Alternativa democraticaIl silenzio degli schleniani e l’impasse dei riformisti del Pd

Non mancano le idee né le persone per iniziare una battaglia nel partito contro le posizioni politiche della neosegretaria. Manca però un leader capace di raccogliere il malcontento dei tanti esponenti che tacciono in attesa di nuovi sviluppi

Unsplash

Che lo spostamento a sinistra del Pd di Elly Schlein ponga il problema della permanenza nel partito dei riformisti di rito veltroniano, post-migliorista, cattolico democratico, draghiano e chi più ne ha più ne metta è un fatto non solo inoppugnabile ma anche abbastanza scontato. Con l’articolo apparso ieri su Repubblica a firma di Enrico Morando, Stefano Ceccanti e Giorgio Tonini si è fissata nero su bianco la questione finora rimasta sotto traccia dopo le primarie vinte da Schlein: chi riempie questo vuoto? 

Sui temi istituzionali (stante il semi-aventinismo della segretaria) come sui temi sociali (che fine ha fatto il tema decisivo della produttività?) per i tre firmatari si tratta di riprendere un cammino che a loro dire è stato interrotto, il cammino aperto nientemeno che al Lingotto, così come appare smarrita l’idea della vocazione maggioritaria: non solo, ma questo lo aggiungiamo noi, per colpa di Elly ma già di Nicola Zingaretti e Enrico Letta. 

Dunque, Schlein faccia Schlein, ma ci vuole qualcuno che faccia la sua parte se non in opposizione almeno in modo dialettico all’azione della giovane leader. L’unanimismo non è mai servito a niente. Il vuoto c’è e si vede. D’altronde, se non ci fosse, Enrico Borghi o Carlo Cottarelli starebbero ancora il primo nel Pd e il secondo nel gruppo parlamentare. Il rischio è che se nessuno lavora a una componente alternativa a quella della segretaria ci potranno essere altri abbandoni un po’ da tutte le parti magari intrecciandosi con vicende personali come quella di Piero De Luca, figlio del Governatore della Campania, che non verrà confermato vicepresidente del gruppo dei deputati, un evidente segnale diretto al padre. 

Poi ci sono malesseri più o meno espliciti, da Marianna Madia a Simona Bonafè a Lia Quartapelle, c’è il silenzio di Enzo Amendola, le osservazioni di Piero Fassino, c’è sempre l’attenzione critica di Lorenzo Guerini. È pieno di parlamentari che non si trovano bene nei gruppi. Non si sa chi decide – dicono. E il nuovo gruppo dirigente non si vede e non si sente. Qualcuno lascia silenziosamente, potremmo fare nomi magari non di prima fila. 

Da qualche parte è stata fatta uscire un’indiscrezione, assolutamente non confermata, anzi, circa un atteggiamento critico di Paolo Gentiloni verso il nuovo corso: il commissario europeo ha ben altro da pensare ma la voce non è che suoni male. Si va verso un appuntamento prima dell’estate aperto all’esterno per dare una fisionomia e forse anche una direzione politica a questi malesseri, una reunion riformista che vada oltre le solite chiacchiere, ma bisogna prima capire una cosa, anche se non è davvero il momento giusto per discuterne: che ruolo avrà Stefano Bonaccini nella reunion dei critici di Elly a cui si sta lavorando? 

Al momento, mentre la sua Emilia-Romagna è flagellata, è chiaro che la questione non si pone, ma il punto è chiarire se i riformisti vogliono davvero riaprire la battaglia politica, nel senso alto del termine, oppure continuare a lamentarsi. Perché l’alternativa, come dice Arturo Parisi, non può essere tra l’applauso e l’uscita. Non sono le idee che mancano ma chi ha voglia di guidare un’alternativa di contenuti a quelli di Elly Schlein. Qui è l’impasse dei riformisti del Pd. E nessuno sa bene come uscirne.

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter