Ambizione faustianaCosì nei secoli l’umanità si è illusa di dominare la natura e gli animali

Come spiega Philipp Blom ne “La natura sottomessa”, l’Homo sapiens sente di essere il fulcro del creato, il metro di misura mondo, convinto che tutti gli esseri viventi debbano prosternarsi al cospetto della sua incomparabile maestà. Purtroppo per noi, non è così

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L’assoggettamento della superficie terrestre e la conquista sempre più capillare della stratosfera sono espressione di un unico delirio collettivo, l’idea ormai onnipresente per cui l’uomo (e non a caso dico «uomo», al maschile) sarebbe un che di superiore alla natura, non un aspetto della natura stessa, e quindi avrebbe il diritto, anzi il dovere di soggiogarla. L’uomo così inteso si percepisce come un essere sovraordinato agli animali e alle altre creature viventi, vede la natura come un palcoscenico delle proprie ambizioni, come una riserva di materie prime. E da quella posizione di presunto privilegio parte alla conquista del pianeta intero, per sottometterlo in modo inesorabile alla sua volontà. Un’ambizione che ha qualcosa di faustiano, di folle.

Al tempo stesso, la febbre del dominio è talmente diffusa e radicata che risulta difficile chiamarsi fuori, osservare il fenomeno a debita distanza, con i suoi mille volti, le sue maschere, le sue smorfie grottesche e affascinanti, che si apprezzano solo da lontano, come appunto quelle delle nuvole, non quando si ha la testa – come si dice – tra le nuvole. La sottomissione della natura è ormai una prassi globale.

Nelle società che si vogliono «illuminate», spesso fiere delle loro tradizioni cristiane, questa concezione delirante dell’essere umano alle prese con il mondo è particolarmente radicata. Le famiglie e la scuola tendono a perpetuarla, i libri di storia la additano a modello, come del resto fanno i film e i videogiochi, le leggi, le opinioni e perfino le barzellette, per il cui tramite il mondo sociale si presenta all’individuo come portatore degli stessi riferimenti.

L’idea del dominio struttura l’autopercezione di molte società che si rifanno a un retaggio condiviso, fondando il loro rapporto con la realtà. La storia, dal punto di vista di quei gruppi umani, altro non sarebbe che il dispiegarsi della civiltà, una marcia trionfale del progresso: un’avanzata che, guarda caso, per ragioni fortuite o provvidenziali, trova la sua espressione suprema nel loro modo di vivere, o in alternative curiosamente simili ad esso. Il passaggio dall’esistenza nomadica all’agricoltura stanziale, l’avvento di una cultura urbana, l’invenzione della ruota, della scrittura, del denaro, della ferrovia, dei diritti umani, delle democrazie liberali e dei mercati planetari: un unico processo che sembra avanzare compatto, mosso da un dinamismo inarrestabile. Così almeno lo hanno descritto dopo il crollo dell’Unione Sovietica gli osservatori del cosiddetto «Occidente». Sennonché la storia ha imboccato subito curiose vie traverse.

L’escatologia liberaldemocratica incentrata sui mercati ha ceduto il passo al tecnofuturismo della Silicon Valley, che ha rimesso a nuovo le vecchie ambizioni mascherandole da transumanismo, colonialismo interplanetario e culto delle intelligenze artificiali. Per altri versi quella narrazione si è scontrata con la dura realtà, dall’incombente catastrofe climatica alla recrudescenza di ferite postimperialiste e vecchie umiliazioni, dal Medio Oriente BLOM5_001-352.indd 17 16/02/23 12:59 18 all’Ucraina. Anche senza contare i conflitti propriamente detti, il nostro disprezzo degli ecosistemi e il collasso della biodiversità, sua diretta conseguenza, stanno accelerando una catastrofe annunciata.

All’orizzonte, più che la Gerusalemme celeste, si profilano Sodoma e Gomorra. Sottomessa e addomesticata, la superficie del pianeta che abbiamo asservito al nostro volere è stremata dall’arbitrio e dalle manipolazioni inconsulte. Nel giro di pochi decenni, degli enormi giacimenti di composti organici immagazzinati nella terra, frutto di milioni di anni di storia, sono stati estratti e proiettati nell’atmosfera. La loro energia ha alimentato la fulminea ascesa di una specie oggi investita di un potere addirittura inconcepibile.

In termini di ecosistemi, però, quell’ascesa ha avuto un prezzo: un delicato intreccio di cicli biologici codipendenti è giunto al collasso, la composizione chimica e la temperatura dei mari e dell’atmosfera stanno cambiando, le correnti oceaniche e i venti di alta quota stanno prendendo nuove direzioni, le calotte polari si sciolgono, le foreste pluviali scompaiono, il livello delle acque si innalza, la biodiversità sta precipitando. La Gerusalemme celeste, ancora inabitata, appare già piuttosto fatiscente.

Il decorso di questi processi naturali è quello previsto dagli studiosi, ma è decisamente più rapido di quanto anticipato dai modelli. Teniamoci pronti: anche gli stadi successivi del riscaldamento globale seguiranno curve già note in partenza, ma la rimozione, il negazionismo e la strumentalizzazione politica rischiano di farsi talmente clamorosi che la verità nuda, osservabile, scientificamente comprovata, potrebbe faticare a imporsi. Sotto gli occhi di tutti, insomma, si consuma una catastrofe. Eppure Homo sapiens, inteso come organismo, non ha nulla di speciale: il suo influsso sui destini del pianeta che lo ospita sarà solo una breve parentesi.

Dopo il nostro passaggio su questa terra saranno i microrganismi a farla da padrone, com’è stato prima del nostro avvento: dal loro punto di vista noi mammiferi siamo tutt’al più dei supporti da parassitare. Sennonché Homo sapiens sente di essere il fulcro del creato, il metro di misura, il signore e padrone della natura: un pensiero che nel quadro complessivo dell’evoluzione non manca di ironia. Sembra davvero convinto che tutti gli esseri viventi debbano prosternarsi al cospetto della sua incomparabile maestà. Esaminato in una luce più sobria, Homo sapiens si rivela per quello che è: un incorreggibile primate che insiste nel sopravvalutarsi, uno snodo tutt’altro che essenziale in un sistema di sistemi che la tradizione occidentale chiama «natura». In termini biologici è un ultimo arrivato, che oggi troviamo alle prese con il ciclo vitale tipico di tutte le specie innovative: massima propagazione, degrado delle risorse, collasso sistemico. La stessa fine che ha fatto l’impero romano. Il soggiogamento della natura è uno dei passaggi cruciali di questo dramma in corso, ma forse in un senso diverso da quello che credevamo.

Da molto tempo, ormai, il dominio è parte dell’intreccio che definisce il nostro modo di pensare e di agire. Tanto che sembra un aspetto autoevidente della vita umana in genere. Eppure è un esito che ha poco di scontato: le vicissitudini di quell’impresa sono più avventurose di molti romanzi. L’idea di soggiogare la natura ha messo radici in un’area geografica e culturale estremamente circoscritta, e per secoli è rimasta confinata in quell’ambito ristretto, prima di assurgere a una vita nuova su scala incomparabilmente più grande. A propagarla nel mondo sono le imbarcazioni, i libri e i cannoni degli europei. Gli illuministi hanno elevato il dominio sul mondo naturale a vocazione suprema dell’uomo.

Gli ingegneri e gli scienziati hanno compiuto passi da gigante verso un futuro di gloria (o sarà parso loro). Capitalisti e comunisti, senza distinzioni, hanno letteralmente dichiarato guerra alla natura, confondendo l’ideale del dominio con la ragion di Stato. In questo libro cerco di ricostruire la strabiliante storia di un delirio di onnipotenza, dai suoi primordi all’epoca aurorale delle prime civiltà storiche, fino al suo inesorabile declino sulla scia della catastrofe climatica.

Da “La natura sottomessa” di Philipp Blom, Marsilio, 352 pagine, 22 euro

 

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