Divergenze paralleleLa favola bella, ma finita, dell’Occidente declinato al singolare

Le categorie e le interpretazioni, come tutti gli oggetti storici, deperiscono o cambiano di significato diventando creature nuove anche se portano il vecchio nome. Un saggio di Andrea Graziosi sulla trasformazione dell’idea di «mondo libero» scaturita dalla Seconda guerra mondiale

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Le divergenze non hanno solo progressivamente sfaldato l’Occidente nato nel 1945. Esse fanno anche parte dei diversi e più o meno gravi declini dei tre pezzi del «mondo bianco» che ha dominato gli ultimi due secoli – Europa, Stati Uniti e Unione sovietica – e segnalano le diverse crisi dei tipi di Modernità ad essi associati.

Vedere e cercare di comprenderne cause e conseguenze, fare i conti col nuovo mondo cresciuto sia dentro i confini della nostra Europa che al di fuori di essa è quindi urgente e necessario. Solo così è possibile capire cosa si possa fare per porre le basi di un futuro capace di garantire il massimo possibile di libertà e dignità umana, e quindi di un nuovo Occidente, che è cosa non facile né scontata.

E poiché, come ci hanno crudamente ancorché indirettamente mostrato il Covid e Putin, quella che abbandoniamo per questa ricerca è una favola bella, ma finita, e abbandonare le belle favole, come quella del «miglioramento continuo», è molto difficile (a volte è più facile scegliere di morire cullandosi in esse), riuscire a vedere anche le tendenze sgradevoli è parte essenziale di questo processo.

Riconoscere l’esistenza di ciò che non amiamo e che può portare a un futuro diverso da quello desiderato fa correre il rischio di essere giudicati «simpatizzanti» di quello che si vorrebbe in realtà evitare. Alfred Sauvy, il fondatore dell’Institut national d’études démographiques, grande sostenitore dei benefici economici, sociali e demografici dell’immigrazione ma preoccupato già decenni fa delle dinamiche in atto in Francia, è stato per esempio ritenuto uno degli originatori della «teoria della sostituzione». […]

Ma affrontare la crisi demografica, i problemi del «multiculturalismo», i limiti del progressismo odierno ecc. è un passaggio indispensabile nella ricerca di rimedi alle difficoltà della liberaldemocrazia e del cammino verso una sua rigenerazione. E in questa ricerca non bisogna aver timore di usare autori che è difficile amare, come Lasch, anche lui accusato, poco dopo l’uscita della Cultura del narcisismo (1979), di guardare al passato e di auspicarne il ritorno.

Nel suo caso quelle accuse avevano un fondamento, perché il libro era anche un lamento sul presente e il suo degrado, ostile a molti temi della nuova sinistra e al femminismo, da cui fu attaccato. Ma pur essendo un rappresentante della lunga tradizione del «conservatorismo di sinistra», pronto a usare luoghi comuni e teorie del complotto imperniate sulle corporations, Lasch era anche un visionario, capace – grazie all’uso innovativo benché spesso acritico di fonti psicoanalitiche – di intuizioni straordinarie sul funzionamento di quello che nel primo capitolo propongo di definire il «Moderno maggiore maturo».

Ed è importante anche usare autori da cui ci si sente davvero distanti, ma che forse proprio questa distanza ha portato a percepire in anticipo e a «vedere», anche se in un modo che ci appare distorto e sbagliato, problemi che oggi sembrano evidenti. Penso per esempio a Chaunu, ma anche a un grande scrittore, e uomo difficile e a tratti sgradevole, come Aleksandr Solženicyn, alcune delle cui riflessioni, benché meno sofisticate di quelle di Lasch o Chaunu, pure fanno luce su ciò che dobbiamo riuscire a vedere per poterlo contrastare.

Del resto, è naturale che la comparsa di fenomeni nuovi ecciti l’interesse di persone diverse, anche nei loro orientamenti politici e ideali, e che sguardi diversi riescano a metterne a fuoco caratteristiche che da una sola angolatura sarebbe più difficile scorgere. Ciò può provocare all’inizio convergenze che sono però apparenti e solo temporanee, visto che alla fine la cosa decisiva è il discorso interpretativo che intorno a quei fenomeni si costruisce, e in particolare i fini per cui lo si fa.

 

Da “Occidenti e Modernità” di Andrea Graziosi, il Mulino, 216 pagine, 16 euro.