banca Centrale Svizzera. In una nota l’istituto di credito ha fatto sapere che questo servirà a rafforzare la sua liquidità. E che «sosterrà le attività core e i clienti di Credit Suisse mentre la banca prende le misure necessarie per creare una struttura più semplice e concentrata sulle necessità dei suoi clienti». La banca si offre anche di riacquistare debito per circa tre miliardi di franchi. Il ceo Ulrich Koerner ha spiegato che il prestito arriva nell’ambito di una «Covered Loan Facility e di una liquidity facility a breve termine. Interamente garantite da attività di elevata qualità».

Ma cosa ha trasformato Credit Suisse in Debit Suisse (come la definiva un hashtag di ieri su Twitter)?

Accanto a Saudi National Bank, partecipata per il 37% dal fondo sovrano saudita, ci sono Qatar Holding con il 5,03% e Olayan Group al 4,93%. Insieme formano un blocco che sfiora il 20% del capitale di Credit Suisse. Segue BlackRock appena sopra al 4%. Secondo l’amministratore delegato del fondo americano Larry Fink, si paga il prezzo di «decenni di denaro facile».

La crisi è ufficialmente cominciata due anni fa, con il crollo di Archegos Capital Management. Bill Hwang, finanziere americano di origini coreane, finisce agli arresti. E tra i suoi maggiori finanziatori spunta proprio la banca svizzera, che perde 5 miliardi e mezzo di franchi. Poi crolla Greensill, proprio mentre Credit Suisse consigliava l’acquisto di suoi prodotti finanziari. Un altro miliardo va a pesare sui conti e la banca da quel momento finisce in un vortice di scandali finanziari.

La banca è finita in diversi scandali finanziari, a partire dai Panama Papers. Arriva poi la condanna penale nella Confederazione per aver aiutato un’organizzazione bulgara di trafficanti di droga a riciclare i loro proventi, che secondo le testimonianze di un dipendente, venivano talvolta portati allo sportello in comode valigie piene di contanti. Ed ecco i “Suisse Secrets”, i file che poco più di un anno fa hanno rivelato i dati di 18mila clienti, non tutti commendevoli. Risale al 2009 una multa da 536 milioni di dollari per aver aiutato varie società ad aggirare le sanzioni contro Sudan e Iran. Nel 2011 un’altra multa per aver aiutato a evadere oltre un miliardo di euro decine di contribuenti tedeschi.

Eppure attualmente Credit Suisse rimane la seconda banca svizzera dopo Ubs, con una capitalizzazione di 6,83 miliardi di franchi svizzeri e 50 mila dipendenti. Si tratta di episodi ciclici radicati nel tempo. Nel 1986 ha protetto con nomi falsi i depositi del dittatore Marcos e di sua moglie Imelda. Da 5 a 10 miliardi di dollari.

L’esposizione dell’Italia (e dell’Europa)
Ora uno dei temi è cosa possono rischiare le banche italiane. Palazzo Chigi segue il dossier in contatto con Consob e Banca d’Italia. Le controparti italiane non paiono esposte in modo significativo sugli 11,9 miliardi di euro iscritti a bilancio come debiti bancari. Quindi sulla carta non ci sarebbe molto da preoccuparsi.

Ora la Bce sta chiedendo alle banche di tutta Europa di comunicare la loro esposizione sull’istituto di Zurigo. La presidente del consiglio Giorgia Meloni ha annunciato la «massima attenzione del governo sui mercati finanziari. Mentre il primo ministro francese Elisabeth Borne ha chiesto alle autorità svizzere di intervenire direttamente, annunciando un incontro tra il ministro dell’economia Bruno Le Maire e il suo omologo a Berna.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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