Benessere diffusoPerché il capitalismo non è responsabile della fame nel mondo

Negli ultimi decenni il declino della povertà è accelerato a un ritmo senza precedenti nella storia dell'umanità grazie alla crescita dei paesi che hanno accettato il libero mercato. Mentre le più grandi carestie provocate dall'uomo negli ultimi cento anni sono avvenute sotto dittature comuniste e stataliste

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Quali sono le critiche che vengono solitamente rivolte al capitalismo? Mantiene povere alcune aree del mondo, crea disuguaglianze, distrugge l’ambiente, produce continue crisi finanziarie, avvantaggia solo i ricchi che dettano l’agenda politica, favorisce la nascita di monopoli, è guidato solamente dall’avidità e dalla ricerca del profitto, ci spinge a un consumismo sfrenato. In otto articoli, pubblicati a cadenza settimanale su Linkiesta, Rainer Zitelmann prova a rispondere a tali critiche, basandosi sui contenuti del suo recente libro, Elogio del capitalismo (IBL Libri, 2023). 

Prima dell’emergere del capitalismo, molte persone nel mondo erano intrappolate in una povertà estrema. Nel 1820, ad esempio, circa il novanta per cento della popolazione globale viveva in condizioni di assoluta povertà. Oggi, la cifra è meno del dieci per cento. E soprattutto: negli ultimi decenni il declino della povertà è accelerato a un ritmo senza precedenti nella storia dell’umanità. Nel 1981, il tasso di povertà assoluta era del 42,7 per cento; dal 2000 è caduto al 27,8 per cento, e nel 2021 è giunto sotto il dieci per cento. Questa tendenza, che è perdurata per decenni, è ciò che realmente conta. È vero che la povertà è cresciuta ancora negli ultimi due anni. Ma questo è ampiamente il risultato della pandemia globale di Covid-19, che ha esacerbato la situazione in nazioni dove la povertà era relativamente elevata.

Per capire la questione della povertà, dobbiamo guardare alla storia. Molte persone credono che il capitalismo sia la causa principale della povertà e della fame nel mondo. Essi hanno un’immagine completamente irrealistica dell’era pre-capitalista, plasmata sulla base di opere classiche, inclusa quella di Friedrich Engels, La condizione della classe operaia in Inghilterra, 1820-1895

Engels denunciò le condizioni di lavoro sotto il primo capitalismo nei modi più drammatici e delineò un’immagine idilliaca dei lavoratori a domicilio prima che la nascita delle fabbriche e il capitalismo arrivassero a distruggere il loro armonioso stile di vita: «Così i lavoratori vegetavano in un’esistenza passabilmente confortevole, conducevano una vita di rettitudine e pace, caratterizzata da pietà e probità e la loro posizione materiale era di gran lunga migliore di quella dei loro successori. Essi non avevano bisogno di sovraccaricarsi di lavoro; non facevano più di quello che sceglievano di fare, e tuttavia guadagnavano ciò di cui necessitavano. Avevano tempo libero per un sano lavoro nell’orto o nei campi, lavoro […] e potevano partecipare alle attività ricreative e ai giochi con i loro vicini, e tutte queste attività, bowling, cricket, calcio, ecc. contribuivano alla loro salute fisica e al loro vigore. Essi erano, per la maggior parte, forti, robusti, con un fisico che metteva in evidenza poca o nessuna differenza rispetto a quello dei loro vicini di casa contadini. I loro figli crescevano all’aria aperta, e, se potevano aiutare i genitori al lavoro, lo facevano solo occasionalmente; mentre di otto o dodici ore di lavoro per loro non se ne parlava». 

L’immagine che molte persone hanno della vita prima del capitalismo è stata trasfigurata al di là di ogni riconoscimento da queste e simili rappresentazioni romantiche. Queste persone ritengono che la vita prima del capitalismo assomigliasse a una moderna gita in campagna. 

Diamo allora uno sguardo più obiettivo all’era pre-capitalista, negli anni e nei secoli precedenti al 1820. «I piccoli lavoratori del XVIII secolo», scrive il premio Nobel Angus Deaton nel suo libro The Great Awakening, «erano di fatto bloccati in una trappola nutrizionale: non potevano guadagnare molto perché erano fisicamente deboli e non potevano mangiare a sufficienza perché, senza lavoro, non avevano i soldi per comprare il cibo». 

Alcune persone si dicono entusiaste delle armoniose condizioni pre-capitaliste, quando il ritmo della vita era molto più lento rispetto a oggi, ma questa lentezza era principalmente il risultato di una stanchezza fisica dovuta a una malnutrizione permanente. Si stima che duecento anni fa, circa il venti per cento degli abitanti dell’Inghilterra e della Francia non era in grado di lavorare, semplicemente perché erano fisicamente troppo deboli a causa della malnutrizione. 

Le più grandi carestie provocate dall’uomo negli ultimi cento anni si sono verificate sotto il socialismo. Sulla scia della Rivoluzione Bolscevica, la carestia russa del 1921/22 costò la vita a cinque milioni di persone, secondo i dati ufficiali della Grande Enciclopedia Sovietica del 1927. Secondo altre stime, i morti per carenza di cibo sono stati tra i dieci e i quattordici milioni. Solo un decennio dopo, la collettivizzazione socialista dell’agricoltura voluta da Stalin e la liquidazione dei kulaki ha innescato la successiva grande carestia, che uccise tra i sei e gli otto milioni di persone. E “Il Grande Balzo in Avanti” (1958-1962) di Mao, il più grande esperimento socialista nella storia dell’umanità, costò la vita a quarantacinque milioni di persone in Cina.

Quando si usa il termine carestia, viene subito in mente di ricondurre il termine all’Africa. Nel XX secolo, tuttavia, l’ottanta per cento di tutte le vittime delle carestie è morta in Cina e in Unione Sovietica. È un tipico equivoco il fatto che quando si pensa a fame e povertà si colleghi questi concetti al capitalismo piuttosto che al socialismo, sistema, quest’ultimo, che è stato responsabile delle più grandi carestie del XX secolo.

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