Il dito e la lunaIl problema non sono gli affitti brevi di Airbnb, ma la scarsità di immobili

Le piattaforme che permettono di trovare alloggi per turisti sono solo una valvola di sfogo alla domanda esplosiva di abitazioni. Per risolvere il problema bisogna consentire alle città di espandersi (anche verticalmente). L’editoriale dell’Istituto Bruno Leoni

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Firenze ha dichiarato guerra agli affitti brevi. La notizia ha fatto ampiamente discutere la settimana scorsa, per poi rapidamente eclissarsi nel mare magnum dell’informazione. Alcuni hanno colto il nesso col dibattito che aveva infuocato il paese qualche tempo prima, a proposito delle proteste degli studenti per il caro affitti (di cui ci eravamo occupati). Anche quella volta, dopo giornate di scontri all’arma bianca, la questione è rapidamente uscita dai riflettori. Eppure, meriterebbe una maggiore attenzione.

La pretesa del sindaco Dario Nardella di impedire ai proprietari di immobili di concederli per brevi periodi ai turisti, e le richieste di canoni accessibili per i fuori sede, hanno molto in comune. Da un lato, si tratta in entrambi i casi di problemi legati alla scarsità di alloggi nelle aree urbane più domandate. Dall’altro, in entrambi i casi le risposte ipotizzate sono elusive, inadeguate e, perlopiù, aggrediscono il sintomo anziché le cause.

Non c’è dubbio, infatti, che la possibilità di offrire un appartamento o una stanza per uno o pochi giorni accresce il valore della proprietà. Ciò accade perché – per dirla in termini formali – una capacità produttiva, che precedentemente era destinata a rimanere inutilizzata, può essere impiegata. In altre parole, grazie alle piattaforme online è meno probabile che degli spazi preziosi rimangano sfitti. Questa dovrebbe essere una buona notizia per chi lamenta la scarsa fruibilità delle nostre città. Al tempo stesso, questa possibilità non si limita ad ampliare l’offerta di ospitalità; fa anche crescere (e più che proporzionalmente, almeno in alcune zone) la domanda. Questa è una delle cause dei rincari dei canoni e dei valori immobiliari.

Sarebbe davvero ingenuo, però, pensare che sia sufficiente impedire queste pratiche per vedere magicamente calmierarsi i prezzi delle locazioni. La realtà è che le piattaforme costituiscono una valvola di sfogo alla luce del sole a una domanda esplosiva di abitazioni. Ed è ovvio che questa domanda riguardi particolarmente i luoghi di maggiore pregio. Il problema, quindi, non è che Airbnb & Co rendono palesi e più diffuse delle pratiche che sono sempre esistite, ma che prima avvenivano di nascosto (e in nero). Il problema è che c’è un solo modo per affrontare la questione: consentire la crescita delle città (anzitutto in verticale, ma non solo) per accomodare la domanda di abitabilità. Qualunque altra strategia non è solo un palliativo, ma è anche iniqua, perché comporta la consapevole esclusione di molti dalla fruizione di quei capolavori di cui, giustamente, continuiamo a vantarci.

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