AutoritrattoGrazie all’arte ora sono capace di dire: «Ma chi sei tu per dirmi chi sono?»

L’artista giapponese Mari Katayama spiega di aver provato un sentimento di liberazione dopo aver regalato al Tate Museum le opere che le hanno permesso di svolgere un ruolo nella società. Lasciandole andare è scomparsa la sensazione di dipendere da quelle opere

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Questo è un articolo del nuovo numero di Linkiesta Magazine, con gli articoli di Big Ideas del New York Times. Si può comprare, qui sullo store, con spese di spedizione incluse, oppure in edicola a Milano e Roma e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia.

Gli autoritratti sono la base di molte mie opere. Ma di recente ho cercato di fare una fotografia per il mio profilo di artista e non ci sono riuscita. Benché fossi consapevole che si trattasse di una cosa diversa dal creare un’opera d’arte sono rimasta scioccata e delusa per il fatto di non essere riuscita a farmi un bel ritratto. Ho fumato tre sigarette mentre cercavo di capire perché la cosa non stesse funzionando e mi sono resa conto che ero felice che quelle foto fossero brutte. Ogni volta che qualcosa che faccio viene male, cerco di lavorarci ancora, di trovare una sua bellezza e di scoprire qualcosa di nuovo. Non avevo ottenuto la foto-profilo che volevo ma, se fossi riuscita a mantenere quella mentalità, ero sicura che ne avrei scattata una buona in seguito. Mi considero un’ottimista.

Da bambina pensavo che ognuno fosse diverso dagli altri. Quindi, pensavo, io sono come tutti. Ma la società non accettava le differenze individuali e ho dovuto darmi molto da fare per integrarmi. Credo di dover essere grata per questo, perché ho imparato a comportarmi in modo tale che la gente non notasse le mie due protesi al posto delle gambe. E ancora oggi, per nascondere la schisi alla mano, evito di arrotolare la manica sinistra. Eppure, per quanto cercassi di nascondermi, mi rimaneva attaccata l’etichetta di “handicappata”. Questa etichetta non poteva (e non avrebbe potuto) essere la strada attraverso cui essere accettata e così ho riposto la mia fiducia nell’arte. Fortunatamente, gli oggetti e le fotografie che avevo cominciato a creare hanno ottenuto fama in quanto “arte” e hanno acquisito un posto nella società.

L’arte è divenuta una ragione sufficiente per farmi entrare in società e darmi un posto al sole. Sentivo che mi veniva permesso di esistere per quella che ero.

L’anno scorso ho deciso di donare alla Tate una selezione delle sculture che ho creato negli ultimi diciotto anni. Dopotutto, gli oggetti sono oggetti – a differenza delle persone, che sono vive. Un’opera d’arte può durare a lungo, forse centinaia di anni. In quanto esseri umani con una vita limitata, abbiamo la responsabilità di trovare il modo di preservare le cose che hanno una scala temporale diversa dalla nostra. Volevo fare una foto d’addio prima di spedire le mie opere al museo, così ho scattato una serie di autoritratti circondata dai miei oggetti. Ma, quando ho sviluppato la pellicola, la mia figura era quasi scomparsa dalle immagini, perché la mia vecchia macchina fotografica mi costringeva a lasciare l’inquadratura e a chiudere manualmente l’otturatore.

Lasciando andare per la loro strada le opere d’arte che mi avevano permesso di svolgere un ruolo nella società, è scomparsa anche la mia sensazione di dipendere da quelle opere. Non dovevo più camminare al passo con tutti gli altri. Era come se mi fosse stato detto che non dovevo più fingere di conformarmi alle norme di correttezza e bellezza o di essere accettata o gradita agli altri. Avevo voluto che voi mi accettaste, così avevo fatto del mio meglio per vivere una vita di finzioni. Ma allora è diventato facile andare avanti. Sono stata capace di riconoscere il mio disagio nell’essere etichettata come artista disabile, come donna, come genitore.

Mari Katayama, in quanto artista, è stata finalmente in grado di dire: «Chi sei tu per dirmi chi sono?».

Perché anche Mari Katayama in quanto essere umano aveva cominciato a sentirsi limitata dalle regole sociali che aveva seguito solo perché erano “corrette”. Queste regole erano il motivo per cui avevo firmato il mio contratto matrimoniale, avevo acceso un mutuo per comprare una casa e avevo lavorato per guadagnare abbastanza soldi per far vivere la mia famiglia. Sentivo che, altrimenti, la società non mi avrebbe accettato. Anche il prendermi cura di una bambina e i tre anni di pandemia hanno contribuito a questo cambiamento nei miei sentimenti. In un mondo con tante restrizioni, volevo fare solo le cose che per me contavano davvero, dal momento che non volevo vivere nella menzogna di fronte a mia figlia.

Il mio rapporto con l’arte come modo di sopravvivere è terminato. Non posso più dire che ho scelto l’arte come fonte di reddito. (Il denaro è necessario. Ma serve per vivere e per fare arte, non per costringere la società a riconoscere la mia esistenza). Quei miei ritratti fotografici di cui ho parlto prima e che sono venuti così male mi mostrano un mondo scomodo che è difficile da capire, per quanti tentativi io faccia. Tuttavia, mi sforzo di trovare la bellezza nel mondo, per il fatto che amiamo e viviamo. La mia arte è un mezzo per cercare il massimo comune denominatore. Ora che l’ho capito, non posso più tornare indietro.

Sei anni fa ho creato un’opera d’arte a forma di cuore cucita a mano, come regalo per mia figlia appena nata. Ma, quando l’ho terminata, è risultata essere piuttosto grottesca. Il cuore che ho creato è un cuore spezzato perché è molto più bello quando riflette la luce grazie a più sfaccettature, come una mirror ball: e, più un cuore è graffiato, più sfaccettature ottiene e più luce può quindi riflettere. Dico a mia figlia: «Se hai un problema, puoi cercare aiuto nelle mani di una madre e di altre persone», così ho cucito molte dita di stoffa sul cuore spezzato. Come titolo per quell’opera ho scelto Gift, una parola che in inglese significa “regalo” ma in tedesco vuol dire “veleno”. Nei miei autoritratti della serie che si chiama cannot turn the clock back (e cioè: non posso riportare indietro l’orologio), mi sono appesa Gift al collo. Se ci ripenso ora, il mondo per me è stato un tale dono! Il mio lavoro mi ha sempre sorpassato e mi ha forzato ad avanzare, inviandomi a volte dei suggerimenti dal futuro.

Il mio rapporto con l’arte è cambiato, ma l’arte che faccio ora è sempre arte e la ragione e il significato per cui si creano delle opere d’arte non cambieranno mai. Grazie, opere d’arte. E grazie, mondo. Non posso lasciarti, per quanto io ci provi, e non posso vivere senza di te. Voglio stringerti forte, così forte da frantumare la tua cassa toracica nel mio abbraccio. Desidero inghiottirti completamente. Ti odio, eppure ti amo.

Ogni volta che esprimo l’amore a parole, penso che sia le cose che scrivo sia le cose che dico diventino delle false rappresentazioni della mia mente – una mente che non riesce a esprimersi in modo veritiero, così come le fotografie non sono mai veramente vere. Ma, alla fine, non c’è nessun metodo che permetta di trasmettere perfettamente l’amore. E quindi noi spargiamo le nostre parole, le nostre fotografie e tutte le espressioni, come delle radici, allungandole come se fossero delle braccia per abbracciarvi.

© 2023 THE NEW YORK TIMES COMPANY AND MARI KATAYAMA

Questo è un articolo del nuovo numero di Linkiesta Magazine, con gli articoli di Big Ideas del New York Times. Si può comprare, qui sullo store, con spese di spedizione incluse, oppure in edicola a Milano e Roma e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia.

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