Le vigne degli altriLa dimensione umana del vino sloveno

A un passo dal confine orientale dell’Italia e da una zona celebre per i suoi vini come il Collio, la rinascita vitivinicola della Slovenia passa da micro produzioni e vitigni autoctoni, coltivati in sintonia con la natura

Due milioni di abitanti per 20.300 kmq e una vocazione vitivinicola in crescente espansione: a un passo dal confine orientale dell’Italia e da una zona celebre per i suoi vini come il Collio, la Slovenia punta tutto sulla riscoperta del metodo artigianale, sulle lavorazioni naturali a basso intervento e sulla dimensione familiare di cantine e vigne.
«In meno di vent’anni si è passati dal vino sfuso, bianco o rosso, alla ricerca e al recupero di vitigni autoctoni e alla creazione di blend sofisticati grazie soprattutto a giovani vignaioli con tanta voglia di lavorare e di sperimentare», racconta Paolo Mancini che per lavoro ha una vineria e per passione frequenta soprattutto l’area di eccellenza del paese, 150 kmq dell’Istria slovena, che condividono con il vicino Collio molte caratteristiche aggiungendone di specifiche legate alla natura del suolo carsico e alla vicinanza del mare.
Tra le sue preferite, meta anche di tour che periodicamente organizza per un numero ristretto di amici e conoscenti, c’è la cantina STeraS, che si estende su una serie di vigneti terrazzati sulle colline di Sared, intorno a Izola.

Un esempio di vocazione familiare perché Tilen Praprotnik lavora con il padre Bojan, che piantò lì i primi vitigni di refosco nel 1975. Per affinare le sue competenze, dopo la laurea in Scienze agrarie a Lubiana, ha lavorato quattro anni come enologo per Vinakoper, la maggiore azienda vinicola di Capodistria, prima di dedicarsi a rivoluzionare lo stile produttivo delle vigne di famiglia secondo un preciso piano di espansione e crescita qualitativa. La filosofia di SteraS si basa su coltivazione biologica, l’adesione a un programma europeo nato per mantenere la coltivazione dei terreni agricoli e preservare gli insediamenti delle aree rurali e una decisa preferenza per i vitigni autoctoni, da cercare, valorizzare e riscoprire.
«Inizialmente – racconta Mancini – Tilen produceva solo i classici vini istriani, la Malvasia come bianco e il Refošk, il Refosco, come rosso, poi si è specializzato su alcune varietà quasi scomparse che al momento propone come blend e nei prossimi anni, con l’aumento delle quantità, valorizzerà anche come monovitigno. È una realtà in crescita, che si sta facendo conoscere anche all’estero grazie ai concorsi internazionali».
Oltre ai vini, sfusi, ma soprattutto imbottigliati, che sono venduti in loco ma anche forniti a diversi ristoranti della costa e commercializzati online, l’azienda organizza anche degustazioni accompagnate dalla spiegazione dei vini e dei procedimenti usati e da assaggi di prodotti della zona selezionati da Tilen. «Un modo – osserva – per fare sinergia e valorizzare il territorio. Collaborare fa bene a tutti perché aumenta il valore aggiunto». La passione per la cucina traspare anche dal sito che propone una serie di ricette dove i vini della cantina sono presenti sia tra gli ingredienti sia in abbinamento. E poi c’è l’olio d’oliva, un altro prodotto istriano di eccellenza che STeraS sta iniziando a produrre e a proporre nelle degustazioni.

Altra zona d’elezione, la valle del Vipava, del Vipacco. «Almeno 150 produttori – racconta Mancini – e tra questi molte realtà interessanti e soprattutto grande onestà, attenzione all’ambiente, niente sofisticazioni, assoluta serietà. Personalmente preferisco questa realtà a quella del Collio italiano. Io mi rifornisco da Lepa Vida, una piccola azienda che lavora molto con i bianchi ed è condotta da tre generazioni della famiglia Ipavec – Gerzina, Roman, Vilma, Irena, Matija, Iza, Vito».
Sono piccoli produttori, 32.000 viti su 8 ettari di terra con cui vengono prodotti sei diversi tipi di vino, per un totale di 30.000 bottiglie all’anno, ma con aspirazioni di crescita e si definiscono una “boutique winery” per la loro vocazione a creare vini particolari, unici, adatti a esigenze specifiche.
«Hanno Malvasia, Chardonney e Sauvignon, tutti molto profumati grazie al particolare microclima, prodotto dai venti che arrivano dal mare e creano un forte sbalzo termico, e al terreno dove la marna e l’arenaria creano strati molto drenanti. Anche loro offrono degustazioni guidate in azienda, in una sala con una vetrata spettacolare che affaccia sulle vigne. Stanno anche cercando di agganciarsi al turismo nella valle, fatto soprattutto da viaggiatori in camperisti e ciclisti, con la creazione di piazzole di sosta nei loro terreni».
Un’azienda molto legata anche alle tradizioni locali come il nome, che significa la bella Vida, da una popolare canzone slovena, e la serie di bottiglie dalla forma tondeggiante create dall’artista e designer sloveno Oskar Kogoj, fondatore del natural design, come parte di una collezione nata per rappresentare i simboli della tradizione slovena e donata alle aziende vinicole del Vipacco. Quella di Lepa Vida è dedicata alle “Aleksandrinke”, ovvero alle tantissime donne che tra il 1850 e il 1930 migrarono dai territori del Goriziano verso Alessandria d’Egitto per lavorare come balie per le famiglie abbienti, nel periodo della costruzione del canale di Suez, e che con il loro lavoro sostennero per molti anni l’economia del paese.
Il bizzarro legame della valle del Vipacco con l’Egitto, tra l’altro, è ribadito da un’altra curiosità storica locale: dalle ghiacciaie ricavate dalle cavità carsiche della Selva di Trnovo, i blocchi di ghiaccio avvolti nella paglia venivano portati fino al porto di Trieste e spediti via nave in Egitto.
Tra i vini, per lo più bianchi, di Lepa Vida ci sono anche un rosso “intruso”, una Barbera 2018, esempio raro ma non unico della coltivazione fuori sede del vitigno piemontese e OOO (Out of Office) 2015, malvasia e rebula, ovvero ribolla, a rappresentare l’orange wine, il vino arancione, un vino bianco fatto macerare lungamente sulle bucce d’uva, una tradizione ancora viva in Georgia e che si sta riscoprendo anche in Italia.
La centralità e la crescente popolarità dell’area di confine tra l’Italia e l’Istria tanto slovena come croata, è ribadita anche dalla Città Italiana del Vino 2022, Duino Aurisina vicino a Trieste, con un programma che prevede diversi gemellaggi e da Borderwine, il Salone Transfrontaliero del Vino Naturale che si terrà il 19 e il 20 giugno nel parco di Villa Manin di Passariano, a Codroipo con 80 produttori tra Friuli Venezia Giulia, Italia, Austria e Slovenia selezionati secondo precisi criteri: scelta dei terreni, rispetto della loro biodiversità, esclusione di qualsiasi tipo pesticidi, additivi o di manipolazione chimica o fisica.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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