Comunità greenLa carica dei fan del K-pop guida l’attivismo climatico in Corea del Sud

Gli appassionati della musica pop sudcoreana, e di tutto ciò che le ruota attorno, sono spesso in prima linea per protestare contro le politiche energetiche del governo di Seoul. Il risultato è una maggior sensibilizzazione dell’intera cittadinanza, sempre più critica rispetto alle scarse ambizioni ambientali del presidente Yoon Suk-yeol

Il presidente della Corea del Sud, Yoon Suk-youl, assieme a Joe Biden nel 2022 (AP Photo/LaPresse)

Nel mese di luglio alluvioni e frane causate da forti precipitazioni hanno messo in ginocchio la Corea del Sud. Nonostante le condizioni atmosferiche pessime, i fan del K-pop, avvolti in impermeabili viola per resistere alla pioggia battente, si sono radunati su una famosa spiaggia della costa orientale per protestare contro le politiche energetiche del governo di Seoul. 

La bianchissima lingua di sabbia di Maengbang, a Samcheok, una volta poco conosciuta, si è trasformata nella “mecca” degli appassionati del genere da quando, nel 2021, proprio su quella spiaggia sono state scattate le foto di copertina della canzone dei BTS “Butter”, poi finite a corredo dell’album della band. Quello scenario paradisiaco rischia purtroppo di essere distrutto da una centrale termoelettrica a carbone di prossima costruzione ad appena dieci chilometri di distanza. 

Secondo i piani delle autorità coreane, la centrale dovrebbe diventare operativa dal prossimo ottobre. Sul sito sono già cominciati i lavori necessari a evitare un’eccessiva erosione costiera, e qualche fan arrivato sul posto nelle ultime settimane è rimasto molto deluso non riuscendo più a riconoscere il panorama da sogno ammirato nello shooting fotografico. 

La questione, però, non è solo estetica: gli attivisti per il clima stimano che la centrale a carbone vicino a Butter Beach dovrebbe rilasciare più di tredici milioni di tonnellate di emissioni di gas serra ogni anno. L’impianto di Samcheok avrà una capacità totale di 2,1 gigawatt e diventerà la settima centrale a carbone del Paese per produttività. Il costo complessivo si aggira intorno ai 3,8 miliardi di dollari. Con quella stessa cifra la Corea del Sud avrebbe potuto aggiungere 2,9 gigawatt di energia solare o 1,8 gigawatt prodotti da impianti eolici onshore, stando ai calcoli di BloombergNEF. 

La protesta contro la centrale è trasversale poiché coinvolge tutte le fasce della popolazione, ma senza la partecipazione attiva dei fan del K-pop non avrebbe raggiunto un’eco globale e sarebbe rimasta una delle tante questioni ambientali di interesse locale. E invece la carica del K-pop è intenzionata a sfruttare al massimo influenza e il seguito enormi di cui gode il genere musicale online per sensibilizzare il più vasto pubblico possibile riguardo le conseguenze del surriscaldamento globale. 

Il gruppo di protesta “K-pop 4 Planet” già due anni fa aveva lanciato la campagna Save the Butter Beach con l’aiuto dell’organizzazione no profit Korea Beyond Coal. Attraverso K-pop 4 Planet gli ammiratori degli artisti del K-pop promuovono l’ambientalismo per conto dei loro idoli. È abbastanza scontato che la protesta non riuscirà a fermare il progetto ma i fan del K-pop non si fermano certo qui e criticano più in generale l’approccio del presidente sudcoreano Yoon Suk-yeol a tutta la problematica del cambiamento climatico. 

Gli attivisti hanno ragione a protestare. La rete elettrica della Nazione dipende fortemente dai combustibili fossili. A marzo 2023, Seoul ha rivisto al ribasso gli obiettivi per il 2030 riguardo la riduzione delle emissioni di gas serra nel settore industriale. La Corea del Sud, una delle economie più dipendenti al mondo dai combustibili fossili, punta a raggiungere la neutralità carbonica entro il 2050, tuttavia, il settore industriale potrà emettere 231 milioni di tonnellate di anidride carbonica entro il 2030, ma il limite fissato in precedenza era 223 milioni di tonnellate. 

In base ai piani del governo, il settore industriale dovrà ridurre le emissioni dell’11,4 per cento rispetto ai livelli del 2018 entro il 2030, ma nel 2021 il limite fissato era più alto, ovvero il 14,5 per cento. A detta del governo di Seoul, il divario verrà colmato attraverso un maggior ricorso alle rinnovabili e finanziando progetti a tecnologia di cattura e compensazione del carbonio. 

Tuttavia, per garantire un minore ricorso ai combustibili fossili, il presidente Yoon, al contrario del suo predecessore Moon, ha in mente in primo luogo di aumentare il ricorso al nucleare, che entro il 2030 dovrebbe costituire il 32,4 per cento del mix energetico totale sudcoreano. Nonostante ciò, il carbone rappresenterà ancora quasi il 20 per cento della produzione di energia della Corea del Sud entro la fine del decennio. Tra il 2020 e il 2025 in Corea del Sud verranno aggiunti 7,3 gigawatt di capacità elettrica a carbone e solo 3,6 gigawatt saranno eliminati, riferisce Bloomberg. 

La società sudcoreana sembra sensibile a questi temi. Secondo uno studio del 2020 dell’Asan institute for policy studies, think tank indipendente con sede a Seoul, la stragrande maggioranza dei sudcoreani (il 92,4 per cento) considera il cambiamento climatico un problema serio. Due terzi degli intervistati (il 66,6 per cento) sostiene la transizione energetica come misura necessaria per affrontare il cambiamento climatico. 

La consapevolezza pare fosse maggiore tra i progressisti o i sostenitori del presidente Moon. Da un punto di vista storico, questo dato è significativo poiché fu l’amministrazione conservatrice del presidente Lee Myung-bak ad iniziare ad attuare politiche significative per mitigare l’effetto del cambiamento climatico. Uno studio del 2023 pubblicato sulla rivista scientifica Current research in environmental sustainability nel 2023 ha invece mostrato che la consapevolezza e la partecipazione a uno stile di vita sostenibile sono maggiori tra le donne e le persone con più alti livelli di istruzione.

Ma perché l’attivismo pro-clima è così diffuso proprio tra gli amanti del K-pop? La ragione potrebbe essere ricercata nel modo in cui si è evoluto il rapporto tra gli artisti e i loro ammiratori. Negli ultimi dieci anni, lasso di tempo in cui il genere è diventato un fenomeno planetario, gli strateghi del marketing aziendale hanno permesso ai fan di premiare gli artisti e le band che preferivano su piattaforme a loro scelta. In questo modo, le comunità di fan si sono trasformate in soggetti attivi e veri artefici del successo dei loro beniamini, promuovendo determinate campagne piuttosto che altre. 

Va da sé che questi fan abbiano in comune l’interesse per le problematiche ambientali, essendo Millennial o della Generazione Z, ovvero nati tra il 1980 e il 2010. Un pubblico internazionale e dunque ancora più propenso a sentirsi coinvolto in cause dal respiro globale come la lotta al cambiamento climatico. Queste comunità di appassionati sono disposte a spendere denaro affinché i loro idoli appaiano più impegnati nel sociale e, di conseguenza, guadagnino sempre più consenso e fama. 

Ma non solo, i fan del K-pop stanno in qualche modo ottenendo sempre di più dalle case produttrici di contenuti musicali. Pretendono che le aziende si adeguino a rispettare standard ambientali sempre più alti nella diffusione e nel commercio di taluni prodotti. E poi non vogliono apparire ragazzini fanatici e invasati. Cercano un modo per scardinare gli stereotipi su di loro. E così le piattaforme diventano luoghi felici in cui fan consapevoli fanno amicizia e agiscono a favore del clima. 

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