Disparità di potereLa lunga strada per avere una direttiva Ue contro le querele temerarie

Le Slapp sono azioni legali volte a mettere a tacere critiche ritenute dannose e a limitare la partecipazione al dibattito pubblico, e sono largamente diffuse nel vecchio continente. Lo scorso maggio è stata discussa una possibile legge europea contro questa pratica ma siamo ancora alle fasi iniziali

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Una richiesta di risarcimento di cinque miliardi di dollari per aver sminuito l’ammontare del patrimonio personale del futuro presidente degli Stati Uniti: quando Donald Trump, nel 2006, portò in tribunale Timothy L. O’ Brien, giornalista del The New York Times con l’accusa di essere stato diffamato a mezzo stampa, in Italia il concetto di SLAPP era a dir poco remoto. Ora, l’aria che tira è diversa. Lo scorso 12 ottobre, a Roma, lo scrittore Roberto Saviano è stato condannato dal tribunale per aver diffamato la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. La sentenza è da ricondurre a un avvenimento del 2020 quando, nel corso di una puntata di Piazza Pulita, Saviano utilizzò l’epiteto “bastardi” in riferimento ad alcuni esponenti politici, tra i quali l’allora leader di Fratelli d’Italia.

L’accusa di diffamazione penale aggravata ha generato accesi scontri e domande sui limiti, presunti o reali, che questi interventi pongono alla libertà di stampa e di espressione. Nonostante la sentenza che condanna Saviano al pagamento di un risarcimento meramente simbolico, per numerosi scrittori e scrittrici, attivisti e attiviste la reazione di Meloni è, alla luce della carica che ricopre, spropositata. E se fosse come sembra, anche giuridicamente parlando, ci troveremmo di fronte a un esempio di SLAPP (strategic lawsuits against public participation).

Sulla legittimità di poter sfruttare la propria posizione di potere in maniera intimorente verso chi ha il compito, per il proprio lavoro, di esprimere la propria opinione su ciò che accade in un determinato Paese ci si è interrogati già a partire dagli anni sessanta e settanta del secolo scorso. Un ventennio proficuo per l’attivismo e la circolazione d’idee che, in Nord America, coincise anche la proliferazione di querele e denunce per zittire le voci ritenute scomode o potenzialmente pericolose. Una pletora di ricorsi alla giustizia senza precedenti tanto che, all’Università di Denver, si coniò il concetto di SLAPP proprio in riferimento a quelle azioni legali volte a mettere a tacere critiche ritenute dannose e a limitare la partecipazione al dibattito pubblico.

L’elemento cardine di una SLAPP è la disparità di potere, quasi sempre manifesta, tra le parti in causa. Da una parte il querelato, dall’altra il querelante: nel primo caso molto spesso si tratta di giornalisti, attivisti, ONG, watchdog della democrazia; nel secondo, gli attori possono essere sia pubblici che privati. Secondo il monitoraggio annuale del Centro Europeo per la libertà di stampa e mediale (ECPMF)- ente che si occupa di tracciare in tempo reale lo stato di salute dei media in Europa-  su ottocentotredici violazioni al diritto d’espressione commesse nel 2022 nel vecchio continente, centocinquantasette (il trentasette per cento) sono state perpetrate da cittadini privati, mentre settantuno (17,1 per cento) da cariche governative e istituzionali.

Largamente diffuse anche in Europa, le SLAPP non sono l’unico strumento attraverso cui la libertà d’espressione è messa in un angolo: gli attacchi possono essere fisici (nel venti per cento segnalati dal report, nel 2022), verbali (quarantadue per cento) ma anche minare la proprietà privata di chi è vittima degli attacchi (nel 15,7 per cento dei casi) oppure trasformarsi in forme censorie più o meno dirette (14,5 per cento). Oltre lo strumento cambia anche il luogo dell’attacco; gli incidenti avvenuti online sono aumentati nel 2022 raggiungendo il venti per cento delle segnalazioni, rispetto al quattordici per cento dell’anno precedente. Di questi, ottantasei in totale, la maggioranza è stata registrata in Grecia, Italia e Paesi Bassi.

In Italia
In declino da tempo, la situazione italiana non è delle migliori: nel 2023 l’Italia, su un totale di centosettantanove nazioni, è arrivata cinquasettesima nella classifica di Reporters without borders sulla libertà di stampa, facendo peggio di Ungheria (cinquantaseiesima), Moldavia e Argentina (rispettivamente al  cinquantacinquesimo e cinquantaquattresimo posto). Informazioni apparentemente astratte ma che sono indice di un’emergenza alimentata, secondo il think thank OBC Transeuropa, da un generale clima di insicurezza e pericolo che riguarda la professione giornalistica, nell’ambito anche di un quadro legislativo spesso austero.

La diffamazione infatti, differentemente da altri sistemi giuridici, in Italia è considerata reato, punibile secondo il codice penale anche con la reclusione. Alla luce di ciò il corto circuito è inevitabile, soprattutto in un Paese in cui la reputazione del singolo cozza, con il benestare di escamotage poco corretti, con il diritto di cronaca. Se da un lato il quadro legislativo, più volte contestato nella fattispecie a livello europeo, condanna, dall’altro si rende necessario per l’incolumità di chi lavora con le parole; secondo l’Ordine nazionale dei giornalisti, sono circa duecentocinquanta i giornalisti in vigilanza, di cui ventidue sotto scorta.

È evidente come strumenti come le SLAPP tendano a proliferare in sistemi che le rendono possibili, ovvero dove non esistono antidoti adeguati per contenerne l’utilizzo. Limitare la partecipazione pubblica, inibire attraverso l’isolamento attraverso accuse infondate (le cosiddette querele temerarie) e con costi processuali insostenibili. A prescindere di chi sia ad attaccare, quando si parla di SLAPP, ciò che conta non è il risultato finale in sé. Non importa che l’accusa si concretizzi in una vittoria in tribunale quanto che si paralizzi il contraddittorio, ristabilendo le dinamiche di potere e facendo capire, con le cattive, chi è che comanda.

È questo il processo a cui è stata sottoposta, nei suoi risvolti più tragici e ingiusti, la giornalista investigativa maltese Daphne Caruana Galizia la quale, al momento del suo assassinio nel 2017, stava affrontando ben quarantasette cause per diffamazione. Mentre nel 2018 è nata la Coalition Against SLAPPs in Europe (CASE), alleanza che raggruppa più ottanta ONG nel tentativo di stimolare la discussione intorno alla creazione di leggi anti-SLAPP,  a livello europeo l’attentato a Caruana Galizia sembra aver risvegliato le coscienze.

La direttiva anti-SLAPP discussa dal Consiglio Europeo lo scorso maggio è stata dedicata alla giornalista maltese e sembra offrire un primo orientamento comune in favore del diritto di cronaca. Dalla delicata questione finanziaria, spesso drenanti per chi è querelato, alla possibilità, per gli organi giurisdizionali di competenza, di rigettare immediatamente un’accusa se palesemente infondata, tentando di incrinare il meccanismo infernale deliberatamente creato. La strada, a fronte di ciò che osserviamo quotidianamente, è ancora lunga e spetterà agli organi europei armonizzare gli strumenti a disposizione degli Stati Membri per far sì che il diritto di cronaca, per alcuni/alcune mera spina nel fianco da estirpare e distruggere, torni alla propria funzione fondante e salvifica delle democrazie europee.