Pitovska Torta Come una gara di torte può aiutare gli abitanti dell’isola di Hvar

L’associazione dei viticoltori locali e il museo Viticulture Collection di Pitve promuovono i vini dell’isola, ma sono anche la scusa per tenere unita una comunità locale che resiste, nonostante oggi l’economia turistica e la difficoltà della vita in mezzo al mare spingano la popolazione a spostarsi

Vigneti nella costa sud di Hvar, foto di Eugenia Torelli

Hvar è, senza troppo girarci intorno, una delle isole più belle del Mediterraneo e anche una delle più a lungo popolate. Si trova qui, nella piana di Stari Grad, uno dei più antichi insediamenti greci del Mare di Mezzo, datato 385 a.C. e inserito tra i patrimoni dell’umanità Unesco.

L’isola, che è stata sotto il dominio della Serenissima Repubblica di Venezia – e che per questo si chiama anche Lesina – è un punto di riferimento per la viticoltura dalmata e croata e oggi fa i conti, come molte altre sorelle lungo le coste del Paese, con un’economia basata principalmente sul turismo che non favorisce il lavoro in agricoltura.

Foto di Eugenia Torelli

L’associazione locale di viticoltori, Hvar Otok Vina, ha quindi raccolto un compito che va oltre quello di promuovere i vini isolani e punta a fare da collante per produttori e comunità locale, cercando un turismo più interessato al territorio.

Così, tra le tante iniziative, una delle più curiose riguarda una gara di torte tipiche nel paesino in cui sorge il museo del vino, Viticulture Collection di Pitve. Occasione di incontro, scontro – in senso buono e costruttivo -, apprendimento e, soprattutto, partecipazione.

Un giardino in mezzo al mare
Per i veneziani, che l’hanno dominata per secoli, Hvar è sempre stata Lesina. L’isola è situata al largo della Dalmazia, tra le isole di Brač e Korčula, in una porzione di mare protetta da un microclima che le regala circa 220 giorni di sole l’anno.

A percorrerla, tra strade, panorami rocciosi, boschi, costiere scoscese e paesini scavati nella pietra, fa pensare a un antico giardino in mezzo al mare. I vigneti, sparsi qua e là in piccoli appezzamenti, strappano alla macchia mediterranea e alle rocce quel poco di superficie (circa 350 ettari) che resta dopo il forte spopolamento iniziato più di un secolo fa.

Foto di Nikola Radovani

Non è raro poi che tra gli arbusti della macchia mediterranea si intravedano ulivi e che, in alcuni punti, tralci di vecchie viti ormai selvatiche sbuchino dai cespugli.

All’inizio dello scorso secolo sull’isola c’erano 5.750 ettari vitati e arrivavano da qui molti dei più rinomati vini dalmati. Sempre da Hvar, dopo la strage della fillossera, partirono alla volta della Francia grandi quantità di vino, spedito via nave dal porto di Jelsa.

Qui la piaga del parassita arrivò in un secondo momento, ma l’economia del vino ricevette un duro colpo anche nel 1891, quando un accordo tra l’impero austro-ungarico e l’Italia dette il via all’importazione di vino a tassazione agevolata, abbassando i prezzi dei vini di Hvar e di tutta la Dalmazia, spingendo gli agricoltori a migrare verso le Americhe.

Foto di Nikola Radovani

Il trend dell’abbandono dell’agricoltura proseguì poi più avanti, quando durante il comunismo le persone si spostavano verso le grandi città.

Viene da chiedersi come apparisse ai veneziani quel giardino, quando era coltivato ovunque fosse possibile e quando il sostentamento principale degli abitanti erano l’agricoltura e il pesce, non il turismo.

Oggi la maggior parte del pescato viene assorbito dai ristoranti turistici e a prendersi cura del giardino restano principalmente gli olivicoltori – anche se sono in pochi a produrre olio per la vendita – e i vignaioli, che dieci anni fa hanno costituito l’associazione Hvar Otok Vina, per promuovere i vini della zona e attrarre un turismo diverso, interessato alla natura e ai prodotti dell’isola. Un’iniziativa che contribuisce anche a rafforzare la stanzialità degli abitanti dell’isola.

Museo Viticulture Collection Pitve – foto Vedran Rafael Janić

Vivere a Hvar
La comunità sull’isola resiste. Le feste di paese diventano la scusa per far visita ad amici e parenti e ai bambini si insegnano il dialetto e il ritmo delle tradizioni locali, quelle legate ai Santi e al cambio delle stagioni.

«Noi abitanti di Hvar ci diamo da fare con più lavori diversi. In estate ci sono i turisti e svolgiamo attività legate al turismo, poi in inverno troviamo altro da fare. C’è sempre qualcosa da fare», dice Ivana Krstulović Carić, che oltre ad essere presidente di Hvar Otok Vina, guida l’azienda di famiglia, Vina Carić, assieme al marito.

I figli la aiutano in vigna fin da piccoli. «Così imparano fin da subito a lavorare quando non hanno scuola».

Le scuole arrivano fino al liceo, ma nei centri più piccoli servono le classi miste. Il suo paese, Svirče, è passato da circa 1.000 a 400 abitanti e i bambini non sono molti. Ma ci si adatta.

Una situazione simile ha interessato il piccolo borgo di Pitve, sulle colline nell’entroterra di Jelsa. Qui l’edificio che una volta ospitava la vecchia scuola del paese è stato ristrutturato e trasformato nel Viticulture Collection Pitve, museo della viticoltura dell’isola.

Museo Viticulture Collection Pitve – foto Vedran Rafael Janić

L’associazione dei viticoltori collabora con le guide turistiche e cerca sempre nuove vie per coinvolgere il pubblico, attraverso degustazioni, abbinamenti con prodotti locali e attività legate al mondo dell’arte.

Non si pensa solo ai turisti però. «Non vogliamo che il museo sia solo una raccolta di cose vecchie – dice Ivana Krstulović Carić – vogliamo che sia vissuto dalla comunità».

Così, i suoi spazi raccontano ai visitatori il passato e il presente dei vini di Hvar, i suoi cibi e la sua cultura, ma periodicamente diventano teatro di convegni ed eventi che coinvolgono la popolazione locale e la portano a viverlo.

Museo Viticulture Collection Pitve – foto Vedran Rafael Janić

Pitve, il museo e la torta
Come si trasforma un museo in un luogo vissuto dalla comunità? Un piccolo ma efficace esempio è rappresentato da un evento che l’associazione ha organizzato lo scorso maggio, “Čikova je boja? – Pitovska torta” (tradotto “Di chi è la migliore? – La torta di Pitve”).

Per capirci, la Pitovska Torta è il dolce tipico del paesino di Pitve, preparato senza farina, solo con uova, mandorle, zucchero e scorza di limone. Nella versione più contemporanea è stato introdotto anche il cacao, ma in generale si tratta di una torta che una volta si faceva con gli ingredienti che si avevano in casa.

Serata Pitovska Torta – foto Vedran Rafael Janić

Ora, se vi state chiedendo che importanza possa avere organizzare una competizione per eleggere la miglior Pitoska Torta della cittadina di Pitve (novanta anime all’anagrafe nel 2021), la risposta arriva diretta dal riscontro di pubblico. La sensibilità sul tema è intuibile già nei giorni precedenti la gara, quando qualcuno ha contestato la locandina di annuncio dell’evento a causa del termine “torta”. Nel dialetto di Hvar si usa infatti la parola “turta” (“torta” è croato) e questo ha dato da discutere sui social e tra gli abitanti.

Nel frattempo gli iscritti alla gara sono saliti a dodici.

Arriva la data fatidica e, nonostante una specie di diluvio universale, che solo nell’isola più soleggiata della Croazia quando proprio hai sfiga, la sala principale è piena. Le file di sedie sono già state avvicinate e rimpinguate, i posti a sedere finiti, chi è rimasto in piedi da dietro inizia a invadere il poco spazio centrale.

La serata della gara si apre con un convegno sulle tradizioni locali legate al cibo, sul ruolo dei dolci tipici Dalmati nella vita degli isolani e sull’importanza del vino, perché l’associazione ci tiene a trasmettere cultura attraverso le proprie iniziative (vorrete mica solo assaggiare le torte).

Tra gli interventi, quello della dottoressa Jelena Ivanišević dell’Istituto di Etnologia e Folcloristica di Zagabria, e quello del professor Ernesto Di Renzo, antropologo del turismo e dei patrimoni culturali e gastronomici dell’Università di Roma Tor Vergata. Non vola una mosca, tutti seguono attentamente e talvolta si interviene, se interpellati.

Nel frattempo, al piano di sopra, un panel composto di memorie storiche dell’isola – come, Andro Tomić, produttore simbolo della viticoltura di Hvar – giornalisti ed esperti assaggia le torte in gara e a fine convegno arriva il verdetto. Vince la signora Mila Barbić! Seconda e terza classificate, le signore Katarina Radonić e Božana Damjanić Majdak. Premio speciale per l’originalità della ricetta a Rozarija Radonić, che ha giocato su ingredienti insoliti, ma apprezzati.

Allora, a turno, i partecipanti si spostano al piano di sopra e, come una festante giuria popolare, munita di piattino e forchetta, assaggiano, confrontano e discutono, ciascuno col proprio personale verdetto.

Un museo per non diventare un museo
Per destination marketing si intende quella branca del marketing che punta ad attrarre i turisti e i loro capitali verso una destinazione specifica, valorizzandone le peculiarità storiche, architettoniche, naturalistiche e anche i prodotti locali. Certo, non dovrebbe essere la sola cosa su cui puntare, altrimenti va a finire che un luogo non è più un luogo, ma una destinazione. E qui si apre un discorso ampio che, volendo, si può iniziare ad approfondire leggendo Marc Augé.

Per vedere come si risponde a questa tendenza con le azioni, anziché con la retorica, la gara delle torte di Pitve è un piccolo esempio tra le tante iniziative di Hvar Otok Vina. Gli obiettivi sono sempre molteplici.

Museo Viticulture Collection Pitve – foto Vedran Rafael Janić

Da una parte arricchire culturalmente chi partecipa – tanto i produttori, quanto i turisti – spesso invitando relatori dalla terraferma o da oltreconfine, che contribuiscano ad allargare le vedute, portare conoscenza ed escludere l’autoreferenzialità.

Dall’altro lato c’è la creazione di occasioni di incontro legate al vino e al cibo locali, rivolte tanto ai turisti quanto alla comunità, alla ricerca di una maggiore armonia con l’afflusso turistico. Così anche un museo può, paradossalmente, aiutare una delle principali destinazioni turistiche del mare croato a non diventare essa stessa un museo o un semplice posto in cui si va in spiaggia, si mangia, si beve e si riparte.

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