Il sospettoL’inutile polemica contro Gentiloni ha già danneggiato la reputazione di Meloni in Europa

L’atteggiamento provinciale della presidente del Consiglio ha incrinato il suo rapporto con Ursula von der Leyen in vista dei dossier su cui Roma e Bruxelles dovranno trattare. La leader sovranista teme anche la concorrenza a destra di Salvini e Le Pen

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La polemica contro Paolo Gentiloni è la spia rossa che si è accesa nella sala macchine di Giorgia Meloni. Una polemica incomprensibile se legata al dossier Ita-Lufthansa di cui il Commissario Ue all’Economia non ha alcuna competenza. Incomprensibile se viene fatto carico all’ex presidente del Consiglio del Partito democratico di non indossare la maglia azzurra, come ha detto Matteo Salvini. Dimostrando di non avere la ben che minima cultura e conoscenza istituzionale sul fatto che un Commissario europeo giura di perseguire gli interessi dell’Unione europea e non della nazione di provenienza. Questo la dice lunga sul comportamento che avrebbe un eventuale Commissario di nomina leghista. Ma più in generale è stessa logica che ha spinto Giorgia Meloni a chiedere a Gentiloni un occhio di riguardo per noi. È questo l’atteggiamento partigiano che avrebbe il centrodestra nella stanza del potere di Bruxelles? 

Meloni sta rischiando di scavarsi la fossa in Europa se non sta attenta, molto attenta a come sta gestendo la vicenda Gentiloni. Sarà pure «curioso», come dice lei, che Bruxelles blocchi la soluzione trovata per Ita. È la cultura del sospetto e del complotto che fa tornare indietro la presidente del Consiglio ai tempi involuti e passati dello sguardo in tralice verso Palazzo Berlaymont. La riporta a fianco della destra che sta cavalcando il leader leghista. 

Qual è il sospetto: che a bloccare il dossier Ita-Lufthansa sia la commissaria Margareth Vestager, in aspettativa perché candidata a guidare la Banca europea degli investimenti. A quella prestigiosa carica l’Italia ha candidato l’ex ministro dell’Economia Daniele Franco. Quindi bloccare quel dossier da parte della Vestager sarebbe una ritorsione alla concorrenza italiana. Che poi sia vero è tutto da dimostrare, ma è totalmente fuori luogo chiamare in causa Gentiloni, il quale ieri ha saggiamente detto di non voler partecipare alle polemiche per non danneggiare l’Italia.

Ecco il punto. Gentiloni coglie nel segno: questo atteggiamento provinciale del governo romano danneggia l’Italia. I fronti aperti sono tanti e le divisioni tra Palazzo Chigi e Rue de Berlaymont si stanno amplificando. Ne sono un sintomo le parole del ministro della Difesa Guido Crosetto al quale l’Europa ricorda la vecchia nobiltà che pensava di poter vivere nei loro palazzi senza lavorare e sporcarsi le mani e non si accorgeva che il mondo stava cambiando. E dopo pochi anni si è trovata la borghesia che comprava quei palazzi. È una dichiarazione politica pesante perché sposta l’asse di Fratelli d’Italia sulla linea d’ombra della destra che guarda in cagnesco ai futuri assetti di potere politico a Bruxelles.

E qui veniamo alla fossa che rischia di scavarsi Meloni che nelle prossime settimane dovrà dare una risposta sulla ratifica del Meccanismo europeo di stabilità e affrontare la revisione delle regole del Patto di stabilità. Come pensa di trattare la sua richiesta di non tenere conto nel deficit delle spese militari per l’Ucraina e quelle per la transizione digitale green? Avendo contro Gentiloni e Ursula von der Leyen che le ha offerto molte sponde anche sul fronte immigrazione? Oppure pensa che l’atteggiamento duro faccia tremare le gambe ai suoi interlocutori? È un atteggiamento un certo nervosismo, una tattica per addolcire la pillola amara che gli elettori di riferimento dovranno inghiottire ovvero la manovra finanziaria austera, senza doni elettorali, mentre le previsione di crescita sono sotto quell’un per cento previsto dal Documento di economia e finanza in primavera.

Tutto questo mette tanto nervosismo a Meloni e ai leader che fanno parte del suo governo. Ma è lei che rischia di più perché attaccare Gentiloni significa mettere in difficoltà Ursula von der Leyen, di cui la presidente del Consiglio potrebbe essere una grande elettrice per la riconferma alla presidenza della Commissione. Significa trovarsi di traverso Bruxelles in tutti quei dossier che abbiamo citato. Significa fare passi indietro rispetto al cammino di maturazione fatto dalla leader di Fratelli d’Italia sulla responsabilità in Europa. Significa avere paura di una destra alla sua destra che le fa concorrenza, con Salvini che invita Marine Le Pen a Pontida. 

Il leghista mette sotto scacco Meloni, anzi la minaccia di indicarla come una traditrice se accetterà di escludere dalle future alleanze il centrodestra italiano e tutta la destra di Identità e Democrazia in cui convivono Lega, Le Pen e i seminazisti di Alternative für Deutschland. Salvini la esporrà al ludibrio popolare se alla fine Meloni accetterà di nuovo la maggioranza Ursula con i socialisti.

Se non vuole scavarsi la fossa Meloni deve accettare di avere nemici alla sua destra. A volte sembra che questa sia la sua direzione politica almeno a livello europeo. Poi scivola di nuovo indietro come sta succedendo in questi giorni. Ma dovrà fare una scelta perché lo stesso presidente dei Popolari a Bruxelles, Manfred Weber, ha spiegato che la prossima Commissione sarà determinata dai voti ai partiti ma anche dalle decisioni che verranno prese dai governi socialisti tedesco e forse spagnolo, e dal presidente Emmanuel Macron. Che insomma l’equilibrio Popolari-Socialisti-Liberali rimarrà alla base del potere comunitario. Non c’è spazio per Salvini, Le Pen e Alternative für Deutschland. I Conservatori di Meloni se voglio possono seguire come l’intendenza.

Tutto questo agitarsi è controproducente, a meno che Meloni non abbia già messo in conto di scartare e ribellarsi come una sovranista qualunque. Ha ragione Romano Prodi quando afferma che Meloni deve ancora decidere «se andare a messa o stare a casa». 

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