La Terza RomaL’ossessione per Costantinopoli e l’eterno ritorno dell’imperialismo nella storia russa

Oggi come negli anni ’70 dell’Ottocento, il potere autoritario di Mosca ha bisogno di protagonismo sulla scena internazionale per legittimarsi, mettendo in pericolo la sicurezza del continente e non solo. Lo spiega Francesco Dei nel suo saggio “Balcani in fiamme” (Mimesis)

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La Russia uscita dallo spettro della guerra fredda (1947-1991) era una nazione che aveva perso il suo prestigio, in maniera ben peggiore di quella sconfitta nella guerra di Crimea (1853-1856). In entrambi i casi per diversi anni l’orso russo era stato posto ai margini della politica internazionale, un ruolo – oggi come allora – inaccettabile per una nazione i cui leader, sotto forme diverse, hanno sempre mantenuto un potere autoritario che richiede necessariamente di affacciarsi sul palcoscenico mondiale.

Se oggi il presidente russo rivendica un ruolo da protagonista, mettendo in pericolo la sicurezza del continente e non solo, esattamente 146 anni fa lo zar Alessandro II fu mosso da sentimenti che potrebbero essere definiti – pur con dovute differenze – analoghi. Ai giorni nostri i diplomatici russi, aprendo ferite ancora non chiuse di un terribile passato recente, parlano di spazi vitali, di sicurezza internazionale e di liberazione di una nazione sorella da elementi stranieri e nazisti. Ebbene in modo analogo la guerra russo-turca (1877-1878) fu presentata al mondo, dagli emissari zaristi, come una guerra di liberazione degli slavi, popoli affini, dal giogo della violenza ottomana, nascondendo però interessi molto più ampi e che, esattamente come oggi, rivelavano fini geopolitici.

Tra questi l’influenza di San Pietroburgo nei Balcani che era stata minata dalla sconfitta nella guerra di Crimea, lo sbocco diretto o indiretto al mar Mediterraneo e, soprattutto, la volontà dello zar Alessandro II di riportare la Russia al centro della scena internazionale, cancellando gli esiti nefasti della guerra precedente. Inoltre, nella cerchia vicina al centro del potere, vi era in alcuni soggetti il sogno panslavista di liberare la seconda Roma: Costantinopoli.

Quest’ultima città, che per gli antichi slavi aveva il nome profetico di Zargrado, sarebbe dovuta diventare la capitale di una grande federazione ortodossa asservita a San Pietroburgo. Dunque se il sentimento di liberazione dei fratelli slavi, con il beneplacito della chiesa ortodossa, era vivamente sentito in quasi tutte le classi sociali che sostennero la causa della guerra giusta, in realtà nascondeva come obbiettivo ultimo qualcosa di molto più ambizioso.

Allora la metodologia diplomatica, il ruolo centrale del patriarca di Mosca e le parole utilizzate ci dimostrano che nei fatti, oggi come allora, poco è cambiato e che l’ultimo obbiettivo resta un’aspirazione imperialista.

Tutti questi strumenti sono utilizzati dal centro del potere per creare consensi, toccando quei tasti “sensibili” per il popolo russo, che in fin dei conti rimane sempre decisivo per il sostegno o meno alla leadership.

D’altronde dalla storia si impara, e le esperienze dimostrano la centralità del consenso popolare per traghettare la nazione attraverso le acque minacciose di un conflitto incerto. Occorre dunque ripercorrere la storia di questo paese per carpirne il fragile equilibrio tra consenso e rivoluzione.

Le origini della guerra del 1877-1878 sono da rintracciare nella guerra del 1812, contro Napoleone. Quel conflitto e la campagna europea che ne seguì in effetti forgiò la mentalità russa, infondendo una coscienza nazionale – fino ad allora poco percepita – che si identificò come una nazione di liberatori (in quel caso da Napoleone). Da allora, quando il popolo russo avvertì tale missione, il consenso al potere fu decisivo nell’affrontare le difficoltà interne ed esterne, ma quando invece un conflitto fu inteso come qualcosa di estraneo o nel mero interesse della classe dirigente (ad es. nella guerra russo-giapponese 1904-1905), viceversa si rivelò letale per l’equilibrio del regime. Tale schema nella storia russa sembra ripetersi nel tempo.

Ad esempio nella Prima guerra mondiale i movimenti rivoluzionari – anche grazie alla conduzione bellica in parte disastrosa e alla miseria che attanagliò le grandi città – riuscirono a far passare l’idea che si trattasse di una guerra imperialista, e il risultato fu la rivoluzione d’ottobre. Dai bolscevichi il conflitto in corso fu trasformato in una guerra civile di liberazione del proletariato, strappando così il consenso delle masse e soprattutto di quei soldati che più di tutti avevano patito le tragedie della guerra con milioni di morti. Successivamente la coscienza del popolo russo si canalizzerà in una liberazione dal nazismo (Grande guerra patriottica) o dal mondo capitalista (guerra fredda). Saranno invece proprio la sanguinosa guerra di aggressione in Afghanistan – quella che lo storico Hobsbawm definì il “Vietnam sovietico” – e la crisi economica ad aprire l’inizio del declino dell’Unione sovietica.

Tratto da “Balcani in fiamme. Storia militare della guerra russo-turca (1877-1878)” (Mimesis), di Francesco Dei, pp. 496, 30,40€.

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