Pulizia etnicaLa persecuzione della Russia contro i Tatari in Crimea

Nel 2020 almeno nove giornalisti civici tatari sono stati arrestati con accuse politiche, tra cui Amet Suleimanov, da anni in attesa di un processo che potrebbe condannarlo a vent’anni di carcere senza che abbia commesso alcun reato

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Il 18 maggio si celebra la giornata della memoria della deportazione dei Tatari di Crimea: dall’alba del 18 maggio 1944, con un’operazione di due giorni, l’intera popolazione Tatara della penisola, circa cento novantamila persone, fu deportata per ordine di Stalin, con la falsa accusa di collaborazionismo collettivo con la Germania nazista. Si tratto di una pulizia etnica totale.  Durante la deportazione verso le steppe dell’Asia centrale morirono non meno del 20 per cento (secondo dati ufficiali sovietici) e in realtà circa il 46 per cento dei Tatari di Crimea, – comprendendo sia le uccisioni sul posto di coloro che tentavano di resistere, sia le morti per fame e maltrattamenti. Già nel luglio di quell’anno le loro case furono occupate da più di cinquantamila persone soprattutto di etnia russa.

L’ondata di colonizzazione continuò negli anni successivi. la propaganda Sovietica del regime di Stalin, purtroppo imitata oggi da quella del regime di Putin – taceva, naturalmente, sul fatto che la vera collaborazione con il nazismo era stata voluta da Stalin stesso con il patto Molotov-Ribbentrop del 23 agosto 1939,che rese possibile l’invasione della Polonia alle truppe tedesche da ovest e a quelle sovietiche da est, scatenando la seconda guerra mondiale. 

Molti Tatari di Crimea o i loro discendenti poterono ritornare soltanto dopo il 1989, e con l’indipendenza nel 1991 ne divennero cittadini. Nell’attuale regime di occupazione militare della regione da parte della Federazione Russa, la persecuzione di tutti coloro che vi si oppongono colpisce in modo speciale i Tatari – che al momento dell’invasione iniziata nel febbraio 2014 erano circa il dieci per cento della popolazione della penisola. 

Negli otto anni successivi, quindi già prima della fase di aggressione su larga scala dell’Ucraina iniziata il 24 febbraio del 2022, la legislazione russa per «combattere estremismo e separatismo» è stata usata per censurare criminalizzare qualsiasi attivismo politico contrario all’occupazione, cancellando di fatto la libertà di espressione, compresi i tentativi di giornalismo civico su blog e altri social media. Venivano intanto trasferiti in Crimea non meno di duecentocinquemila cittadini russi (molti dei quali militari o agenti di polizia e loro familiari) secondo dati ufficiali della Federazione Russa; ma il loro numero potrebbe essere di circa un milione secondo analisti indipendenti.

Nel 2020 almeno nove giornalisti civici Tatari sono stati arrestati con accuse politiche. Perquisizioni e arresti sono avvenuti in particolare a Bakhchisarai (un tempo capitale del khanato di Crimea). In quella città nel marzo 2020 fu arrestato tra gli altri, in attesa di un processo che potrebbe condannarlo a vent’anni di carcere senza che abbia commesso alcun reato, Amet Suleimanov – nato in Uzbekistan nel 1975 proprio da deportati Tatari di Crimea e stabilitosi nella terra ancestrale nel 1991. È stato accusato, secondo il comma 2 dell’articolo 205.5 del Codice Penale russo di partecipazione ad attività di un’organizzazione definita terrorista (Hizb ut-Tahrir, bandita dal 2003 in Russia ma non in Ucraina); in realtà per aver filmato la perquisizioni effettuate dalla polizia russa. 

Ahmet, padre di quattro bambini, soffre di insufficienza arteriosa e mitralica e ha bisogno di cure ospedaliere e di un intervento chirurgico. la Federazione italiana Diritti Umani segue il suo caso e chiede la sua liberazione, come quella di tutti gli altri prigionieri del Cremlino, perseguitati politici fin dall’occupazione e dalla annessione illegale della Crimea nel marzo 2014.

Antonio Stango, presidente della Federazione Italiana per i Diritti Umani

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