Racconto #5Un paradiso sotto-terrestre che ridà speranza ai ragazzi del carcere minorile

Il quinto appuntamento delle avventure di Jack Piper, giornalista investigativo in viaggio da molti anni a caccia di storie… nella cucina SEI disegnata da Marc Sadler per Euromobil

Illustrazione di Victoria Krylov

Coincidenze. Capitano. A volte sono giochi piccoli del destino. Altre, mi dico, sono colpi di genio, guizzi di un qualche Dio che ha voglia di divertirsi. Questa, ad esempio: clamorosa. Un attimo, per cortesia. Punto primo: sono innamorato della mia cucina. Lo dico, lo scrivo. E’ questione di forme e cura, di dettagli e asimmetrie, non so. Fatto sta che in cucina trascorro del gran tempo, mi sento bene. Rifletto e immagino. 

Per il punto secondo tocca portarvi con me. A Milano, dove andai per realizzare un intero inserto del giornale. Il direttore mi aveva chiamato nel suo ufficio: “Prepariamo uno speciale sul design. Una sezione dedicata a ciò che accadde a Milano a partire dal dopoguerra. Progettisti e imprenditori. A quanto pare stavano tutti là. Vai e cerca. Sei pagine da riempire. Divertiti”. Andai. Cercai. La faccenda, tutt’altro che semplice. Una quantità di architetti illuminati, da Gio Ponti a Franco Albini. Una vera e propria schiera di designer dotatissimi: Vico Magistretti, i fratelli Castiglioni, Ettore Sottsass, Marco Zanuso, Enzo Mari. Una buona mano di carte, come disse proprio Magistretti pensando alla densità creativa di quel gruppo formidabile. Accompagnato da imprenditori disposti a cambiare il modo e il mondo. Milano, appunto. Un bel posto dove lavorare.

Vagavo tra studi trasformati in fondazioni e archivi; tra aziende sparse per la Brianza e musei. Oggetti. Mobili, lampade, sedie. Con il desiderio di comprare e portare a casa questo e quello, a cominciare dal Veliero di Albini: legno, vetro, tiranti in acciaio. Datata 1940. Moderno oggi, adesso, sempre. Vabbeh, pazienza.

Per il punto terzo devo parlare dell’automobile presa a nolo all’aeroporto. Una utilitaria francese, comoda e pratica per circolare in città. Dopo una settimana saltò un faro. Anteriore destro. Defunto. Cercavo una officina, il portiere dell’hotel mi indicò una via e numero civico poco distanti. Elettrauto. Due serrande sollevate. L’interno: deserto. Niente automobili, nessuno in vista. Attesi, suonai il clacson. Tempo un minuto e dalla pancia scura di quel garage spuntò un uomo. Enorme. Un metro e ottanta per centotrenta chili, a stare bassi. Salopette di tela azzurra sopra una maglia a righe bianche e rosse. “Eccomi” esclamò. 

La voce passata sulla carta vetrata. Mostrai il fanale spento. Disse: “Bene, bene, non si preoccupi. Inglese vero? Bravo. Terza linea?  Numero 8 direi”. Come avesse capito di avere di fronte un ex rugbista non si saprà mai e questa è solo la prima, piccola coincidenza, niente in confronto al resto. Ammisi. Numero 8. Un passato in seconda divisione. Richmond, il club. Botte, birre e amici, uno sballo. Disse: “E’ arrivato nel posto giusto. Il mio nome è Lele. Chiamami Cabrio, come fanno tutti. Ti preparo qualcosa”. Mi fece cenno di seguirlo, ci inoltrammo nell’officina. Afferrò un gancio al pavimento, sollevò una grande botola rettangolare. Dal basso proveniva una luce calda, invitante. Per scendere usammo la scala, legno vecchio, annerito. Una dozzina di gradini. E poi, completamente inatteso, un paradiso. Un paradiso sotto-terrestre.

Non so come avessero fatto a trasportarla sin lì. Fatto sta che in quello scantinato troneggiava una cucina “Sei”, identica alla mia. Cambiavano solo i colori: sabbia per le ante, il piano in acciaio, alluminio per il basamento. Non solo: le lampade erano tutte firmate da designer importanti, vecchie panche dei tram milanesi lungo una intera parete. Il soffitto basso, a volte, in mattoni. Una quantità di foto appese. Ritraevano squadre giovanili di rugby, ragazzi che giocavano, festeggiavano, sollevano trofei. Coppe, medaglie, gagliardetti sulle mensole, ovunque. Un covo magnifico, del tutto inaspettato. 

Cabrio fu svelto ad anticipare le mie domande già pronte: “Rugby Milano. Questa è una specie di sede, sempre aperta perché, vedi, a me piace nutrire i nostri ragazzi. Li ho allenati per anni, adesso li accolgo qui. Loro e non solo loro”. Si ma questi oggetti? Questa cucina? 

Preparava un risotto. “Risotto e osso buco, così diventi milanese anche tu”. Si muoveva agile nonostante la mole. Disse: “Da anni insegno rugby in carcere. Carcere minorile. E’ una sfida per quei ragazzi soli e sfortunati. Rugby è combattimento. Gestione dell’aggressività per chi, con l’aggressività, fa conti difficili. Beh, una rivelazione. E quando escono dove vuoi che vadano? Cerco di trovare qualche lavoro per loro e intanto li faccio mangiare come si deve”. 

Come riuscisse a tirare avanti restava un mistero. Quel covo era pieno di oggetti preziosi, costosi. Per non parlare del resto: niente uscite di sicurezza, solo una bocca di lupo per far circolare l’aria. Lui, sorridendo: “A norma non c’è nulla ma i vigili mangiano da me in continuazione, chiudono un occhio, quando preparo gnocchi al gorgonzola li chiudono entrambi. Alla cassa contribuiscono in tanti, vecchi rugbisti, amici. Milano è ricca di persone generose che per un posto così si fanno in quattro”. 

Dalla scala scesero quattro ragazzi. Sedici, diciotto anni, trafelati, rasati a zero, tatuati. Ne arrivarono altri nel giro di venti minuti. Alcuni erano ex detenuti, altri giocatori del club. Coetanei in completa comunicazione. L’atmosfera, allegra, rumorosa, accogliente. Cabrio serviva risotto giallo e ossi buchi. Aiutai a preparare la tavolata, sedetti in mezzo agli altri. Scuotevo la testa, mangiavo e ridevo. Lui, serio, le mani appoggiate all’acciaio della cucina: “Il male si cura con il bene, caro Jack. Questi ragazzi, se incontrano il bello, magari imparano ad amare la bellezza”. Per un attimo, solo per un attimo pensai che stavo mancando ad un paio di appuntamenti. Il mio faro spento? Ma sì, che importa, non me ne importa un fico.  

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