Tagliagole dal volto umanoLa formidabile strategia di comunicazione di Hamas, e le complicità degli utili idioti

La liberazione di alcune persone tenute in ostaggio dal gruppo terrorista palestinese a un mese e mezzo dal pogrom del 7 ottobre è stato accolto come un gesto caritatevole. Merito anche dei media che non hanno quasi mai parlato dei prigionieri, attaccando solo Israele

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Non è cosa da poco riuscire nell’impresa di assassinare milleduecento civili, deportarne qualche centinaio e rilasciarne dopo un mese e mezzo qualche decina passando per gente civile e caritatevole. Senza ironia: tanto di cappello agli strateghi della comunicazione dei massacratori del 7 ottobre.

Va detto però, una volta riconosciute le indubbie capacità comunicazionali dei tagliagole, che a tanto risultato non sarebbero mai giunti senza il fattivo contributo del collaborazionismo pacifista che per settimane e settimane ha fatto le prime pagine, le seconde pagine, le terze pagine, le quarte pagine, le quinte pagine e dentro fino all’ultima, fino al meteo e all’oroscopo, senza neppure una virgola dedicata agli ostaggi oppure con qualche giudiziosa riflessione sulla protervia di Israele che non si rassegna all’idea che anche quella, signori miei, è resistenza, anche rapire donne e vecchi e bambini appartiene al comprensibile comportamento che, come l’atto di sgozzare, decapitare, stuprare, bruciare vivi centinaia di civili, e gioirne, e proporsi di rifarlo dal fiume al mare, è roba che mica viene dal nulla, accidenti.

Senza questo bell’apparato di negazionismo giustificazionista sarebbe stato un po’ più difficile assistere al clima di favore celebrativo non già per il ritorno a casa degli ostaggi, bensì per le doti umanitarie dei rapitori: altro che la ferocia dell’entità sionista tanto ingrata, tanto sprezzante, tanto ingenerosa, che ha la sfrontatezza di non costituirsi all’Aia mentre gli ostaggi liberati dichiarano che il vitto era ottimo e abbondante.

Non per tutti, fortunatamente, ma per moltissimi eccome, sia gli sterminati sia i deportati durante il pogrom del mese scorso erano i dimenticati del giorno appresso: ma quando andava bene, perché non raramente si spiegava – e non solo a suon di berci nelle manifestazioni «Fuori i sionisti da Roma», ma anche sul filo editoriale delle complessità – che in guerra queste cose succedono e che in guerra ci sono i prigionieri di guerra, pressappoco il modulo interpretativo che attribuisce alle cose inopinate della guerra l’eccidio di Bucha, le stanze della tortura di Yahidne e la deportazione di migliaia di bambini ucraini.

Anche nel caso di quei mostruosi misfatti, non c’è che dire, è stato ottimo il lavoro negazionista della propaganda mandata in battaglia con l’operazione speciale: ma anche in quel caso è stato e continua a essere formidabile l’aiuto del collaborazionismo pacifista, quello che dal 25 febbraio del 2022 annotava che «Putin sta puntando sui suoi obiettivi e nel frattempo cerca di non spaventare la popolazione», quello che i bambini rapiti erano in realtà provvidenzialmente sottratti ai genitori che volevano mettergli addosso le cinture esplosive, quello che i mercati rasi al suolo erano depositi di armi della Nato, quello che le scuole incenerite erano covi nazisti, e via così.

E in perfetta e contrapposta armonia nel nuovo scenario quel pacifismo collaborazionista è adesso quello che non solo non denuncia, ma persino giustifica gli RPG sotto le culle dei neonati e le granate e i Kalashnikov nelle corsie dei malati. Tutto per la pace, ovviamente. La pace delle decapitazioni e dei bunker sotto gli ospedali imbottiti di civili. E la pace degli ostaggi, molestati dai bombardamenti.