Nelle mani di BidenL’attenzione di tutto il mondo sulla transizione energetica e politica degli Stati Uniti

La prova di forza in Ucraina che prelude a quella con Pechino, le profonde divisioni politiche interne sedate da un’economia che cresce più del previsto e, sullo sfondo, le elezioni presidenziali del 2024

AP/Lapresse

Questo articolo è stato originariamente pubblicato sul numero 56 di We – World Energy, il magazine di Eni

L’America del 2023 è esposta sulla politica estera: appoggia in modo consistente l’Ucraina per impedire che Mosca costruisca una sua sfera di influenza ai confini dell’Ue, rispolverando in modo cruento e fallimentare il mito zarista del Russkij Mir.

Washington non ha ancora definito l’end-game, ma intanto rende chiaro a Vladimir Putin che l’uso della forza nel Continente europeo, contro un Paese sovrano, non può avere successo. Al tempo stesso, Washington punta a dissuadere un eventuale, futuro attacco cinese a Taiwan. Contenere l’ascesa della Cina è la priorità strategica condivisa – forse l’unica – all’interno del mondo politico americano. La prova di forza in Ucraina costituisce un precedente per la vera competizione del secolo, quella con Pechino. Impedire la vittoria della Russia, considerata da Washington una potenza regionale in declino, indebolisce Mosca quale junior partner di Pechino, spezza i legami energetici fra Europa e Russia e riporta le alleanze occidentali sotto la guida americana, attraverso il rilancio della Nato e la costruzione in Asia di nuovi rapporti di sicurezza (il Quad con India, Giappone, Australia).

Questi obiettivi sono stati almeno in parte raggiunti nel primo anno di guerra. Nel secondo, Washington comincerà a chiedersi in che modo e in che tempi calibrare l’appoggio all’Ucraina e l’interesse primario per il fronte indo-pacifico: il dibattito sugli obiettivi finali della guerra, le risorse e i rischi tenderà a diventare più esplicito – e non è detto che gli interessi di Kiev e di Washington coincidano pienamente.

Come cambierà la politica estera
Questo tipo di approccio alla sicurezza internazionale non cambierà nei prossimi mesi, mesi in cui la guerra lunga in Ucraina prevedibilmente continuerà. Ma potrebbe modificarsi parzialmente nel 2024, dopo le prossime elezioni americane.

Per definizione, quindi, il 2023 è un anno di transizione per gli Stati Uniti. Joe Biden è l’ultimo presidente della sua generazione, formatasi nella guerra fredda. Ha una visione del primato degli Stati Uniti nel mondo, ritiene che l’alleanza con l’Europa sia necessaria alla “potenza indispensabile” per potere restare tale; crede che le democrazie occidentali, guidate da Washington, siano impegnate in una contesa sistemica e valoriale con le potenze autoritarie: tecno-democrazie contro tecno-autoritarismo, per usare una espressione del segretario di Stato Antony Blinken. Ma questa visione di politica estera non è più condivisa fino in fondo, né in un sistema politico fortemente polarizzato né da una parte crescente del pubblico americano. Le ali “radical” sia del partito repubblicano che di quello democratico sostengono, in modi diversi, che gli Stati Uniti dovrebbero occuparsi di più dei loro problemi interni e meno del sistema internazionale, con gli oneri che ciò comporta.

Una volta conclusa la guerra in Ucraina, Washington si concentrerà sulla competitività dell’America e sul teatro del Pacifico. L’incubo del Pentagono, del resto, è sempre stato quello di un conflitto simultaneo su due fronti, in Europa e in Asia, che metterebbe in seria difficoltà gli Stati Uniti. Il futuro presidente americano, chiunque sia, chiederà prevedibilmente all’Europa di assumere maggiori responsabilità dirette per la sicurezza e difesa del suo grande “vicinato” a Sud-est – dai confini orientali fino al Levante, dai Balcani e dal Mar Nero fino al bacino del Mediterraneo. Tutto questo indica che i rischi essenziali – per la stabilità degli Stati Uniti e il loro ruolo dominante in un sistema globale sempre più frammentato – non vengono solo dall’esterno ma anche dal fronte interno, dalle fratture del sistema politico.

Per Richard Haass, la fragilità interna della democrazia americana è il vincolo negativo più rilevante per la capacità degli Stati Uniti di restare alla guida di un sistema internazionale in cui la Cina ha un’agenda revisionista, una serie di medie potenze (dalla Turchia all’Iran) occupano i vuoti che si sono aperti e molte altre (India, Sud Africa) giocano su più tavoli, con allineamenti multipli. Lo conferma l’atteggiamento verso la guerra in Ucraina di parte del “Global South”. Da questo punto di vista, si può dire che Donald Trump non sia stato la causa, ma un sintomo, di divisioni profonde negli Stati Uniti, non certo sanate e destinate a riproporsi. Divisioni che Joe Biden riesce per ora a tenere sotto controllo anche grazie a un andamento dell’economia più incoraggiante del previsto. Partiamo quindi di qui, dallo stato dell’economia americana. Quali sono le previsioni possibili fra inflazione, politica monetaria e rischi di una recessione leggera a fine anno?

Economia first
Una storiella che va di moda a Washington è che, tra le due P, quella che conta davvero è la P di Powell, il capo della Federal Reserve, e non quella di Putin, che sta perdendo la sua scommessa neo-imperiale in Ucraina. Fino a questo momento, l’economia americana ha retto bene ai rialzi dei tassi. Secondo una versione ottimistica, la crescita è più forte e sana di quanto non si anticipasse nel 2022, mentre l’inflazione resterà contenuta, con le conseguenze del caso per la politica monetaria. Una seconda scuola di pensiero, sostenuta fra gli altri dall’eterno pessimista Larry Summers, è che la crescita è troppo forte, in realtà, rispetto alle risorse disponibili: questo significa che l’inflazione resterà comunque su livelli (3-4 percento all’anno) che produrranno nuovi rialzi dei tassi, con lo scenario di uno “slow-down” recessivo verso l’ultimo quarto del 2023.

Nella narrazione dell’Amministrazione Biden – ha scritto Alessandro Fugnoli su Aspenia – l’inflazione ha avuto cause esogene concentrate sul lato dell’offerta. Prima le strozzature nelle catene produttive dovute alla pandemia, poi il forte rialzo del prezzo delle materie prime e infine la guerra. In realtà questi effetti si sono già consumati; in particolare, il prezzo delle materie prime è tornato attorno ai livelli della fine 2021 e la guerra, a differenza che nel caso europeo, non ha prodotto effetti tangibili sull’economia americana. Soprattutto perché l’America, a differenza dell’Europa, non importa energia ma la produce: se l’Ucraina ha cambiato gli equilibri energetici globali, li ha cambiati a vantaggio dell’export americano di GNL, che è triplicato verso l’UE. In realtà, quindi, le cause dell’inflazione americana sono domestiche, non esterne. E hanno molto a che fare sia con l’eccesso di domanda creato dagli enormi stimoli fiscali decisi dalla Casa Bianca, sia con un mercato del lavoro particolarmente “tirato”. Infine, una delle cause decisive di inflazione è stato l’aumento del prezzo della benzina (oggi tornato a livelli accettabili per i consumatori americani), cui l’amministrazione ha risposto vendendo sul mercato circa metà delle scorte strategiche americane di greggio. Mentre è fallito – uno dei fallimenti più evidenti della politica estera di Biden – il tentativo di spingere l’Arabia Saudita ad aumentare la produzione di petrolio.

Resta che la crisi energetica, così importante per l’Europa, non è e non diventerà un problema per l’America e per le sue imprese, viste la varietà delle fonti a disposizione, i costi ridotti rispetto all’Europa (cosa che crea di per sé un gap di competitività) e i grandi incentivi varati, sotto forma di crediti fiscali, per sostenere l’industria nella transizione verde. Si tratta di quei 369 miliardi di sussidi previsti dall’Inflation Reduction Act (IRA), che l’Europa considera come una distorsione della concorrenza proprio in uno dei settori di punta (transizione green e digitale) che dovrebbero trainare la propria trasformazione industriale. Se la Nato ha ripreso a funzionare, il pilastro economico dei rapporti fra le democrazie occidentali resta precario. Una delle sfide del 2023, per i rapporti Europa-Stati Uniti, sarà di creare le condizioni per un accordo economico transatlantico sulla tecnologia e gli investimenti. Dalla Casa Bianca, tuttavia, è bene non aspettarsi grandi deroghe all’IRA (in parte l’industria europea le ha avute, ma solo in parte): le scelte di politica industriale, il “Made in America”, sono ormai radicate. La questione è fino a che punto avranno successo. Secondo un sondaggio recente di Washington Post/ABC, una larga maggioranza del pubblico americano disapprova la performance economica della presidenza Biden.

Dal punto di vista europeo, si tratta di trarre conclusioni coerenti: da un lato, i crediti fiscali di IRA aprono anche, assieme dei rischi, nuove opportunità per le imprese energetiche europee sul mercato americano delle rinnovabili; dall’altro, l’Europa non ha interesse ad innescare una corsa ulteriori ai sussidi (già rilevanti anche nell’UE) sui due lati dell’Atlantico. E dovrebbe rispondere, invece che con aiuti di stato nazionali, con fondi comuni europei. La differenza di spazio fiscale fra i paesi membri dell’UE tenderà infatti ad indebolire il mercato interno, la vera forza dell’economia continentale. È il punto, giusto, sollevato dall’Italia ma non appoggiato dalla Germania ai tavoli di Bruxelles.

Gli Stati, prima degli Stati Uniti
Siamo abituati, noi europei, a guardare a Washington per vedere gli Stati Uniti. Ma la realtà è diversa. Per capire in che direzione andrà l’America, nel 2023, bisogna anche guardare agli Stati, in particolare ai quattro Stati più popolati: California, New York, Florida e Texas. Messi insieme, producono un terzo del PIL nazionale. California e New York, come noto, hanno modelli fondati su tasse abbastanza alte e forte regolamentazione; l’opposto di Florida e Texas, che grazie a una tassazione molto bassa stanno attraendo imprese dalla California, mentre Miami sfila a New York settori della finanza e dei servizi. Il fallimento della Silicon Valley Bank accentuerà questi spostamenti.

A conferma della polarizzazione americana, California e New York sono guidati da governatori democratici, Florida e Texas da governatori repubblicani. In questi “mega-Stati”, come li definisce l’Economist, sono tre le cose da osservare nel 2023: gli spostamenti di popolazione (il flusso è verso la bassa tassazione), l’agenda politica, segnata dalle “culture wars” (aborto, immigrazione) e il confronto diretto fra la nuova generazione di leaders, che probabilmente tenteranno la scalata a Washington. È il caso di Ron DeSantis, grande vincitore in Florida al mid-term del 2022: si vedrà nei prossimi mesi se DeSantis potrà diventare un candidato credibile alla Casa Bianca, con un’agenda trumpiana ma non troppo. La resa dei conti, all’interno del Partito Repubblicano, sarà una partita politica decisiva del 2023-2024.

I mega Stati sono insomma “predittori” importanti del clima politico americano anche a livello federale. E insieme confermano, o accentuano, le divisioni interne agli Stati (non così) Uniti. Esiste tuttavia un caveat rilevante: le fratture ideologiche e politiche vengono temperate da considerazioni economiche. Il Texas, Stato petrolifero per eccellenza, sta vivendo anche un forte sviluppo delle energie rinnovabili (più rapido che in California), non sulla base di una conversione ideologica alla lotta contro il cambiamento climatico ma sulla base di una logica di risparmio dei costi dell’elettricità.

Lo scontro politico e culturale sul “climate change” lascia posto così alla mano invisibile del mercato; aiutata, fra l’altro, dalla mano più che visibile – i crediti fiscali varati dalla Casa Bianca – dello Stato federale.

Il fattore Cina
Negli Stati Uniti divisi, la priorità attribuita alla competizione con la Cina – si diceva all’inizio – è uno dei pochi fattori di coesione. Alla fine di febbraio, si è riunito per la prima volta, nella Camera dei rappresentanti ormai controllata dal partito repubblicano, il nuovo comitato bipartisan su come rispondere all’ascesa della Cina. La premessa è che i tentativi di integrare il gigante asiatico nel sistema globale, come “azionista responsabile”, sono definitivamente falliti. Gli Stati Uniti devono quindi passare a una strategia di contenimento. Non solo militare ma anche economica e tecnologica. Una sorta di “guerra fredda 2.0”, resa molto più complicata rispetto alla guerra fredda con l’Unione sovietica dal grado di integrazione economica ormai raggiunto con Pechino. È una competizione fra Stati ma anche fra sistemi politici, che sarà largamente dominata dalla lotta per il primato tecnologico.

I dati relativi al rapporto fra le due superpotenze del XXI secolo lo confermano: se guardiamo all’interscambio commerciale, il 2022 ha toccato livelli record (690 miliardi di dollari). È d’altra parte cominciato, con successive restrizioni americane all’export (di semi-conduttori anzitutto), il decoupling che conta e conterà nel futuro, quello tecnologico. Sono aumentate, guardando alla sicurezza convenzionale, le tensioni strategiche attorno alla crisi ucraina e agli equilibri militari nell’area del Pacifico. Il caso dei palloni-spia, gestito male dalla Casa Bianca, è il segno di una sfiducia crescente: dal punto di vista di Washington, il rafforzamento di Xi Jinping dopo il XX Congresso del PCC promette poco di buono.

Il 2023 aiuterà a chiarire termini e limiti di questa relazione determinante e pericolosa. La Cina, archiviato il lock-down, punta a salvare il salvabile dei rapporti economici con il mondo occidentale, con l’Europa in particolare; ma al tempo stesso non intende lasciare Putin al suo destino, visto che Mosca è ormai schiacciata su Pechino. Parallelamente, la Cina rafforza la propria capacità di proiezione militare nell’Asia Pacifico e guarda alla riunificazione con Taiwan in tempi che si possono misurare in pochi decenni. Xi gioca insomma una partita complessa, a cavallo fra economia e sicurezza. Coltiva le partnership economiche asiatiche, mettendo in difficoltà gli attori regionali che hanno accordi di sicurezza con Washington ma che non vogliono perdere il mercato cinese; punta a ridurre la centralità del dollaro nei rapporti con i paesi del Golfo; aspira a colmare il gap tecnologico con gli Stati Uniti e si propone come potenza revisionista sui generis: interessata a difendere la globalizzazione, di cui è stata il principale beneficiario, ma anche a rivedere un ordine internazionale plasmato dagli Stati Uniti. Il discorso di Xi Jinping all’Assemblea nazionale del popolo, il 6 marzo scorso, ha confermato queste tendenze in toni insolitamente espliciti, inclusa una critica diretta alla strategia di contenimento di Washington, che punta ormai – ha sostenuto il leader cinese chiedendo l’appoggio del settore privato – a “sopprimere” le possibilità stesse di crescita economica della Repubblica popolare.

L’America gioca una partita simile e contraria, dominata da tre aspirazioni: mantenere il suo vantaggio tecnologico, che è ancora evidente e che sarà condizionato dalla capacità di mantenere un primato nei settori decisivi, anzitutto l’intelligenza artificiale; aumentare la capacità di deterrenza rispetto a forzature cinesi su Taiwan, con scenari che non escludono una difesa attiva da parte degli Stati Uniti; dimostrare la forza comparativa del sistema democratico rispetto alla maggiore sfidante autoritaria. Washington misurerà su questi parametri, e anzitutto sulla sfida tecnologica con Pechino, la tenuta delle proprie alleanze, in Europa e nell’Indo-Pacifico. Cosa che complica la vita non solo ai partner asiatici – a cominciare da Giappone e India – ma anche agli alleati europei più dipendenti dall’export e dagli investimenti in Cina, come Germania e Italia. Roma, in particolare, avrà il problema di come gestire, nel 2023, il rinnovo eventuale dell’accordo sulla Belt and Road Initiative, errore politico e diplomatico compiuto nel 2019. L’Europa, più in generale, dovrà capire come ridurre la dipendenza strategica dalla Cina in settori cruciali (manifattura dei materiali rari) per lo sviluppo delle rinnovabili.

Il potere della tecnologia
Il grande match tecnologico fra Usa e Cina andrà seguito con particolare attenzione nel 2023: la tecnologia, scrive Eric Schmidt su Foreign Affairs, definirà il futuro della geopolitica e determinerà l’esito della competizione del secolo. Come si è visto, non resterà una partita bilaterale, metterà in gioco anche le scelte dell’Europa e di gran parte dell’Asia. Se l’America vorrà porre le basi per prevalere, dovrà investire risorse crescenti all’interno e creare un ambiente favorevole allo sviluppo tecnologico rapido: il potere dell’innovazione – la capacità di inventare, adottare e adattare nuove tecnologie – diventerà un potere determinante nella politica internazionale. Con la differenza, rispetto al passato, della rapidità dei processi; e del fatto che l’intelligenza artificiale è per sua natura “generativa”, la fonte – nota ancora Eric Schmidt – di un’innovazione continua in altri settori. Parallelamente, Washington dovrà anche gestire con intelligenza politica le proprie alleanze, in un sistema internazionale segnato da una de-globalizzazione parziale e dove le idee di “friend-shoring” sono comunque costose e in parziale contraddizione con la logica del “Made in America”.

La guerra in Ucraina, in un contesto del genere, funzionerà da “rivelatore”: ci dirà quanto Pechino e Washington siano ormai entrate in una logica esclusiva di scontro a distanza; o quanto, invece, esista ancora qualche margine di accordo in materia di sicurezza internazionale.

 

Marta Dassù è Senior Advisor European Affairs dell’Aspen Institute e direttrice di Aspenia. Ha ricoperto diverse cariche politiche, tra cui quella di viceministro degli Affari esteri nel Governo Letta.

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