Diplomazia armataLe sanzioni funzionano anche quando apparentemente non funzionano

La pratica di comminare punizioni economiche non contro Stati ma contro individui si è affermata solo da pochi anni nel diritto internazionale. Un saggio del Mulino su come sono diventate uno strumento di governance globale

Un semaforo mostra il segnale di stop ai pedoni
Foto di Kai Pilger su Unsplash

Il tema dell’efficacia delle sanzioni è forse quello più dibattuto e discusso non solo tra accademici, ma anche nel confronto pubblico. Il frequente utilizzo delle sanzioni, unito alle altissime aspettative che questo strumento porta con sé, ha diffuso la convinzione secondo la quale le sanzioni non sarebbero uno strumento efficace.

Tuttavia, questa convinzione, radicata anche in varie discipline – dalle relazioni internazionali all’economia –, si scontra con un utilizzo crescente delle sanzioni non più solo nella gestione delle minacce alla pace, alla sicurezza internazionale e alla sopravvivenza di uno stato, ma anche nel sostegno del rispetto di norme, come la protezione dei diritti umani, oppure nella lotta contro i crimini cyber.

La sfida non deve essere quella di assegnare un «voto» all’efficacia delle sanzioni, ma di offrire degli strumenti analitici che possano ridurre sempre di più la discrezionalità con la quale viene affrontato il tema del loro successo. Partendo da una semplice distinzione terminologica (da vocaboli cioè che spesso sono usati come sinonimi, ovvero efficacia, utilità, efficienza, impatto e successo), può essere suggerita una metodologia in cinque passi per analizzare ed eventualmente formulare un giudizio su ogni caso.

Questa metodologia aiuta a capire perché continuiamo a imporre sanzioni anche quando apparentemente non funzionano. Facciamo un esempio. Nel 1994 il Consiglio di sicurezza decise di imporre un embargo sulle armi in Ruanda, dopo alcune settimane dall’inizio del genocidio. La misura apparve a molti come un gesto solamente simbolico in quanto le violenze erano perpetrate soprattutto con il machete.

Le sanzioni vennero ritenute fallimentari perché, si disse, fu solo l’intervento militare delle forze francesi a interrompere le violenze. In realtà, le sanzioni furono una componente marginale utilizzata dal Consiglio di sicurezza, ma necessaria affinché la Francia potesse intervenire e la comunità internazionale accettasse l’intervento. Le sanzioni non comportarono alcun costo per chi le impose e ottennero il risultato di mettere fine alle atrocità.

Anche se l’impatto materiale fu modesto, è difficile immaginare come il genocidio avrebbe potuto essere fermato prima e con minori costi se le sanzioni non fossero state adottate. In buona sostanza possiamo affermare che le sanzioni creano alte aspettative che non hanno un’origine ben chiara.

Probabilmente sono percepite come uno strumento eccezionale e duro che, quindi, deve necessariamente determinare l’esito delle crisi internazionali. Questo non è stato vero in passato e lo è ancora meno oggi, vista la proliferazione di misure restrittive adottate da una sempre più lunga lista di attori.

Da “Le sanzioni internazionali. Storia, obiettivi ed efficacia” di Francesco Giumelli, Il Mulino, 168 pagine, 15 euro.

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