Racconto #3Un caffè con il reporter Evandro Teixeira e l’architetto Oscar Niemeyer, ricordando il Brasile

Il terzo appuntamento delle avventure di Jack Piper, giornalista investigativo in viaggio da molti anni a caccia di storie… nella cucina SEI disegnata da Marc Sadler per Euromobil

Illustrazione di Victoria Krylov

Si muoveva a fatica. L’età, pensavo. Stava lì, immobile, nel mezzo di Largo do Boticàrio che è barocco, colorato, trasandato. Venti, trentacinque minuti così. All’improvviso: click. Roteando il busto di tre gradi, la Leica incollata al viso. Pensavo: mah, chissà. Il giorno dopo mostrava le foto. Una meraviglia. Colpo d’occhio, grazia. Nella luce, nell’inquadratura, nei personaggi, nelle espressioni. Emotività e umanità come respiri per ogni fotogramma.

Evandro Teixeira. Reporter. Brasiliano, bahiano, trasferito a Rio de Janeiro da una vita. Lunga e carica di incontri felici, momenti drammatici, scatti celebri. L’ho conosciuto un secolo fa, anni Ottanta. Lavorammo insieme per un reportage sui caratteri di quella città magnifica e tremenda, capace di strapazzare i sentimenti a furia di contraddizioni. I nostri tour: interminabili. Luoghi, certo. Soprattutto le persone. Celebri e anonime. Autorevoli, divertenti, commoventi. A furia di fare marciapiede, conosceva chiunque. Ogni cento metri, un incontro, un racconto da conservare e tramandare. Le parole, affettuose, sempre. Ironiche senza cattiveria. Evandro è un uomo buono.

Non lo vedo da anni. Lo penso spesso, come adesso, mentre passo le mani sul piano di granito della mia “Sei”, la mia adorata cucina, brasiliano come lui, carioca come il suo spirito. Granito Copacabana. Basta la parola. Pao de Acucar, Dois Irmaos… Morros. Verruche enormi, giganti addormentati, curve alte del paesaggio. Il segno più forte di Rio, come disse Oscar Niemeyer che a Copacabana aveva lo studio. Evandro mi portò a bere un caffè insieme al grande architetto. 

Una terrazza sull’oceano, la salsedine sui serramenti, nell’aria, nel naso. Niemeyer aveva ottant’anni. Una sigaretta via l’altra: “La natura qui è l’elemento più forte. Automobili, palazzi, porcherie. Niente da fare. Vince lei”. Copacabana allora, Copacabana ora. Sfioro le striature del granito. Sembrano fiumi di lava, geroglifici di una lingua ignota, segni forti e brasiliani, anche questi. 

Era il compleanno di Evandro. Lo chiamai al telefono. Roca la voce. Disse: “Osvaldo chiede di te, ti aspetta alla finestra”. Disse: “Hai imparato a cucinare la rabada?”. Rabada: coda del bue. È il suo piatto preferito. Divenne anche il mio a furia di mangiarlo. Dai e dai, sono riuscito a farmela preparare dal macellaio. Sta qui, sul granito Copacabana come un componente straniante della cucina. La ricetta la so a memoria: passare la coda con un limone, farla soffriggere con cipolla, un po’ d’aglio, pepe, cuocerla in una pentola a pressione per 40 minuti e poi unire una foglia di alloro e ad abbondante “agriao”. È una verdura amara, leggermente piccante. Trovarla qui: impossibile. Userò il crescione, magari con un pizzico di peperoncino.

Fu Osvaldo a insegnarmi come preparala. Fa il panettiere. Proprietario di un enorme rivendita affacciata sulla Visconde de Pirajà, a Ipanema. Un bancone a forma di “U” per servire decine di persone che entrano, chiacchierano, se ne vanno. Lui, alla finestra, ecco. Spalancata sul panificio a quattro metri di altezza. L’aveva fatta aprire dopo aver acquistato l’appartamento al primo piano, sopra il negozio. Seduto in poltrona guardava giù, si godeva il viavai dei clienti. Evandro mi aveva portato da lui, certo di farmi divertire. Infatti. 

Osvaldo sistemava altre due sedie di fronte alla finestra dava il via allo spettacolo. “La vedi quella signora mora, elegante? È un’artista. Dipinge. Un unico soggetto: l’organo sessuale femminile…Ah eccolo lì. Quello che chiacchiera con tutti… è Joao Saldanha, famoso giornalista sportivo. Anche allenatore, persino della Nazionale brasiliana. Una sagoma”. Osvaldo si mise a urlare: “Ohi, Joao, ho qui un tuo collega che vuole conoscerti”. Gesù. Evandro fece un cenno, Osvaldo chiuse la finestra. Disse: “Ora di mangiare”. 

La stanza sul retro dell’appartamento con vista negozio era collegata da una scala a chiocciola direttamente all’interno di un ristorante. “Zè Carlitos”. Da non credere: scendevi e arrivavi dritto davanti ad un tavolo tondo. Già occupato. Da Joao Saldanha, arrivato prima di noi, girando l’angolo una volta uscito dal panificio. Camicia bianca, occhi vispi, una sigaretta via l’altra, pure lui. La rabada in arrivo, senza bisogno di ordinazione. Evandro si incaricò della presentazione: “Questo è il mio amico Jack, un vero personaggio”. Lui, porgendomi la mano: “Ma certo ci conosciamo da anni. Jack, carissimo, come va?”. 

Lo guardavo sbalordito. Lui, imperterrito, raccontava: “Ci siamo conosciuti a Berlino, nel ’79, una grande serata, grande bevuta. Ricordi, Jack?”. Evandro gli dava corda, sorridendo. Osvaldo teneva d’occhio me che annuivo come un idiota. Saldanha non si fermava più. Aneddoti, una raffica, vissuti insieme a Berlino, a Londra, Istanbul, Roma. Partite di calcio e interviste memorabili; colleghi e campioni. Una vita insieme che non avevo vissuto mai. 

Evandro lo interruppe. Disse, guardandomi: “Forse non sai che il nostro Joao, tifoso scatenato del Botafogo, dopo una partita persa per una papera del portiere, a quel portiere sparò in una gamba. Un colpo di pistola, pam! Convinto fosse stato pagato per far passare il pallone”. Saldanha scuoteva la testa: “Oh Evandro, ma cosa dici? Jack era presente quella sera. Fu lui ad aiutarmi a scappare. Un brindisi, al nostro momento migliore!”. Perso e preso da quell’abisso meraviglioso di fantasia, cercai di fare la mia parte: “Ma certo, saltammo su un taxi, ce ne andammo a bere batida fresca a Barra da Tijuca…”. Joao mi fissò pensieroso: “Ma no, Jack. Prendemmo un aereo notturno per San Paolo. La tua memoria perde i colpi, maledizione”. Lo ammisi. Brindammo un’altra volta.  

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