AvanziIl dibattito sul ponte di Messina è la ciliegina sull’eterna stagnazione italiana

Oggi una gag come quella del compagno Antonio, il militante comunista appena uscito da un coma ventennale, non funzionerebbe. Il risvegliato si dimostrerebbe infatti preparatissimo su tutti i principali argomenti del nostro dibattito pubblico, perché i veri addormentati siamo noi

La Sicilia vista dalla stazione spaziale internazionale
© Esa/Nasa

L’unica cosa che mi viene in mente mentre assisto sgomento all’ennesima riapertura del dibattito attorno al Ponte sullo stretto di Messina è che oggi la vecchia gag del compagno Antonio non sarebbe più rappresentabile. Ricordate il compagno Antonio di Avanzi, il militante comunista rimasto incosciente per vent’anni, dal 1973 al 1993, che nel nuovo mondo – senza il Pci, senza il muro di Berlino, senza l’Unione sovietica – non si raccapezzava più?

Se un politico, un giornalista o un qualunque altro commentatore da talk show avesse perso conoscenza nel 1994 e si fosse svegliato ora, non venti ma trent’anni dopo, il gioco dello spaesamento, basato sul contrasto stridente tra passato e presente, non funzionerebbe neanche per un minuto. Al contrario, il risvegliato di oggi si dimostrerebbe preparatissimo su tutti i principali argomenti all’ordine del giorno del nostro dibattito pubblico, perché i veri addormentati siamo noi.

All’ordine del giorno c’è oggi, ad esempio, la riforma presidenzialista: ma quando avrebbe dovuto addormentarsi il nostro personaggio per non conoscere perfettamente i termini della questione, la divisione delle forze in campo (sia pure al netto di qualche occasionale scambio di giocatori tra una squadra e l’altra) e i rispettivi argomenti (ingovernabilità da un lato, paura dell’uomo forte dall’altro)? Quanti decenni or sono avrebbe dovuto perdere conoscenza per non essere in grado di orientarsi nell’attuale dibattito sul federalismo (oggi va più di moda l’espressione «autonomia regionale», d’accordo, ma basta chiamarla «riforma Calderoli» per capirsi subito).

Oggi, esattamente come nel 1994, nel 2006 o nel 2016, discutiamo di riforme costituzionali e di riforma della giustizia, persino di articolo 18 e pensioni (perché anche quando, al termine di discussioni ventennali, una qualche decisione abbiamo finito per prenderla, come è accaduto con il Jobs Act o con la riforma Fornero, un minuto dopo abbiamo ricominciato a discutere di come tornare indietro, e continuiamo a farlo persino dopo che i successivi interventi legislativi o il semplice passare del tempo hanno reso l’intero dibattito completamente obsoleto).

Discutiamo della separazione delle carriere tra pm e giudici, dei limiti da porre alla pubblicazione delle intercettazioni, della destra che non ha tagliato i ponti con il proprio passato e della sinistra che ha dimenticato le sue radici, oggi come dieci, venti o trent’anni fa. Ma soprattutto discutiamo, ogni volta come se fosse la prima volta, del ponte sullo stretto di Messina: simbolo, immagine, metafora insuperabile dell’eterna stagnazione italiana.

Nulla rappresenta meglio il buco nero in cui siamo precipitati e dal quale non intendiamo muoverci, a dispetto di tante chiacchiere sulla «transizione» italiana, di quell’opera mai nemmeno iniziata eppure sempre al centro delle polemiche. Non solo infatti gli argomenti dei favorevoli sono sempre gli stessi, favorevoli che in questi trent’anni sono stati a lungo al governo, e ce l’hanno già promesso, progettato e propagandato almeno una dozzina di volte; ma anche gli argomenti dei contrari, che ogni volta ripetono come il problema sia la mancanza di collegamenti interni e l’arretratezza delle ferrovie e via così, con l’elenco di tutte le cose che bisognerebbe fare prima del ponte, e che pure nel frattempo si sono ben guardati dal fare, quando sono stati al governo loro.

Il dibattito pubblico italiano prosegue sempre uguale a se stesso, chiuso in una bolla perfettamente impermeabile a qualsiasi contatto con la realtà esterna. Il resto del mondo nel frattempo va avanti, nel bene e nel male, confrontandosi con problemi nuovi e diversi. Noi no. La realtà, il passare del tempo, gli effetti delle decisioni prese (o più spesso non prese) non possono nemmeno intaccare il regolare procedere della rappresentazione. E cambia davvero poco il fatto che Matteo Salvini oggi sia favorevole al ponte, e ripeta quindi gli argomenti dei favorevoli, mentre ieri era contrario, e ripeteva dunque gli argomenti dei contrari.

«Il novanta per cento dei treni in Sicilia è a binario unico e la metà vanno a gasolio. Ora, una persona normale, in una regione che ha questa situazione, si occupa del ponte, che secondo me non sta neanche in piedi, o di far funzionare i treni?», diceva il leader della Lega nel 2016.

«Io vorrei capire se questa è ideologia o pragmatismo, cioè vale a dire con un Sud che non ha ferrovie, che ancora va con la littorina a gasolio, che non ha acquedotti e voi pensate di sperperare denaro pubblico in nome di che cosa? Dell’ideologia salviniana?», ripeteva il verde Angelo Bonelli, in parlamento, pochi giorni fa, il 15 marzo del 2023.

Gli interpreti possono anche scambiarsi i ruoli, l’importante è che il copione rimanga intatto. Negli anni novanta era Silvio Berlusconi a volere il ponte e la sinistra a opporsi, nel 2016 era il Pd di Matteo Renzi a rilanciarlo e Salvini a dire che occorreva prima preoccuparsi della littorina a gasolio. L’unica incrollabile certezza di questi trent’anni è che né prima né poi, né gli uni né gli altri abbiano fatto il ponte, né risolto il problema della littorina a gasolio.

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