Quesiti linguisticiVoce del verbo «usufruire», spiegato dall’Accademia della Crusca

Si tratta di un’espressione del latino giuridico che significa «esercitare il diritto di godimento su cosa altrui» e che solo occasionalmente poteva essere accolta nei testi in lingua italiana

(Unsplash)

Tratto dall’Accademia della Crusca

I dubbi di un ampio gruppo di lettori riguardano i costrutti relativi impliciti, propri del linguaggio giuridico e burocratico, sul tipo di “ferie non usufruite” e “borse di studio da usufruire” (le forme attese sarebbero “ferie di cui non si è usufruito” e “borse di studio di cui usufruire”).

Nell’italiano corrente, le frasi relative sono normalmente riducibili al participio passato solo se introdotte da che: “il film che è stato visto / il film visto, il pane che è stato mangiato / il pane mangiato”. Questo procedimento non è normalmente applicabile ai casi obliqui. Lo stesso avviene nel caso dell’infinito: “un’azione che può (o deve) essere fatta / un’azione da fare”, “una cosa che può (o deve) essere mangiata / una cosa da mangiare”; la stessa operazione non può essere ripetuta con i costrutti preposizionali: “una città in cui andare / *una città da andare”, “un fatto di cui parlare / *un fatto da parlare”.

Nell’italiano di oggi, il verbo usufruire ammette unicamente il costrutto preposizionale (usufruire di qualcosa ‘cioè goderne l’usufrutto’); si deve muovere, perciò, da frasi del tipo “le ferie delle quali si è usufruito”, “la borsa di studio della quale usufruire” che non potrebbero essere ridotte al solo participio e al solo ‘da + infinito’. Considerazioni identiche si possono fare a proposito dell’aggettivo deverbale usufruibile (cioè, “che può essere usufruito”), incompatibile con lo schema di base usufruire di qualcosa. Tuttavia, tanto i moduli sintattici quanto l’aggettivo usufruibile – anomali a una lettura esclusivamente sincronica – sono spiegabili storicamente e non hanno niente di sbagliato.

Diversamente da quanto si ricava dai vocabolari storici ed etimologici, che lo datano alla fine dell’Ottocento, il verbo usufruire ha una storia più complessa: il sintagma esisteva già in latino (basti una frase di Apuleio: plurimis rebus possessu careo, usu fruor ‘sono molte le cose che non possiedo, ma che adopero’). Si tratta di un’espressione del latino giuridico che significa ‘esercitare il diritto di godimento su cosa altrui’ e che occasionalmente poteva essere accolta nei testi in lingua italiana già in antico; eccone un esempio cinquecentesco: “Gli avea data ad usufruire quella terra a tempo, et non in perpetuo” (Lorenzo Capelloni, Ragionamenti varii, Genova, 1576, p. 2).

Molto meno frequente del suo sinonimo usufruttare, questo aspro latinismo ammetteva anticamente usi transitivi (si rilegga il passo appena citato: usufruire quella terra). Fino all’inizio dell’Ottocento il suo impatto sulla storia sociale della nostra lingua fu sostanzialmente nullo: i Vocabolari della Crusca non lo registrano e il pur onnivoro Tommaseo-Bellini vi accenna con fastidio: “V[oce] a[ntica]. Qualcuno lo dice per usufruttare. Non bene però”. Gli usi transitivi sono ben documentati per tutto l’Ottocento (“Usufruire il piccolo canale”, Luigi Torelli, Il canale di Suez e l’Italia, Milano, G. Civelli, 1867, p. 48; “usufruire il terreno controverso”, Giurisprudenza amministrativa, “Il Foro italiano”, anno II, 1877, vol. II, parte III, p. 88; “L’impiegato può usufruire lo stipendio in aspettativa”, Atti del Parlamento Subalpino. Sessione del 1852, IV legislatura, vol. IV, Firenze, 1867, p. 166, ecc.) e sulla base di questi usi transitivi si giustificano i moduli (anch’essi vastamente documentati nel XIX secolo) ‘N + usufruito’ e ‘N + da usufruire’ oltre che l’aggettivo usufruibile (del quale offriamo due delle più antiche attestazioni a noi note: “cosa usufruibile” e “fondo usufruibile”, in Decisioni del Foro Toscano inedite dall’anno 1815 all’anno 1819, a cura di Lorenzo Cantini, Firenze, 1822, pp. 15 e 18). Il GDLI, s.v. usufruito, può esibire un esempio dannunziano: «Può essere che tu abbia il mio vecchio permesso “non usufruito”». I moduli di cui discutiamo sopravvivono quindi nella lingua di oggi come fossili morfosintattici dell’antico costrutto con l’oggetto diretto. Verosimilmente la resistenza di tali fossili si deve anche al fatto che il verbo usufruire ha le caratteristiche di verbi semanticamente e sintatticamente affini che ammettono sia un oggetto diretto sia un oggetto preposizionale: fruire un’opera d’arte (o di un’opera d’arte), godere un beneficio (o di un beneficio) e usare una cosa (o di una cosa). Per tutte queste ragioni, i costrutti come beni usufruiti, da usufruire, usufruibili si possono considerare normali.

Ma piuttosto che soffermarsi sull’opportunità dell’uno o dell’altro schema sintattico sarebbe preferibile riflettere sull’abuso di questo brusco burocratismo quasi sempre sostituibile con verbi sintatticamente più docili, e con un percorso storico meno tortuoso, come godere, usare, sfruttare, servirsi di e altri simili.

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