TeleMeloniSchlein si disinteressa della Rai e contribuisce alla fine delle illusioni draghiane

La segretaria del Partito democratico è stata esclusa dalla partita per la nuova stagione del servizio pubblico. L’emittente di Stato non è più un sistema lottizzato dai partiti, ma è diventato un collegio uninominale: chi vince le elezioni prende tutto

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L’Aventino vero del Pd è sulla Rai. Altro che riforme istituzionali. Per la verità il partito di Elly Schlein appare fuori da tutti i dossier che contano ma diciamo pure che ci sta anche il fatto che al Nazareno è insediata da poco. Ma sulla Rai il problema è particolarmente urgente perché l’Aventino schleiniano pare dettato da un distacco tra l’aristocratico e il gruppettaro – spesso le due cose non si contraddicono – come a non volersi sporcare le mani con una realtà che da sempre è una tela del ragno di poteri e sottopoteri. 

Si rischia l’errore di Pier Luigi Bersani quando il suo Pd volle fare bella figura mandando in consiglio d’amministrazione “quelli con lo zainetto”, Benedetta Tobagi e Gherardo Colombo, che sbarcavano da Milano a viale Mazzini senza nulla sapere di servizio pubblico. Con Schlein la storia rischia di ripetersi e in peggio. Perché la strage delle illusioni draghiane suona come l’ultima e più clamorosa conferma della irriformabilità della Rai. Cacciato Carlo Fuortes sostanzialmente con un decreto, per la presa della Bastiglia di Saxa Rubra da parte della destra è questione di giorni. Nulla fermerà l’assalto. Si dice: è sempre stato così. 

Naturalmente è vero, da sempre la Rai è come un serpente che cambia pelle a ogni elezione politica di volta in volta prona davanti al vincitore di turno. Però stavolta ci sono due differenze con il passato non da poco. Adesso siamo oltre la famigerata spartizione tra i partiti, famigerata sotto tanti aspetti ma teoricamente giustificabile in quanto il servizio pubblico in ultima analisi non può non rispondere al potere politico, al Parlamento, al Governo: e dunque ci si divideva la torta – spesso e volentieri anche con un occhio alla qualità, pensate.

Ora il panorama è cambiato. La Rai è come un collegio uninominale: chi vince prende tutto e a chi perde al massimo va qualche briciola. La seconda differenza è che in questo modo si va instaurando un dominio totale della destra su tutta la televisione nazionale: la Rai a Fratelli d’Italia e un discreto pezzo alla Lega; e Mediaset ovviamente a Berlusconi. Questa non è una sintesi ideologica della situazione, è un dato di fatto. 

La questione ancora più seria è che la prossima conquista editoriale da parte della destra (Tg1, Tg2, Rai News24, Tgr, Rai Parlamento, Gr) si andrà a saldare con il completo controllo del cuore aziendale, cioè della corporate, già da tempo in mano a dirigenti di destra (dal Marketing al Personale al Coordinamento dei palinsesti), il tutto senza un’idea della mission del servizio pubblico in una fase storica di gigantesche trasformazioni. Insomma, in Francia il governo ha fatto gli Stati generali dell’informazione ponendosi obiettivi ambiziosi, qui palazzo Chigi piazza gli amici e stop. 

Ora, è mai possibile che il Pd, primo partito di opposizione, non si occupi dell’unica azienda culturale e informativa pubblica? Lasciamo stare, lo scriviamo ormai su ogni questione, il Movimento 5 stelle che sulla Rai ha l’unico problema di salvare quella decina di giornalisti più o meno amici di Rocco Casalino, e non sapremmo cosa dire di Italia viva e Azione che dopo il fallimento di una politica peraltro non chiarissima nell’éra Renzi (ricorderete la coppia Maggioni-Campo Dall’Orto che era partita con grandi propositi presto annichiliti) ha riposto questo dossier nel cassetto. Il silenzio tombale del Pd impressiona di più non solo perché a viale Mazzini e a Saxa Rubra ci sono molti lavoratori, tecnici, giornalisti, amministratori che hanno votato per un partito che semplicemente li ignora ma perché un grande partito che si definisce progressista e riformista non può limitarsi a fare qualche telefonata allo scopo di racimolare un invito nei talk, dieci secondi nei pastoni dei telegiornali o qualche promozione a caposervizio dell’amico di questo o di quello. 

Il Pd, semplicemente, non c’è: e dunque non può sfidare il governo, alla vigilia del rinnovo del contratto di servizio, a dire se ha uno straccio di idea. Intanto la qualità soprattutto dell’informazione Rai scade e inquina il dibattito pubblico, massimo esempio il talk di Bianca Berlinguer che continua a imperversare con i vari Baby Orsini e Mauro Corona che probabilmente, per motivi imperscrutabili, resterà anche nella prossima  stagione mentre verrà falcidiato uno come Fabio Fazio che fa ascolti e porta soldi ma dà fastidio. 

L’isola del Tg3, che non è di sinistra ma solo più professionale, viene gabellata come l’eterno contentino per dire: vede, una fettina di torta va anche a voi – mentre tutto il menú se lo pappano loro. Il Pd schleiniano insomma nel pur comprensibile assillo di darsi una propria agenda sembra dimenticare di seguire quella del Paese chiudendosi in una specie di autoreferenziale estraneità a dossier decisivi mentre gli altri si prendono tutto. E quando al Nazareno prima o poi qualcuno se ne accorgerà sarà troppo tardi.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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