Tour imperdibileCom’è la vita nella futura via Berlusconi

La strada in cui il Cavaliere è cresciuto, nel quartiere Isola di Milano, è un piccolo paradiso dell’avanguardia radical chic e presto potrebbe prendere il suo nome. Un racconto di chi ci si è trasferito poco più di dieci anni fa

Stefano Porta/LaPresse

Abito in via Volturno, proprio la via dove Silvio Berlusconi è cresciuto e che secondo le ultime notizie potrebbe diventare via Silvio Berlusconi. Se siete passati dal quartiere Isola di Milano sapete già che si tratta di un piccolo paradiso dell’avanguardia radical chic, oggetto di gentrificazione da circa una ventina d’anni.

Un laboratorio sociale dove lo stile radical avvolge armoniosamente radical di sinistra e di destra, uniti dalla necessità di essere all’altezza della vicina torre Unicredit di piazza Gae Aulenti, dove, se ci si fa un selfie bisogna sapere quali sono gli hashtag in tendenza. Quindi #upcycling, #superfood e roba del genere.

Se ci siete passati non improbabile che qualche volta abbiate parcheggiato proprio davanti al 34, il civico del Cavaliere. Da qui “il Silvio” passava regolarmente a salutare amici e fan e ogni volta le cronache locali ne hanno dato conto. Prima di diventare ciò che è ora, via Volturno è stata un grande scavo per la metropolitana Lilla.

Mi ci sono stabilito nel 2011 senza troppa convinzione, proprio perché l’intera via era impraticabile e le gru non ci andavano leggere, dato che bisognava fare in fretta perché l’Expo 2015 era vicino. Quindi, com’è normale a Milano, quando ghe de fa, nessuno (o forse qualcuno) si è lamentato del disagio, per quanto la prolungata chiusura abbia portato diversi negozi a tirar giù la cler per sempre.

In quel periodo, l’Isola era l’Isola dei trans che si prostituivano la notte in piazzale Lagosta tra urla, insulti e clacsonate che ti facevano sentire un po’ sul lungomare di Salvador de Bahia. Oggi a quella eredità si rende omaggio la serata di domenica nel nuovo chicchissimo Mercato Comunale, con serate e dj LGBTQ ad alto tasso di Raffaella Carràrismo.

Un ipotetico via Berlusconi tour dovrebbe proprio partire da qui, dalle botteghe del mercato oggi riverniciate a glamour con sushi, poké, filetti di carni australiane o argentine, verdurai che sanno interpretare la nuova devozione al tarassaco della Generazione Z.

Agli amatori dei dettagli si consiglia di cercare il baracchino del fiorista più instagrammato di Milano per l’audacia dei cartelli con cui pubblicizza i propri girasoli (“QUI GIRASOLI GALATTICI”), dimostrazione che qui nell’aria vagano particelle elementari di spirito berlusconico. Il titolare ha un coniglio che oggi grazie alla recente ristrutturazione può godere di piccole aiuole di duecento centimetri quadrati per pascolare in libertà.

All’inizio di via Volturno, ops, via Berlusconi, ecco Casa Ghiringhelli. Una perla del razionalismo di Lingeri e Terragni edificato tra il 1932 e il 1935. Nonostante l’indiscusso valore architettonico molti bambini in zona hanno pensato per anni che fosse la sede centrale della Rovagnati per via di un’insegna luminosa che rendeva rosa prosciutto cotto tutta piazza Lagosta e parte di via Volturno, all’imbrunire. Il palazzo ospita l’Enoteca Rotondi, punto di riferimento per gli isolani, che il titolare Ildebrando guida da sempre nella scelta del vino per tutte le tasche (più quelle piene).

Tra le tappe di culto, alcuni caffè e bar risalenti all’era pre-gentrificata. Il caffè Ambrosiano, dove ragazze dai profili pittorici antichi servono crostate e torte di notevole fattura, Dal Siciliano, gelateria del signor Curtò, dove il cannolo è oggetto di pellegrinaggi addirittura da fuori Milano; Volturno Wine Bar and More, aperitivo milanese con tutti i crismi; Alessandro ed Ernesto, i cognati del Bar Hardy, per pause pranzo very casalinghe e battute pronte.

Siete quasi al termine della via, attraversando via Confalonieri ecco stagliarsi il bosco verticale di Stefano Boeri. A questo punto avrete incontrato i senzatetto del quartiere, tolleratissimi e financo coccolati, come Daniele (frase d’ingaggio «Dottore mi offri un caffè») e Mohamed che con una certa narrazione palestinese ha capito di poter contare su supporter bipartisan.

Ora è possibile fare altre due scelte: sulla destra il ristorante Catalana, nome e contenuti da anni Ottanta/Novanta, mangiate di pesce a prezzi più che accettabili e tipica affabilità cristiano copta di quartiere. A sinistra, invece, volendo, c’è la sede degli alcolisti anonimi. Buon tour.

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