Orizzonti politiciPerché il democratico antifascista poteva (e doveva) anche essere anticomunista

Nel Novecento gran parte degli intellettuali di sinistra descriveva la storia d’Italia come una dialettica tra il rosso e il nero. Nel suo libro “Antitotalitari d’Italia” (Rubbettino Editore), Massimo Teodori spiega perché è importante ridiscutere il ruolo delle forze politiche che hanno contribuito alla nascita della Repubblica

Perché oggi è necessario ridiscutere delle personalità e dei partiti che nella Repubblica hanno dato vita a una politica antitotalitaria? L’ipotesi qui in discussione è che il singolare caso italiano sia stato segnato dalla mancanza di un dibattito storico e politico sull’antitotalitarismo, in quanto il Partito comunista e l’intellettualità di sinistra sono stati, in buona parte, all’origine dell’emarginazione delle forze e degli esponenti antitotalitari che contrastavano gli autoritarismi d’ogni colore. Infatti, nel venticinquennio postbellico i comunisti hanno avuto un ruolo preminente nella vita culturale nazionale che ha trasformato l’antifascismo e l’anticomunismo da categorie storiche in categorie mitiche consacrate nei templi dell’università, dell’editoria e del cinema.

A sinistra l’antifascismo veniva per lo più declinato come un presupposto del mondo comunista. La sua ideologizzazione affermava che gli oppositori del fascismo dovevano mettere la sordina al loro a-comunismo. E l’anticomunismo era considerato come una sorta di attributo collaterale del fascismo, proprio dei movimenti reazionari. Nella visione di gran parte degli intellettuali di sinistra la storia d’Italia del Novecento veniva rappresentata come una dialettica tra il rosso e il nero, tra i comunisti e i fascisti in cui non c’era posto per altre posizioni come quelle degli anticomunisti democratici che pure avevano giocato un ruolo significativo nella nascita della Repubblica. Si considerava contradditorio il fatto che il democratico antifascista potesse essere anche anticomunista, e magari “antitotalitario”. In Italia sono stati pochi gli intellettuali “progressisti” che hanno apertamente espresso una visione antitotalitaria della realtà nazionale e internazionale.

Negli altri Paesi europei – Francia, Regno Unito e Germania – non poche personalità dell’intellighenzia tra cui Raymond Aron, George Orwell, Albert Camus, Simone Weil, Isaiah Berlin, Hannah Arendt e, più tardi, Tony Judt, sono stati ritenuti “antitotalitari” nel senso che nelle loro opere ritenevano i tre sistemi politici e ideologici affermatisi nel Novecento – fascismo, nazismo e comunismo – antitetici alla democrazia. Eppure, in Italia, nella seconda decade del ’900, di fronte al fascismo alcuni importanti leader politici avevano compreso che il regime che stava sostituendo lo Stato liberale era nuovo e di tipo “totalitario”, come ha ricordato Emilio Gentile nel recente libro “Totalitarismo 100”. Il liberale Giovanni Amendola, il popolare Luigi Sturzo e il democratico Luigi Salvatorelli usarono tutti il termine “totalitario” per connotare il fascismo in parallelo al bolscevismo. E negli anni Trenta, all’esplosione del nazismo, il termine “totalitario” fu esteso al sistema che aveva preso il potere in Germania. […] 

Guglielmo Ferrero, intellettuale liberale, aveva lavorato alle sue ricerche all’Istituto svizzero di alti studi internazionali di guerra dopo essere stato bandito dall’Italia di Mussolini: il suo interesse era la crisi europea dopo la Prima guerra mondiale nella stagione iniziata con la rivoluzione bolscevica e proseguita con il fascismo e il nazismo. In un articolo Le origini del totalitarismo del febbraio 1940 apparso su «La Dépeche de Toulouse», sostenne l’antitesi tra democrazia e totalitarismo: «La questione di sapere se la democrazia è la madre del totalitarismo è di importanza vitale oggi che tre democrazie – la Francia, l’Inghilterra e la Finlandia – sono in guerra contro due Stati totalitari, la Germania e la Russia». Anche il radicale Francesco Saverio Nitti, già presidente del Consiglio nel 1919-1920, aveva compreso la natura del fascismo in partenza per l’esilio in Francia dopo avere respinto l’adesione ai blocchi nazionali. Nel 1938, al momento delle leggi razziali, scrisse che i regimi totalitari – fascismo, nazismo e comunismo – erano accomunati da alcuni elementi distintivi, il partito unico, la divinizzazione del capo, il controllo della cultura nelle università, nel cinema, nella stampa e nella radio, e proponevano la rigenerazione messianica della politica.

Queste e altre personalità provenienti da diversi orizzonti politici – socialista democratico, cristiano, liberale e radicale – già negli anni Venti e Trenta del Novecento avevano individuato nelle dittature fascista e nazista e nello stalinismo comunista caratteri totalitari simili, mentre l’intellighenzia di sinistra proponeva la legittima continuità, per non dire coincidenza, tra antifascismo, democrazia e prospettiva comunista, un teorema che si sarebbe rafforzato nel secondo dopoguerra. È nella Resistenza che sul totalitarismo si divarica la linea politica degli antifascisti a guida comunista da quella degli antifascisti democratici. Sconfitto il nazifascismo, il ruolo del nuovo PCI guidato da Palmiro Togliatti restava ambiguo sulla questione internazionale delle libertà. Furono gli antifascisti democratici a contestare il legame con Mosca di un Partito comunista che presentava il duplice volto nazionale-parlamentare, e internazionale-ossequioso verso l’Unione Sovietica di Stalin.

Il conflitto nelle fila dell’antifascismo era già esploso nella Guerra civile spagnola quando i comunisti avevano colpito i libertari del POUM secondo le direttive del Comintern ai commissari politici delle brigate comuniste, tra cui gli italiani Palmiro Togliatti e Luigi Longo, futuri segretari del PCI. Nel maggio 1937 a Barcellona fu rinvenuto, tra gli altri cadaveri di libertari che mi- litavano nelle fila dei repubblicani, anche quello dell’italiano Camillo Berneri il cui assassinio fu attribuito ai comunisti benché le prove fossero state occultate, al punto che il leader socialista Pietro Nenni scrisse che l’anarchico Berneri non era morto in guerra «ma è stato assassinato, e noi dobbiamo dirlo». Quando nel dopoguerra Salvemini ricordò l’episodio su «Il Mondo», Togliatti reagì con violenza verbale contro colui che ricordava le responsabilità dell’agente moscovita: «Non perdoniamo a Salvemini di portare perfino nelle aule universitarie alcune tra le più infami calunnie della libellistica anticomunista […] non ha egli trovato il modo di ricordare, dopo Rosselli, “assassinato da sicari francesi per mandato italiano”, Camillo Berneri “soppresso in Spagna da comunisti nel 1937”? O quest’uomo le beve veramente tutte le panzane, pur- ché siano di marca americana e anticomunista, o è disonesto».

Nella Resistenza lo scontro tra antifascisti di diverse tendenze si ripeteva fino alla Liberazione e oltre, tanto più che la strategia del PCI puntava su una possibile alleanza con le forze democratiche, innanzitutto con i cattolici. Ma la temporanea convergenza dei comunisti con i democratici, sancita nel Comitato di liberazione nazionale (CLN) e nei governi Bonomi e Parri, lasciò un segno profondo che fu trasformato nel mito dell’antifascismo unitario quale fondamento della Repubblica nata dalla Resistenza.

 

Da “Antitotalitari d’Italia” di Massimo Teodori, Rubbettino Editore,  116 pagine, 14,25 euro

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