Hamas ha rilasciato due anziane donne israeliane prese in ostaggio durante gli attacchi del 7 ottobre, facendo sapere che l’operazione è stata compiuta per «ragioni umanitarie» grazie alla mediazione di Egitto e Qatar. Ma il gruppo terroristico potrebbe rilasciare presto altri 50 cittadini con doppia nazionalità. Questo perché, come riporta Bloomberg, il governo israeliano – dopo le pressioni americane – avrebbe deciso di aspettare prima di lanciare l’invasione di terra della Striscia di Gaza per le trattative in corso sul rilascio dei 222 ostaggi, ma anche per evitare l’apertura di un fronte di guerra con Hezbollah.
L’obiettivo degli Stati Uniti è anche quello di potenziare le forze americane nella regione come deterrente all’intervento di Paesi come l’Iran, in modo da evitare l’allargamento del conflitto e preparare meglio i piani per il governo di Gaza dopo l’invasione. Anche l’Unione europea si schiera in favore di una pausa umanitaria delle operazioni militari. Mentre Hamas, rilasciando pochi ostaggi al giorno, punterà proprio a ostacolare o rallentare l’attacco a Gaza.
La Radio militare israeliana ha confermato il rinvio dell’assalto a Gaza, perché Washington ha fatto sapere allo Stato ebraico che intende «schierare altre forze in Medio Oriente in vista dell’operazione di terra, a causa delle minacce dell’Iran». Ma le ragioni sono anche altre: la radio ha citato infatti la presenza nel nord della Striscia di 350mila civili palestinesi, più i circa 600 cittadini americani intrappolati, oltre agli ostaggi.
Il dibattito continua su come e quando le truppe via terra dovrebbero entrare a Gaza, scrive Bloomberg. Il portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale amricana John Kirby, parlando con i giornalisti, ha ribadito che le decisioni militari le prende Israele. Aggiungendo che gli Stati Uniti sono contrari ad un vero cessate il fuoco, perché «beneficerebbe Hamas». Nello stesso tempo, però, Kirby ha spiegato che Washington ha un dialogo aperto con lo Stato ebraico dall’inizio della crisi, sulle modalità della risposta, i mezzi di cui ha bisogno, e i piani per il dopo. In questo quadro, «gli Stati Uniti hanno aumentato la presenza militare in Medio Oriente per mandare un segnale di deterrenza agli attori della regione».
Il presidente Joe Biden è stato più chiaro: «Dobbiamo prima avere gli ostaggi rilasciati, poi possiamo parlare». In un appello al primo ministro israeliano Benjamin Netanhayu, Biden ha sottolineato la necessità di un «flusso continuo» di assistenza umanitaria a Gaza. Parlando con Netanyahu, Biden ha poi ribadito il suo impegno nei confronti degli «sforzi in corso da parte di Israele per garantire il rilascio di tutti gli altri ostaggi presi da Hamas», chiedendo al contempo il passaggio sicuro dei civili fuori da Gaza.
E anche dall’Europa arriva la stessa richiesta. Nella bozza delle conclusioni del Consiglio europeo in programma il 26 e 27 ottobre, si legge: «Siamo pronti a contribuire a ravvivare il processo politico, sulla base della soluzione dei due Stati. Il Consiglio Europeo reitera la necessità di un immediato rilascio degli ostaggi senza alcuna precondizione».
Ma nonostante le pressioni internazionali, il ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant non molla. E ieri ha detto ai marinai della base di Ashdod che l’offensiva verso Gaza sarà «un attacco letale e combinato da terra, mare e aria. Continuate a rimanere pronti per l’offensiva perché arriverà. Ci stiamo preparando a fondo».