Guerra e pace«Mi trovo intrappolato tra la mia identità di scrittore in lingua russa e il mio patriottismo ucraino»

Un grande autore racconta di aver sempre saputo, sulla sua pelle, che la definizione di che cosa significhi essere ucraini è fluida. Ma ora l’invasione del paese da parte della Russia ha reso il dibattito più divisivo di quanto non lo sia mai stato

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A partire dal febbraio dell’anno scorso ho pensato spesso alla questione dell’identità. Personalmente, io mi considero un ucraino, ma c’è un elemento della mia identità che su alcuni dei miei colleghi intellettuali ucraini ha lo stesso effetto che un drappo rosso ha su un toro: sono etnicamente russo, la mia lingua materna è il russo e scrivo in russo. Come risultato, mi trovo intrappolato tra la mia identità e il mio patriottismo ucraino e una forte corrente di nazionalismo che sembra avere la stessa smania di dividere il Paese che ha il presidente russo, Vladimir Putin.

Per più di trent’anni persone che conosco e persone che non conosco si sono rivolte a me chiedendomi di iniziare a scrivere in ucraino. Certe volte accettano la mia spiegazione secondo la quale scrivo nella mia lingua materna e ho il diritto di farlo. Altre volte incontro invece incomprensione od opinioni contrarie. Ma la conversazioni rimangono di norma su un piano amichevole. Allo stesso modo, ogni tanto delle persone anonime che non mi hanno in simpatia postano dei messaggi sui social affermando che non sono uno scrittore ucraino ma piuttosto uno scrittore russo.

Se fosse possibile ignorare il fatto che la mia lingua è il russo e che le mie origini sono russe, sospetto che riceverei un caldo benvenuto tra i ranghi degli ucraini che passano moltissimo tempo sui social impegnati a determinare pubblicamente chi sia o non sia un ucraino con tutti i crismi e chi invece ucraino non lo sia affatto.

L’Ucraina stessa è un meraviglioso Paese con un carattere e un passato complessi. Ciascuno ha nella testa una propria immagine dello Stato ucraino e tutti pensano che l’immagine che hanno nella loro testa sia quella corretta. In altre parole, siamo una società di individualisti. E vedo una prova di ciò – con tutte le sue contraddizioni e i suoi paradossi – nell’esistenza di centinaia di partiti politici registrati presso il ministero della Giustizia.

Non bastasse, l’Ucraina ha dozzine di diversi gruppi nazionalisti che spesso litigano fra loro nel tentativo di definire che cosa sia il “vero nazionalismo”. In ogni caso, non hanno rappresentanza nel Parlamento ucraino perché neanche un solo partito nazionalista è riuscito a superare la soglia di sbarramento del 5 per cento nelle elezioni del 2019. E, senza seggi in Parlamento, è difficile dire quale reale peso politico abbiano questi gruppi.

Il patriottismo ucraino, al contrario del nazionalismo, è più specifico e nell’elenco delle caratteristiche che fanno di qualcuno un patriota non è richiesto l’uso esclusivo della lingua ucraina. Gli attivisti tatari di Crimea che sono il bersaglio dei servizi di sicurezza russa parlano per lo più in russo o nel loro nativo tataro crimeano. Ma nessuno mette per questo in dubbio il loro patriottismo.

Anch’io sono un patriota. E, sotto quasi tutti gli aspetti, gli elementi che mi caratterizzano equivalgono a ciò che molti ritengono essere l’ideale ucraino. Non ascolto l’opinione della maggioranza. La libertà – intesa soprattutto come libertà di parola e di esprimere la propria creatività – ha per me più valore del denaro e della stabilità. Non mi piace il governo e non ho paura di criticarlo. Oltretutto, non ho sostenuto il presidente Volodymyr Zelensky prima della guerra e non ho votato per lui nelle elezioni presidenziali (anche se ora, invece, lo sostengo senz’altro).

L’Ucraina come Stato indipendente è maturata sotto i miei occhi. Ho vissuto in Unione Sovietica per quasi trent’anni e ora vivo nell’Ucraina indipendente da trentun anni. Sono rinate e sono cresciute rigogliose una letteratura ucraina e una cultura ucraina post-sovietiche e ora è venuta su una generazione europea di nuovi ucraini per i quali tutto quello che è sovietico è straniero.

Questa generazione ha anche reso più attraente la lingua ucraina e la letteratura scritta in questa lingua. Nel 2012 sono uscite contemporaneamente l’edizione in russo e quella in ucraino del mio romanzo Jimi Hendrix a Leopoli (uscito in italiano per l’editore Keller nella traduzione di Rosa Mauro, ndt). E a quel punto mi sono reso conto che in Ucraina un libro pubblicato in ucraino avrebbe venduto meglio dello stesso libro pubblicato in russo. Da allora, i miei libri tradotti in ucraino hanno sempre venduto di più della loro edizione in russo. La lingua russa sta perdendo la sua posizione in Ucraina e, francamente, la cosa non mi dispiace. I giovani ucraini leggono sempre meno in russo e ciò significa che comprano meno libri in russo.

A febbraio dell’anno scorso ho deciso di non pubblicare i miei libri nella loro lingua originale – il russo. Che escano in ucraino, in francese, in inglese. A partire dal 2014 è stato proibito alle librerie russe di importarli dall’Ucraina. La prima volta in cui è stata fermata la pubblicazione dei miei libri in Russia risale al 2005, dopo la Rivoluzione arancione alla quale ho preso parte. La seconda volta risale al 2008, dopo un breve “disgelo” durante il quale furono ripubblicati molti dei miei romanzi. Ma sono abituato all’idea che io, come scrittore, in Russia non esisto. Lì non ho lettori, ma non me ne rammarico. È un ideale patriottico, più che nazionalistico, ma per alcuni ciò non sembra sufficiente.

Di recente, nella sezione ucraina di Facebook si è fatto sempre più spesso riferimento alla lingua russa come “lingua del nemico”. Il conflitto linguistico rimane la prerogativa dell’arena politica. Prima dell’inizio della guerra nel 2014, i difensori della lingua ucraina combattevano contro i difensori della lingua russa – e dell’influenza russa – in Ucraina. Ma l’attuale aggressione militare ha rimosso dal dibattito la voce di queste persone. Le azioni del Cremlino hanno reso possibile ciò che nel nostro Paese individualistico appariva impossibile: incoraggiare gli ucraini che hanno il russo come lingua materna a passare pian piano alla lingua ucraina.

Tuttavia, in modo beffardo, Vladimir Putin ha sempre reso gli ucraini di lingua russa “responsabili” della guerra sostenendo che la sua “operazione militare speciale” fosse necessaria per proteggere chi parlava russo in una terra straniera ostile alla loro esistenza. E ora alcuni intellettuali ucraini considerano tutti gli ucraini di lingua russa come parzialmente responsabili di questa guerra. Se in Ucraina non ci fossero persone di lingua russa, sostengono, allora non ci sarebbe nessuna guerra! Per me, Putin e questi nazionalisti costituiscono le due facce della stessa medaglia.

La realtà è che l’Ucraina è, ed è sempre stata, uno Stato multiculturale con più di una dozzina di gruppi etnici. C’è una scissione nella società ucraina tra idealisti nazionalisti e realisti patriottici e ora la maggioranza, piena di differenze al suo interno, della nazione è intrappolata nel mezzo.

© 2022 THE NEW YORK TIMES COMPANY AND ANDREY KURKOV

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