Patrioti immaginariL’Europa delle nazioni è il contrario della solidarietà europea e dell’interesse italiano

Le polemiche di Fratelli d’Italia su Gentiloni evidenziano non solo l’ignoranza e l’incompetenza di una certa classe dirigente, ma anche una scarsa comprensione di ciò che servirebbe davvero a Roma e del rapporto che il nostro paese dovrebbe avere con l’Ue

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Le polemiche della fratellanza meloniana sull’inclinazione poco patriottica del Commissario Ue all’Economia, refrattario a patrocinare come dovrebbe l’interesse nazionale italiano nel consesso in cui rappresenterebbe l’Italia, sono state qualcosa di molto diverso da un giudizio ingiusto e immeritato verso Paolo Gentiloni e da uno sfoggio burbanzoso di ignoranza, visto che, come dovrebbe essere noto anche alla famiglia politicamente allargata Meloni-Lollobrigida, i commissari europei non rappresentano affatto il proprio Paese, ma fanno un altro mestiere, che è quello di difendere l’interesse comune dei cittadini europei (contano più gli aggettivi dei sostantivi).

C’è qualcosa di molto peggiore della protervia o dell’incompetenza in questa idea dell’Europa politica come luogo di negoziazione e di scontro di interessi nazionali.

La stessa esistenza di una cittadinanza europea, cioè di una dimensione politica, di diritto e di governo, che non solo trascende, ma determina e qualifica quella nazionale appare una contraddizione in termini per culture politiche che dalla storia novecentesca dell’Europa – e del Novecento italiano in particolare – non hanno appreso la lezione essenziale, cioè che lo Stato nazione, da ideale e strumento di unità, emancipazione e liberazione politica dall’oppressione straniera, è presto diventato il simulacro di una sovranità tanto più superba, quanto più impossibile, in cui il senso di impotenza e lo spirito di sopraffazione, le recriminazioni e le provocazioni, il vittimismo e la soperchieria si alimentano in un’irrimediabile spirale di violenza.

Che il nazionalismo, a tutte le latitudini e in tutte le colorazioni ideologiche possibili, sia essenzialmente il regime della menzogna e del sopruso è la consapevolezza che ha guidato gli stati europei a disarmarsi reciprocamente nella costruzione comunitaria.

È però comprensibile che i nostalgici dell’esperienza fascista abbiano vissuto anche questo passaggio come un obolo pagato dagli sconfitti al vincitore e come il crisma della fine della Patria.

Altrettanto comprensibile è dunque che gli epigoni di quel risentimento, in un Paese che, a differenza della Germania, anche fuori dal circuito del reducismo post-bellico si è ben guardato dall’elaborare la questione della colpa del Ventennio, si ripresentino sul palcoscenico della storia riannodando le proprie retoriche a quelle del combattentismo pre-fascista e alla baldanza sansepolcrista, più che alla frustrazione saloina.

A sentire caporali, capitani e colonnelli del cerchio magico meloniano – cosa dicono, come parlano – sembrano intenti a inseguire il sogno di un fascismo senza errori e passi falsi, non antidemocratico e non bellicista, ma “sanamente italiano”, come voleva essere il programma degli originari Fasci di combattimento, in un continente quindi sanamente europeo, cioè guarito dalla malattia federalista e rispettoso del primato delle nazioni.

Di qui l’evocazione di una riforma confederale dell’Unione europea, che sostituisca l’attuale super-stato europeo con una serie di unioni di scopo, negoziate di volta in volta dagli stati sovrani. Posto che gli euro-costituenti di Fratelli d’Italia sappiano di cosa parlano e non siano semplicemente alla ricerca di una denominazione accettabile per un programma di “indietro tutta”, varrebbe la pena che qualcuno di loro rileggesse le pagine con cui Luigi Einaudi, oltre cento anni fa, nel 1918 ricordava come gli Stati Uniti fossero fioriti solo dopo avere abbandonato la costituzione confederale durata solo dal 1781 al 1787 e foriera di anarchia e di conflitti.

Le stesse pagine da cui, nel 1945 su Risorgimento Liberale, il futuro Capo dello Stato prese spunto per sostenere il progetto di un’Europa federale contro «l’idolo immondo dello stato sovrano».

A conferma del fatto che, alle nostre latitudini, il grottesco più che il tragico è la cifra politica di tutti i sogni di grandezza, c’è poi l’irrazionale fiducia (o la fraudolenta promessa) di far coincidere la rinazionalizzazione dell’Unione europea e la fortuna di «questa nazione», come Meloni chiama l’Italia.

Non c’è un solo dossier economico – dal nuovo patto di stabilità alle prospettive sull’unione fiscale e bancaria – in cui le richieste italiane non siano di maggiore solidarietà e generosità europea.

Lasciamo pure da parte la questione migratoria, dove si sta sperimentando l’effetto anti-italiano delle pregiudiziali sovraniste dei partiti fratelli di Fratelli d’Italia e della Lega. Pensano, gli strateghi di via della Scrofa, che in una futuribile Europa delle nazioni l’Italia potrebbe cavarsela con la solita minaccia kamikaze del suicidio-omicidio o con l’illusione del too big to fail?

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