Franchising ideologicoLa brutale violenza del nazionalismo (post)coloniale

In “Né coloni né nativi” (Meltemi), Mahmood Mamdani spiega come le società occidentali abbiano fallito nel riprodurre oltremare nazioni simili a quelle europee, adoperando una modernità politica basata sulla civilizzazione violenta, fino a forme di pulizia etnica e genocidio

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Il colonialismo e lo Stato moderno hanno la stessa data di nascita dello Stato-nazione. Il nazionalismo non ha preceduto il colonialismo. Né il colonialismo fu lo stadio più alto o finale nella formazione di una nazione. Si costituirono reciprocamente. La nascita dello Stato moderno tra pulizia etnica e dominio d’oltremare ci consegna una lezione diversa su cosa sia la modernità politica: meno un motore di tolleranza che di conquista.

In Europa la tolleranza emerse dopo Vestfalia come la chiave per assicurare la pace civile all’interno dello Stato-nazione. Le minoranze in patria venivano tollerate in cambio della loro lealtà politica, il che, in pratica, significò che venivano tollerate nella misura in cui erano percepite dalla maggioranza nazionale non come una minaccia. Questo regime di tolleranza ha consolidato la struttura dello Stato-nazione, definendo il rapporto tra maggioranza nazionale e minoranza. È questa struttura di tolleranza a essere considerata la definizione del carattere liberale della modernità politica. Ma questa è la modernità politica in Europa.

Nelle colonie d’oltremare e negli insediamenti di coloni dove non c’era una chiara divisione spaziale tra nazione e non nazione, la modernità politica e il suo liberalismo significarono qualcos’altro. Significarono conquista. In quanto ideologia e discorso politico eurocentrico, la modernità non richiedeva tolleranza fuori dai propri confini. Solo le persone ritenute civili dovevano essere tollerate. Altri, segnati dalle loro differenze culturali rispetto agli europei cristiani, dovevano essere civilizzati prima di guadagnarsi il diritto di essere tollerati. La luce della civiltà poteva risplendere ovunque le popolazioni si adeguassero agli ideali eurocentrici. Così gli europei si rivolsero alle colonie e cercarono di costruirvi l’incarnazione della modernità: lo Stato-nazione, così come esisteva in Europa. I francesi la chiamarono “mission civilisatrice”, che fu poi anglicizzata in “civilizing mission”.

Se la missione civilizzatrice avesse avuto successo, la modernità politica coloniale avrebbe potuto somigliare molto alla sua controparte europea, con Stati-nazione di tipo europeo in tutto il mondo, intenti a praticare il cristianesimo e la tolleranza vestfaliana.

La missione civilizzatrice tuttavia fallì, sfociando in una modernità coloniale che deviò nettamente dalla rotta perseguita dalla modernità europea. Mentre la tolleranza liberale si sviluppava nello Stato-nazione europeo, la conquista liberale infiammava le colonie.

Verso la metà del XIX secolo, l’imposizione forzata da parte del colonizzatore delle sue leggi, dei suoi costumi, delle pratiche educative, della lingua e della vita comunitaria provocò una feroce resistenza tra i nativi, termine che era impiegato per descrivere coloro che erano ritenuti incivili. Come risposta, gli inglesi misero da parte la fiaccola della civiltà per mantenere l’ordine. Il nuovo metodo coloniale prevedeva l’arruolamento di alleati nativi e la pretesa di proteggere i loro modi di vita. Nelle colonie non ci sarebbe stata così una maggioranza indigena costruita per assomigliare al colonizzatore; invece ci sarebbero state minoranze assortite, ciascuna mantenuta sotto la guida di una élite indigena.

Si diceva che il potere dell’élite nativa derivasse dalla consuetudine, ma era il sostegno del colonizzatore a rappresentare la vera fonte di autorità. Separati in così tante razze e tribù distinte, i nativi avrebbero guardato “a sé stessi”, piuttosto che l’uno all’altro in un’eventuale solidarietà che avrebbe potuto sfidare il colonizzatore. Sebbene gli inglesi fossero i più abili in questo metodo, non ne furono gli inventori. Lo furono invece gli americani, nel contesto del controllo del popolo che Colombo aveva chiamato “indiani”.

Abbracciare la modernità politica significa abbracciare la condizione epistemica che gli europei hanno creato per definire una nazione come “civilizzata” e, quindi, giustificare l’espansione della nazione a spese degli incivili. La sostanza di questa condizione epistemica risiede nelle soggettivazioni politiche che essa impone.

La violenza della modernità postcoloniale rispecchia la violenza della modernità europea e del dominio diretto coloniale. La sua manifestazione principale è la pulizia etnica. Poiché lo Stato-nazione cerca di omogeneizzare il proprio territorio, questo scopo è perseguito con l’espulsione di coloro che con la loro sola esistenza introdurrebbero pluralismo.

La pulizia etnica può assumere diverse forme. Queste includono il genocidio, per cui la popolazione minoritaria viene uccisa in massa, e il trasferimento di popolazione, per cui la minoranza viene rimossa dal territorio o concentrata in una parte minima di esso, lontano dalla maggioranza.

La pulizia etnica unisce questi esempi: gli Stati Uniti, che hanno perpetrato sia il genocidio sia il trasferimento di popolazione contro gli indiani d’America; la Germania, che ha perpetrato un genocidio contro gli ebrei ed è stata a sua volta vittima di trasferimenti di popolazione dopo la Seconda guerra mondiale; il Sudafrica, dove i coloni bianchi hanno costretto i neri nelle patrie tribali conosciute come Bantustan; il Sudan, dove gli inglesi segregarono arabi e subsahariani in patrie separate; la Palestina, dove i coloni sionisti hanno esiliato con la forza e concentrato i non-ebrei in un processo ancora in corso.

Armati di dottrine che non riconoscevano i diritti delle minoranze ai non-civilizzati – e giustificavano qualsiasi azione dei civilizzati a proprio vantaggio –, gli europei andavano per il mondo con l’intento di convertire le nazioni native in nazioni costruite a immagine europea. Questo tentativo fallì, ma il progetto dello Stato-nazione sarebbe rimasto nelle ex colonie. I colonizzatori dovettero rinunciare al loro obiettivo di costruzione della nazione nell’interesse di consolidare il potere e mantenere l’ordine in patria. Eppure, dove gli europei se ne andarono, i locali assunsero il modello nazionalista nella propria politica.

Il fallimento del progetto europeo innescò il passaggio dal governo diretto – la missione civilizzatrice – al governo indiretto, che vincolò la “tradizione nativa” al progetto politico coloniale. Il governo diretto cercava di costruire nazioni simili a quelle del colonizzatore, il governo indiretto si limitava a detenere e sfruttare i territori.

Il governo diretto rispecchiava la costruzione della nazione dall’alto in basso in Europa. Proprio come le conversioni forzate e le inquisizioni della Reconquista miravano a rimodellare gli eretici in membri di una nazione identificata come cristiana, il governo diretto nelle colonie cercava di trasformare i colonizzati in “membri” della nazione colonizzatrice.

Le leggi del colonizzatore furono importate in blocco. I costumi locali riguardanti la religione, la lingua, il matrimonio, l’eredità, l’uso della terra e così via furono sostituiti dalle pratiche europee. I colonizzatori non si illudevano di poter trasformare interamente le popolazioni colonizzate, quindi il peso dei loro sforzi era diretto alle élite locali. Inducendo le élite ad assumere il ruolo di nazione colonizzatrice, i colonizzatori speravano di introdurre una sorta di cavallo di Troia nelle società assoggettate.

Nel pensare il governo indiretto del XIX secolo, dobbiamo fare attenzione a distinguerlo dalle sue precedenti applicazioni. La storia del governo indiretto, inteso come governo attraverso la mediazione locale, risale all’Impero romano. Gli inglesi, tuttavia, aggiunsero una sorta di genio ai loro sforzi. Non si limitarono a resuscitare le pratiche romane del divide et impera, ma piuttosto aprirono la strada a una forma completamente diversa dell’arte di governo basata sul rimodellamento delle identità. Mentre i romani davano per scontata l’autocoscienza dei loro sudditi, il governo coloniale britannico cercò di rimodellare l’autocoscienza dei colonizzati. Un altro modo per dirlo è che i romani si accontentarono di governare i popoli come li trovavano, ma i britannici no. In questo senso, il governo indiretto del XIX secolo si rivelò essere un progetto molto più ambizioso di quanto lo fosse stato il governo diretto: mentre il governo diretto mirava a civilizzare le élite, il governo indiretto ricorreva all’imposizione di una soggettività nativa all’intera popolazione.

Ricordo di aver preso un autobus a metà degli anni Settanta da Dar-es-Salaam a Maputo, la capitale del Mozambico appena liberato. Quando l’autobus è entrato nella piazza nel centro della città, ho potuto vedere un enorme striscione su cui era scritta una citazione del rivoluzionario mozambicano Samora Machel: “Perché la nazione viva, la tribù deve morire”. La tribù qui non si riferiva al gruppo etnico, come in un gruppo di persone culturalmente uniche, ma all’identificazione politica con il gruppo etnico.

Come altri progetti nazionalisti, il nazionalismo postcoloniale è stato profondamente violento. In effetti, la violenza del progetto militante nazionalista è spesso percepita come una seconda occupazione coloniale. “Quando finirà questa indipendenza?”, ha chiesto un contadino congolese, in una storia che mi è stata raccontata dal professore dell’Università di Dar-es-Salaam, Ernest Wamba dia Wamba, durante il regno di Mobutu Sese Seko. Fu solo più tardi, durante e dopo il genocidio in Ruanda, che molti di noi studiosi africani iniziarono a pensare sistematicamente al motivo per cui, contrariamente a quanto ci aspettavamo, la violenza politica fosse esplosa anziché diminuire dopo l’indipendenza politica.


Tratto da “Né coloni né nativi. Lo Stato-nazione e le sue minoranze permanenti”, di Mahmood Mamdani, edito da Meltemi, 23,75€, 516 pp.

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