Dal giorno zeroI mascalzoni filoputiniani delle tv italiane hanno trovato un pubblico fin troppo compiacente

Le notizie sull’aggressione all’Ucraina sono arrivate fin dall’inizio e denunciavano l’attacco di una dittatura a un Paese libero. Tutti potevano saperlo, a pochi importava

AP/Lapresse

È solo una parte di verità, ed è la più consolante: che la guerra all’Ucraina sia stata qui avvertita come un pericolo anche per noi, per un Paese cui quell’aggressione ripugnava non soltanto perché chi l’ha scatenata non ha avuto pudore di massacrare, torturare, stuprare e deportare la popolazione civile, di distruggere scuole, ospedali e chiese, di tirare alla presa per fame, per sete e per freddo di intere città assediate, ma perché era rivolta a schiacciare libertà e diritti che consideriamo anche nostri.

L’altra parte di verità è invece che né quello scempio né quel programma di soppressione delle aspirazioni democratiche di un popolo aggredito sono stati sufficienti a impedire che l’Italia profonda e maggioritaria si dimostrasse disposta, anzi proclive, a considerare la libertà e i diritti degli ucraini altrettante materie dopotutto transigibili, e dopotutto trascurabile la circostanza che potessero essere sacrificati in omaggio al programma diretto a sostituire una schiatta di drogati e omosessuali con una compagine di persone perbene.

È fuorviante l’idea che questa sostanziale impassibilità, questa indifferenza del nostro ordinamento sociale davanti all’attuazione plateale e addirittura rivendicata di quel progetto stragista e di sostituzione civile e culturale siano l’effetto della propaganda contraffattoria, effettivamente pervasiva, che il pacifismo collaborazionista ha avuto modo di insinuare nel dibattito pubblico.

Bisogna avere l’onestà di riconoscere che i manipoli di mascalzoni editoriali e televisivi impegnati quotidianamente a censurare i crimini degli aggressori, a giustificarli, a imputarli alle complessità geopolitiche del mondo afflitto dal neoliberismo e dalla finanza apolide, hanno lavorato in faccia a un pubblico molto riluttante a rintuzzare quegli spropositi e invece molto incline ad accreditarli.

Le notizie c’erano. Per quanto immagliate nel saio di disinformazione che uniformava la quasi generalità del nostro giornalismo nella compiacenza di pressoché tutta la classe politica, anche quella che affettava convincimenti atlantisti, le notizie arrivavano: e dicevano, appunto, non solo che un Paese ne aveva aggredito un altro, ma che l’aggressione era portata da una dittatura e per imporre una dittatura, per subordinare la vita, la libertà e i diritti degli aggrediti alla legge dell’autocrate.

Queste non erano verità sepolte dalla propaganda del collaborazionismo pacifista, per quanto questo si impegnasse a renderle clandestine: erano verità visibilissime nonostante quella propaganda, ed erano così forti da far capolino comunque. Perché a nessun lettore, a nessun telespettatore, a nessun elettore serviva darsi al fact checking per scoprire che l’operazione speciale per denazificare l’Ucraina era il nome che un regime dittatoriale dava a un ulteriore tentativo di annessione. Un tentativo che per ottenere il risultato non escludeva il genocidio. Si sapeva. Si vedeva. Si capiva. Ma non importava.

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