Le triangolazioni in AsiaEcco come l’Occidente importa il petrolio russo aggirando le sanzioni

Un rapporto del think tank Crea di Helsinki spiega il sistema di «riciclaggio»: le esportazioni russe di greggio sono aumentate del 140% verso Cina, India, Turchia, Emirati Arabi Uniti e Singapore, i quali a loro volta vendono i prodotti raffinati ai Paesi che hanno imposto lo stop. Nel primo anno di guerra l’Italia ha comprato dalle cinque potenze 1,9 milioni di tonnellate di carburanti

(La Presse)

Nell’ultimo anno, i ricavi da gas e petrolio delle aziende russe sono scesi costantemente. Nell’aprile del 2022 Mosca fatturava oltre 1,1 miliardi di euro al giorno da fonti fossili, oggi la metà. Ma non tutto sta andando come immaginavano i governi occidentali, quando hanno imposto le sanzioni contro il Cremlino. Il motivo è che proprio quei Paesi democratici, Italia inclusa, che hanno comminato le ritorsioni economiche contro Vladimir Putin sono diventati allo stesso tempo protagonisti di un massiccio sistema di aggiramento delle sanzioni contro il petrolio russo.

Ne parla il Corriere, citando un rapporto del Centre for Research on Energy and Clean Air (Crea) di Helsinki, un think tank che nell’ultimo anno si è dedicato allo studio dell’export di materie prime dalla Russia. Quel che sta accadendo è tecnicamente legale, non ci sono operazioni clandestine o false fatturazioni. Ci sono però triangolazioni con i grandi Paesi emergenti, che permette a Unione europea, Gran Bretagna, Australia, Stati Uniti e Giappone di violare nella sostanza le misure sul petrolio russo. Se l’intenzione era ridurre le entrate con cui il Cremlino finanzia la guerra, i Paesi democratici stanno agendo in contraddizione con i loro stessi obiettivi.

Dall’avvio dell’aggressione all’Ucraina, le quantità trasportate dalle petroliere prevenienti dai porti russi esplodono del 140% verso cinque Paesi che non applicano le sanzioni: Cina, India, Turchia, Emirati Arabi Uniti e Singapore. In parallelo, questi cinque Paesi aumentano fortemente le spedizioni di prodotti raffinati – diesel gasolio e carburante per aerei – verso tutti i principali Paesi che, invece, tengono la Russia sotto sanzioni.

Le spedizioni di derivati del petrolio dalla Cina verso i sistemi democratici sono cresciute nell’ultimo anno del 94%; quelle dalla Turchia del 43%; quelle da Singapore del 33% e dagli Emirati Arabi Uniti del 23%. Nel complesso, nel primo anno di guerra, avviene quello che il centro studi Crea definisce un «riciclaggio» del greggio russo attraverso le potenze emergenti e verso le democrazie, con un aumento delle vendite di prodotti raffinati per 10 milioni di tonnellate e 18,7 miliardi di euro.

Gran parte dell’aumento si registra dopo il 5 dicembre scorso, quando scatta l’embargo europeo e le democrazie del G7 indicano un tetto di 60 dollari al barile per l’acquisto di greggio russo per chi non applica le sanzioni. Fra il 5 dicembre e il 24 febbraio scorso le democrazie importano quasi 13 milioni di tonnellate di prodotti raffinati dai Paesi che Crea definisce «riciclatori», per 9,5 miliardi di euro.

Nel primo anno di guerra l’Italia ha comprato da quelle cinque potenze emergenti 1,9 milioni di tonnellate di carburanti, in buona parte derivati da greggio russo. Ma i primi di questa classifica sono (nell’ordine) Australia, Stati Uniti, Giappone, Gran Bretagna, Olanda e Francia.

Il centro studi Crea ha un suggerimento: proibire l’import in Europa di carburanti da raffinerie che ricevono greggio russo o costringerle a documentare l’origine.