Il discorso al MitL’Occidente deve assicurarsi che l’Ucraina vinca la guerra contro la Russia, dice Mario Draghi

L’ex premier ha parlato al Massachusetts Institute of Technology, dove ha ricevuto il premio Miriam Pozen. La «brutale invasione» di Kyjiv non è «un imprevedibile atto di follia», ma un nuovo passo «premeditato» della «strategia delirante» di Putin, ha spiegato. Nel nuovo mondo bisognerà convivere con l’inflazione. Certo le banche centrali «avrebbero dovuto diagnosticare in anticipo il ritorno dell’inflazione persistente», ma «hanno in gran parte recuperato il tempo perduto»

(La Presse)

«Per gli Stati Uniti, l’Europa e i loro alleati, non c’è alternativa che assicurare che l’Ucraina vinca questa guerra», accogliendo poi Kyjiv nella Ue e nella Nato. Nel suo primo viaggio negli Stati Uniti dopo la fine del suo governo, l’ex premier Mario Draghi ha tenuto un discorso al Mit, il Massachusetts Institute of Technology, dove ha ricevuto il premio Miriam Pozen.

Al Mit, Draghi arrivò nell’agosto del 1972. «Mentre ero studente, c’erano la guerra dello Yom Kippur, shock petroliferi, inflazione fuori controllo, crisi del sistema monetario internazionale e naturalmente la Guerra fredda», ha ricordato. «Siamo stati capaci di superare quelle sfide, così come confido che saremo capaci di fare lo stesso in futuro».

La «brutale invasione dell’Ucraina» per Draghi non è «un imprevedibile atto di follia», ma un nuovo passo «premeditato» della «strategia delirante» di Putin per restaurare il passato imperiale della Russia. «Pace, libertà e rispetto della sovranità democratica sono i nostri valori comuni, per questo non ci sono alternative per Stati Uniti, Europa e i loro alleati che assicurarsi che l’Ucraina vinca la guerra. Accettare una vittoria russa significherebbe mettere a rischio altri confini e mandare il messaggio ad altri autocrati che l’Ue è pronta a compromessi, in altre parole assesterebbe un colpo fatale all’Ue e minerebbe tutta l’alleanza occidentale». Draghi ritiene però che la Ue debba «accogliere al suo interno l’Ucraina e i Paesi balcanici» e che si debba essere «pronti a iniziare un viaggio con l’Ucraina che porti alla sua adesione alla Nato».

La guerra in Ucraina e il ritorno dell’inflazione, assieme alle tensioni con la Cina, hanno determinato un «cambio di paradigma» che ha «spostato silenziosamente la geopolitica globale dalla competizione al conflitto», con conseguenze durature che potrebbero manifestarsi in un «più basso tasso di crescita potenziale, che richiederà politiche che portino a disavanzi di bilancio e tassi di interesse più alti», avverte Draghi.

Sfide straordinarie richiedono risposte straordinarie. L’ex capo della Bce lo sa bene. La globalizzazione, che si pensava «inarrestabile», è in crisi. «Mentre eravamo impegnati a celebrare la fine della storia, la storia preparava il suo ritorno». Eppure, secondo Draghi, i segnali che arrivavano dalla Russia erano chiari e da molto tempo, prima in Cecenia, poi in Georgia e in Crimea. Il tutto mentre nel mondo occidentale l’elezione di Donald Trump e la Brexit mostravano la «disaffezione» verso un modello economico e sociale percepito come «iniquo e privo di tutele». Pandemia e guerra hanno accelerato questi trend, riportando in primo piano il ruolo del governo nell’economia.

Nel nuovo mondo bisognerà convivere anche con una certa dose di inflazione, avverte l’ex presidente della Bce: «La guerra ha contribuito all’aumento delle pressioni inflazionistiche a breve termine, ma è anche probabile che inneschi cambiamenti duraturi che preannunciano un aumento dell’inflazione in futuro». Draghi ammette che le banche centrali «avrebbero dovuto diagnosticare in anticipo il ritorno dell’inflazione persistente», ma «hanno in gran parte recuperato il tempo perduto».

L’inflazione, però, «si sta dimostrando più resiliente di quanto inizialmente ipotizzato». E quindi la lotta contro il continuo aumento dei prezzi «richiederà probabilmente una cauta prosecuzione della stretta monetaria, sia attraverso tassi d’interesse ancora più elevati sia allungando i tempi prima che il loro corso possa essere invertito».

In Europa, spiega Draghi, «stiamo assistendo a una lotta tra aziende e lavoratori su chi dovrebbe sopportare» il costo dell’inflazione. Le imprese, per ora, lo hanno messo sulle spalle dei consumatori, «mantenendo o addirittura aumentando i loro profitti». Di conseguenza i salari reali hanno perso potere d’acquisto e, alla fine del 2022, «erano ancora inferiori di circa il 4% rispetto ai livelli pre-pandemia».

Draghi è convinto che, «alla fine, le banche centrali riusciranno a riportare il tasso di inflazione ai loro obiettivi», tuttavia «l’economia avrà un aspetto molto diverso da quello a cui siamo abituati». Le tensioni internazionali continueranno a pesare sul tasso di crescita e il processo di «reshoring» per riportare in patria produzioni strategiche e riallocare le forniture presso Paesi affidabili potrebbe comportare un livello di inflazione più alto che in passato.

«Le sfide che dobbiamo affrontare – dalla crisi climatica, alla necessità di sostenere le nostre catene di approvvigionamento critiche, alla difesa, soprattutto nell’Ue – richiederanno investimenti pubblici sostanziali che non possono essere finanziati solo attraverso aumenti delle tasse». Questi livelli più elevati di spesa pubblica, spiega l’ex numero uno della Bce, «eserciteranno un’ulteriore pressione sull’inflazione, oltre ad altri possibili shock dal lato dell’offerta derivanti dall’energia e da altri beni». Per questa ragione, ha ricordato Draghi, nel lungo periodo «è probabile che i tassi di interesse si manterranno più alti di quanto non fossero nell’ultimo decennio».

Allo stesso tempo, le banche centrali «non saranno la soluzione». Devono «essere molto consapevoli del loro impatto sulla crescita, in modo da evitare qualsiasi dolore inutile. Ma il compito ricadrà principalmente sui governi per ridisegnare le politiche fiscali in questo nuovo ambiente». I governi dovranno imparare «a vivere di nuovo in un mondo in cui lo spazio fiscale non è infinito, come sembrava essere il caso quando i tassi di crescita hanno sostanzialmente superato gli oneri finanziari». In tal senso, sarà molto più importante prestare attenzione alla composizione della politica fiscale. Che dovrà essere prudente e progettata per «aumentare la crescita potenziale, proteggendo e includendo allo stesso tempo coloro che hanno più bisogno di aiuto».

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