Volere, volareLa cessione di Ita a Lufthansa deve essere un punto di partenza, non di arrivo

La società tedesca ha acquisito il quarantuno per cento della vecchia compagnia di bandiera. Per far sì che compri anche la quota restante, la politica deve evitare di immischiarsi in problematiche che solo una sana gestione economica potrà risolvere. L’editoriale dell’Istituto Bruno Leoni su Linkiesta

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Contro le aspettative di molti, il governo ha finalmente sbloccato la partita per la cessione di Ita Airways, con la vendita del quarantuno per cento della compagnia al gruppo Lufthansa per 325 milioni di euro. Si tratta di un passaggio importante che lascia sperare che l’infinito travaglio di Alitalia sia finalmente prossimo a una conclusione. Non è la prima volta che la compagnia di bandiera viene “privatizzata” dopo averne ripulito il bilancio a carico dello stato. Avvenne nel 2008 col piano fenice dei “capitani coraggiosi” e poi ancora nel 2014 con l’ingresso di Etihad.

Perché entrambi questi esperimenti si sono rivelati fallimentari? Per due ragioni. La prima è l’orgoglio nazionalistico, con cui la politica ha condizionato gli azionisti pretendendo che il vettore fosse gestito come una realtà del tutto indipendente. Ciò ha impedito di ragionare sull’integrazione all’interno di un gruppo più ampio e ha reso Alitalia (nelle sue varie declinazioni societarie) troppo piccola per essere grande e troppo rigida per essere una dinamica low cost. La seconda motivazione va cercata nella pretesa della politica di fare sempre il bello e il cattivo tempo, approfittando della necessità delle diverse compagini azionarie di mantenere buoni rapporti col governo stesso. 

Ora le cose sono potenzialmente diverse. L’interlocutore non è più né una compagine di privati senza esperienza nel settore, né un operatore professionale extra europeo che in quanto tale non poteva acquisire la maggioranza. Lufthansa, al contrario, è un grande gruppo europeo che può dare un ruolo alla ex Alitalia all’interno di una strategia più ampia. Al tempo stesso, Lufthansa ha le spalle abbastanza larghe per tirare dritto senza dover chiedere il permesso alla politica prima di compiere qualunque passo. Infine, davvero questa può essere l’ultima chance: se neppure Lufthansa avrà successo, a quel punto il vettore sarà considerato da chiunque intoccabile e radioattivo. 

Il governo è stato coraggioso a scegliere l’offerta di Lufthansa, che è più promettente ma più rischiosa politicamente nel senso che comporta inevitabilmente una graduale uscita, formale e sostanziale, dello stato dagli aerei. È quindi necessario spingere e vigilare sugli ulteriori sviluppi: l’accordo appena raggiunto non è un punto di arrivo ma uno di partenza. L’operazione lascia a Lufthansa la possibilità di esercitare un’opzione per un ulteriore pacchetto del quarantanove per cento del capitale. È importante che tale eventualità di concretizzi. A quel punto lo stato manterrebbe ancora il dieci per cento di Ita e anche quello dovrebbe essere alla fine alienato.

A Giorgia Meloni va riconosciuto il merito di aver invertito la scelta di Mario Draghi, il quale aveva preferito l’alleanza operativa con Air France all’operazione industriale di Lufthansa. Adesso bisogna arrivare fino in fondo.