PassagesUn triangolo amoroso per esplorare con grazia la crudeltà del desiderio

Il film diretto da Ira Sachs indaga lo zeitgeist delle relazioni intime nell’epoca della fluidità, ridefinendo il concetto di amore, senza etichette né finti moralismi

Passages

Dopo il Sundance Film Festival e il Festival di Berlino, Passages, di Ira Sachs è finalmente arrivato nelle sale italiane. Il film distribuito da Lucky Red e Mubi, la piattaforma in streaming del cinema d’autore, indaga la crudeltà dell’amore e del desiderio in una Parigi contemporanea in cui sopravvive solo chi se ne va. Ora, per un attimo, accantonate quello che i vostri amici vi ripetono ogni volta che entrate in una relazione tossica «In amore vince chi fugge», perché dire che questa pellicola è semplicemente una storia – anzi più storie – di relazioni amorose sbagliate in epoca contemporanea rischierebbe sicuramente di farci apparire miopi e sarebbe oltremodo riduttivo.

Il film non ha niente di intellettuale, anche se gli ingredienti ci sarebbero tutti: un regista indie, una giovane insegnate, un curatore di libri, una storia etero, un matrimonio omo, il sesso, il desiderio e il dolore. Certo, anche questa volta il regista americano torna a misurarsi con la complessità delle relazioni e con la difficoltà di incasellarle, ma se con I toni dell’amore (ora su Primevideo) e Keep the Lights On, Sachs ci ha abituati a esplorare la complessità dei sentimenti, dei conflitti interiori e delle contraddizioni dell’animo umano, con una ricchezza di sfumature che raramente riscontriamo nel panorama cinematografico contemporaneo. Con Passages va oltre, esplorando con grazia la crudeltà del desiderio. È come se Sachs prendesse tre cuori, li mettesse uno accanto all’altro su un tavolo di acciaio gelido e cercasse di esplorarne le contraddizioni e le similitudini. L’impresa non è facile, soprattutto se il racconto – di un realismo sorprendente – viene fatto senza giudizio con uno sguardo esterno in cui dolcezza e crudeltà si fondono.

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In una Parigi fuori fuoco, viva e multietnica, fredda e ventosa come solo la capitale francese sa essere nei giorni d’autunno, Passages racconta di un triangolo amoroso sui generis. Tomas (Franz Rogowski), regista cinematografico indipendente e sposato da tempo con Martin (Ben Whishaw), una sera incontra Agathe (Adèle Exarchopoulos), la giovane insegnante di cui si innamora perdutamente, tanto da mettere in discussione il rapporto col marito.

Il triangolo amoroso diventa per Sachs un pretesto per parlare della lotta continua tra varie forme di amore e desiderio, senza però mai incasellarlo: le gabbie morali, religiose e sociali vengono spazzate via per rappresentare le molteplici e insospettabili gradazioni dell’inconscio umano, anche quelle più buie e nascoste. Lo fa attraverso una narrazione veloce nel ritmo, fatta di trasformazioni e passaggi, di persone e relazioni, di emozioni, dialoghi e di una coreografia di corpi che insieme delineano la diseducazione sentimentale di un Tomas in preda al caos e alla creatività violenta e dirompente. Nel film il sesso è il quarto protagonista: quello che cambia tutto e che diventa fondamentale nello svelare la fragilità degli altri tre, insieme alla loro tacita speranza che – prima o poi – arrivi il momento in cui la vita si metterà finalmente a scorrere nella giusta direzione.

Se qualsiasi storia, nel raccontarla, va segmentata, spezzettata e divisa in capitoli, Sachs va oltre, portando sul grande schermo la disfunzionalità delle relazioni di oggi, in cui le vite dei tre protagonisti, all’eterna ricerca di un centro di gravità affettivo, convergono e si respingono, scanditi dai veloci cambiamenti e dagli imprevisti che l’universo ci riserva. Attraverso le vicende di Tomas, Agathe e Martin, i dialoghi che mutano dal francese (nell’originale) all’inglese sottendono un’incomunicabilità sentimentale: la rappresentazione dell’intimità prende il sopravvento e si manifesta in una sfera psicologica di amore universale, scevra da etichette e moralismi.

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Sachs, con questo film, non ha dunque semplicemente voluto raccontare un triangolo queer o parlare di fluidità delle relazioni, ma si spinge oltre per metterci in guardia (forse proprio da noi stessi?) facendoci capire quanto siamo disposti a sopportare in nome dell’amore. Sarà difficile, dunque, non riconoscersi in uno dei tre protagonisti: Tomas, insicuro e manipolatore, che vorrebbe applicare alla vita sentimentale le sue regole, come fa quando dirige un film; Martin, che incarna un perfetto innamorato portato alla distruzione psicologica da un narciso egocentrico e infine Agathe libera, matura e indipendente. Passages è un incontro e una collisione dei loro mondi in un’epoca in eterno movimento; ma è anche un film sull’amore, sull’intimità tenera e al tempo stesso violenta, ambigua, mutevole e immorale, fatta di bisogni e desideri. I veri protagonisti in questo film rimangono i corpi: nudi, passionali, selvaggi, che non seguono le convenzioni perché mossi dal desiderio che prende e toglie.

Se c’è dunque una sola cosa che questo film ci insegna (ma vi garantisco che ce n’è più di una) è che Passages costruisce una mappa dei rapporti di potere e della dipendenza amorosa esplorando la mutevolezza delle relazioni nella società odierna e disegna una sorta di atlante dei sentimenti attraverso le voci e le storie dei suoi protagonisti, che hanno rotto gli schermi e ridefinito il concetto di amore. Ma c’è anche un’ultima considerazione da fare: questa fluidità delle relazioni che caratterizza la nostra epoca, scardina ogni schema predefinito e ci insegna – una volta per tutte – che non è importante chi scegliamo di amare, né tanto meno quanto sia forte la proiezione del nostro desiderio sull’altro: l’importante è accettare che i nostri sentimenti possano evolversi e, addirittura, cedere il passo a un «istinto di sopravvivenza». Del resto, non è anche questa una forma di amore?

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