Escalation della tensioneLa Cina aumenterà la pressione politica su Taiwan ancora a lungo

Pechino punta a riannettere Taipei, anche con la forza, vista l’importanza che l’isola ricopre nell’economia globale. Almeno fino alle elezioni di gennaio 2024 dobbiamo aspettarci frizioni continue tra i due Paesi

AP/Lapresse

Questo articolo è stato originariamente pubblicato sul numero 56 di We – World Energy, il magazine di Eni

Il 2023 sarà probabilmente caratterizzato da tensioni nello Stretto di Taiwan. Nonostante i toni più distesi di Xi Jinping al vertice dei G20 di Bali a novembre 2022, la linea definita lo scorso anno in occasione del XX Congresso del partito comunista ci induce ad aspettarci un atteggiamento decisamente diverso da parte della Cina. Pechino ha una visione molto più cupa del contesto internazionale rispetto a cinque anni fa. Le dichiarazioni trionfali circa il “consolidato posizionamento di vertice in Oriente” della Cina e la ricchezza di opportunità strategiche a disposizione hanno lasciato il posto all’enfasi sui rischi e sulle sfide che il paese deve fronteggiare. E, a detta di Xi, per affrontare tali problematiche occorre “combattere”, vale a dire proteggere con decisione gli interessi della Cina all’estero.

La competizione con gli Stati Uniti sul fronte geopolitico è tuttora il principale fattore di influenza sulla politica estera della Cina. Pertanto, è probabile che Pechino continui a esercitare pressioni su Taiwan in ragione delle prossime elezioni presidenziali (a gennaio 2024) e delle relazioni sempre più strette del paese con Stati Uniti, Europa e altri partner affini in tutto il mondo. Si assiste a un’evoluzione dello status quo nello Stretto di Taiwan e a un aumento delle tensioni che rendono la situazione sempre più instabile. Un conflitto aperto non sembra imminente, ma al contempo non è più un’eventualità inverosimile. L’Europa deve essere consapevole delle dinamiche in atto e iniziare a prepararsi ai possibili sviluppi futuri.

Un’escalation delle tensioni
Con ogni probabilità le tensioni nello Stretto di Taiwan hanno raggiunto il culmine negli ultimi mesi, ma in realtà sono in aumento da anni alla luce della retorica e dell’approccio più risoluti di Pechino rispetto alle relazioni tra le due sponde dello Stretto. Quando si tratta di Taiwan, l’obiettivo ultimo e la strategia generale delle autorità cinesi sono rimasti invariati per decenni. L’obiettivo è la “riunificazione nazionale” tramite l’incorporazione di Taiwan nella Repubblica Popolare Cinese e, sebbene Pechino preferisca la soluzione pacifica, non rinuncia all’uso della forza. Tuttavia dal 2013, anno in cui Xi Jinping è salito al potere in Cina, i rapporti tra Pechino e Taipei si sono rapidamente deteriorati. Soprattutto dopo l’elezione del presidente Tsai Ing-wen del Partito progressista democratico (PPD) a Taiwan nel 2016, il quale si è espresso in maniera più netta contro la riunificazione di Taiwan e Cina continentale.

Da allora, i toni di Pechino si sono fatti decisamente più decisi. Ne è un chiaro esempio il discorso tenuto da Wang Yi alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco di quest’anno. Infatti, in risposta alla richiesta di rassicurare il pubblico circa l’assenza di rischi di un imminente attacco militare di Pechino contro Taiwan, il capo della diplomazia cinese, Wang Yi, ha affermato: “Taiwan non è mai stato un paese e non lo diventerà in futuro”. Si è trattato di un’ulteriore prova della crescente intransigenza delle autorità cinesi sulla questione. Anche i canali di comunicazione tra Taipei e Pechino si sono pressoché chiusi. E la pressione militare su Taiwan è aumentata in modo esponenziale. Nel 2022 oltre 1.600 aerei dell’Esercito popolare di liberazione (PLA) sono entrati nella zona di identificazione per la difesa aerea (ADIZ) di Taiwan e oltre 500 hanno superato la linea mediana nello Stretto.

La visita a Taiwan nell’agosto del 2022 di Nancy Pelosi, speaker della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, ha segnato un punto di svolta stabilendo un nuovo benchmark per le pressioni militari della Cina su Taiwan. Infatti, la risposta del PLA è stata rapida e coordinata: attorno a Taiwan si sono svolte esercitazioni a fuoco vivo, numerosi aerei sono entrati nell’ADIZ di Taiwan e hanno superato la linea mediana e sono stati testati dei missili balistici tradizionali, uno dei quali è stato il primo a sorvolare lo spazio aereo taiwanese. Neppure la ritorsione diplomatica di Pechino si è fatta attendere: la Cina ha prontamente imposto divieti di importazione e interrotto il dialogo con gli Stati Uniti.

Il cambiamento più drastico nell’approccio di Pechino, tuttavia, emerge dalle prospettive di Taiwan post “riunificazione”, come delineato nel libro bianco su Taiwan pubblicato ad agosto 2022. La precedente offerta di una “soluzione più flessibile” che prevedeva “un paese, due sistemi” e avrebbe consentito a Taiwan di mantenere a lungo il sistema capitalista e impedito al governo centrale di stanziare truppe o inviare personale amministrativo a Taiwan non è più valida. Per contro, in linea con il modello di amministrazione imposto a Hong Kong, il nuovo libro bianco si limita a promettere che Taiwan potrà mantenere l’attuale sistema sociale e godere di un alto grado di autonomia come regione amministrativa speciale “in conformità alla legge”.

Come già a Hong Kong, in tal caso le politiche e la legislazione di Pechino avrebbero carattere prevalente e la maggior parte delle libertà di cui gode attualmente Taiwan verrebbe meno. Questa nuova posizione riflette la rinnovata volontà di Pechino di concludere con urgenza quella che è vista come una “missione storica” del Partito comunista cinese (PCC) e la rinnovata fiducia nella capacità della Cina di portare a termine detta missione, nonché la crescente preoccupazione che gli Stati Uniti stiano costruendo una coalizione di paesi per contenere l’ascesa della Cina e limitare le ambizioni di Pechino. In ogni caso, il comportamento più aggressivo del governo cinese comporta anche un aumento della presenza statunitense nella regione e porta i paesi dell’area ad allinearsi sempre più con Washington al fine di scoraggiare Pechino, o quantomeno di garantirsi un posizionamento migliore in caso di conflitto. Basti pensare ai nuovi accordi di cooperazione in materia di sicurezza tra gli Stati Uniti, le Filippine e il Giappone.

Una competizione tra Cina e Stati Uniti sempre più accesa
L’evoluzione della posizione di Pechino avviene in un contesto caratterizzato da una competizione sempre più accesa tra Stati Uniti e Cina e dal cambiamento delle dinamiche geopolitiche nell’Indo-Pacifico. L’attacco della Russia all’Ucraina e la reazione della Cina al conflitto non hanno comportato solo la risposta di Stati Uniti, UE e NATO. Si assiste, infatti, anche a una maggiore unità in seno alla NATO e a un avvicinamento dei paesi euro-atlantici agli alleati e partner nell’Indo-Pacifico. Inoltre, le lezioni apprese dalla guerra hanno portato la questione Taiwan più in alto nell’elenco delle priorità dei governi occidentali, i quali temono di essere colti impreparati dall’eventuale scoppio di un conflitto nello Stretto di Taiwan. Di conseguenza, il confronto sul futuro delle relazioni tra le due sponde dello Stretto è ormai all’ordine del giorno a Washington.

Nel frattempo, le probabilità che Pechino riesca a convincere la popolazione di Taiwan a sostenere la “riunificazione” continuano a diminuire. Sempre meno taiwanesi si identificano come cinesi (il 2,4 percento nel 2022 rispetto al 3,3 percento nel 2013) o si dicono favorevoli a qualsiasi forma di unificazione con la Cina continentale (~6,5 percento nel 2022 rispetto al ~11 percento nel 2013). La prospettiva di un modello simile a quello di Hong Kong dopo la riunificazione non invertirà questa tendenza alla luce della dura repressione del modello sociale e politico di Hong Kong. Le opzioni di Pechino sono quindi sempre più limitate: pressioni e intimidazioni o azione militare vera e propria. Un’azione militare per riconquistare Taiwan sembra al momento improbabile. Nonostante i continui aumenti della spesa militare, l’ultimo dei quali (+7,2 percento rispetto all’anno precedente) è stato annunciato all’Assemblea nazionale del popolo di quest’anno, la capacità militare di Pechino è tuttora limitata. Inoltre, le autorità cinesi terranno conto della necessità di assicurare la stabilità in una fase di crisi sul fronte interno e del fatto che il contesto internazionale teso potrebbe favorire una rapida escalation e lo scoppio di un conflitto di portata più ampia, potenzialmente ingestibile per Pechino. La pronta reazione del PLA alla visita della speaker Pelosi a Taiwan ad agosto, tuttavia, ha chiarito che i vertici politici e militari cinesi sono sempre più inclini a effettuare interventi dimostrativi – pur senza far scoppiare una guerra – per esprimere disappunto, scoraggiare azioni simili in futuro e, soprattutto, ripristinare lo status quo.

In sintesi, la linea più offensiva di Pechino potrebbe diventare la nuova norma. In tal caso, la stabilità nello Stretto di Taiwan verrebbe messa in forte rischio. Taiwan dovrebbe affrontare ulteriori sfide per preservare la capacità di controllo su acque e spazio aereo circostanti e fare i conti con l’incertezza circa le reali intenzioni della Cina ove dovessero svolgersi altre esercitazioni militari su larga scala.

È improbabile che Pechino abbia fissato delle tempistiche per il ricorso all’azione militare, ma la sua risposta sarà adeguata al contesto internazionale e ad altri fattori esterni e interni. L’instabilità dello status quo aumenta, la competizione tra Stati Uniti e Cina si fa via via più accesa e una riunificazione pacifica appare sempre meno probabile. Non si esclude, quindi, che Pechino veda l’intimidazione come l’unica opzione disponibile. Il rischio di un’escalation, intenzionale o meno, diventa fin troppo reale.

Le implicazioni profonde di un conflitto per l’Europa
Gli attori stranieri dovrebbero quindi prepararsi a una maggiore incertezza nello Stretto di Taiwan e a un aumento del rischio di sconvolgimenti lungo le filiere e ritorsioni in ambito economico, nonché di sanzioni per motivi politici. L’importanza di Taiwan per l’economia globale va molto oltre il ruolo fondamentale del paese nella filiera mondiale dei semiconduttori (Taiwan produce circa il 65 percento dei semiconduttori e il 90 percento dei chip avanzati). Quasi la metà (circa il 40 percento) delle navi portacontainer globali passa attraverso lo Stretto di Taiwan; pertanto, eventuali chiusure al transito nella regione arrecherebbero un danno all’economia mondiale e quindi anche a Europa e Italia. Un recente report del Rhodium Group stima che un blocco navale a Taiwan costerebbe all’economia globale tremila miliardi di dollari. Si tratta comunque di una stima conservativa che non tiene conto né della potenziale imposizione di sanzioni e contro-sanzioni né di altri impatti secondari. Uno scenario in cui i paesi europei sono immuni all’impatto di un’escalation nello Stretto di Taiwan è quindi inverosimile.

La Cina, inoltre, valuta attentamente la risposta all’invasione russa dell’Ucraina e soppesa quale potrebbe essere la reazione occidentale a eventuali azioni contro Taiwan. Viste le sanzioni occidentali alla Russia, Pechino spinge per una maggiore autosufficienza e per ridurre la dipendenza dall’estero nelle aree strategiche che rende la Cina più vulnerabile a pressioni e sanzioni dall’esterno. All’Assemblea nazionale del popolo tenutasi a Pechino dal 4 all’11 marzo, Xi ha confermato l’impegno dei vertici del PCC ad accelerare l’attuazione delle misure volte a raggiungere l’autosufficienza in ambito scientifico e tecnologico. Tenuto anche conto degli sviluppi sul fronte politico, ad esempio dei controlli statunitensi sulle esportazioni di semiconduttori, la possibilità di una separazione in futuro non è più remota. Inoltre, uno scenario di escalation nello Stretto di Taiwan potrebbe porre fine al sistema internazionale basato su regole così come lo conosciamo; è infatti probabile che gli Stati Uniti e la Cina si affrontino ignorando le regole internazionali e costringendo gran parte dei paesi di tutto il mondo a schierarsi. Per l’Europa non sarà facile star fuori da un simile conflitto, ed è probabile che sia obbligata a prendervi parte a causa degli impegni presi con gli Stati Uniti e altri partner affini nella regione.

All’orizzonte ci sono le elezioni presidenziali negli Stati Uniti e a Taiwan, che si terranno l’anno prossimo. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, è difficile prevedere una drastica inversione di rotta in favore di un posizionamento più conciliante nelle relazioni con Pechino. Il sostegno a Taiwan rimarrà saldo e la concorrenza con la Cina non verrà meno sia in caso di conferma di Biden per un secondo mandato sia in caso di vittoria di Donald Trump o di un altro candidato repubblicano. Questo approccio gode di un forte supporto bipartisan. E a Taiwan non ci sono candidati alle presidenziali apertamente favorevoli alla riunificazione con la Cina continentale; Lai Ching-te, il probabile candidato del Partito Progressista Democratico (DPP) dell’attuale presidente Tsai, ha già espresso l’allineamento alla posizione del suo predecessore: Taiwan non ha bisogno di dichiarare l’indipendenza perché è già indipendente. Questa linea finora ha protetto Taiwan, ma è improbabile che sortisca lo stesso effetto in futuro alla luce del cambio di posizione di Pechino circa le relazioni tra le due sponde dello Stretto.

Francesca Ghiretti è analista delle relazioni bilaterali Ue-Cina presso il Mercator Institute for China Studies (MERICS), dove si occupa in particolare di investimenti e della presenza cinese nell’Europa meridionale.

Helena Legarda è capo analista presso il Mercator Institute for China Studies (MERICS). Si occupa in particolare delle politiche di difesa della Cina e della sua politica estera, e del loro impatto geopolitico.

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