Vis-à-visI difficili interrogatori alle ex Ss responsabili delle stragi in Italia

In “Caccia ai nazisti” (Rizzoli) Marco De Paolis, procuratore generale militare, racconta la difficile inchiesta giudiziaria che ha portato alla sbarra i responsabili di Marzabotto, Sant’Anna e gli altri eccidi

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Stockinger ovviamente è un uomo anziano. Ha settantasei anni, è piccolo di statura e ha gli occhi azzurri, come quasi tutti gli ex Ss che ho incontrato. L’interrogatorio, condotto dal procuratore, che nella seconda parte fa anche le domande che avevamo concordato, inizia secondo modalità che vedrò ripetersi in molte altre occasioni. L’indagato racconta la propria storia militare, con tutti i particolari necessari, e mette anche a verbale che Walter Reder, il maggiore condannato all’ergastolo per la strage di Marzabotto, era il suo comandante, ammettendo implicitamente, quindi, di aver fatto parte del Ss-Panzer-Aufklärungs-Abteilung Sedici, il battaglione protagonista della strage.

L’interrogatorio ha una svolta quando si inizia a parlare di Marzabotto: quel vecchietto che si presentava come un semplice e innocuo autista tira fuori una personalità fuori dal comune e tiene una piccola lezione di nazismo. Vale la pena rileggere alcuni passi del verbale.

D. «Ha sentito parlare del massacro di Marzabotto e, in caso affermativo, da chi?»
R. «Come semplice soldato non bisogna né ascoltare né vedere. Bisogna soltanto eseguire gli ordini».
D. «Lei ha eseguito degli ordini a Marzabotto?»
R. «Non sono stato a Marzabotto».
D. «Avrebbe ucciso donne e bambini se glielo avessero ordinato?»
R. «Se avessi ricevuto quest’ordine avrei dovuto sparare altrimenti avrebbero fucilato me».
D. «Ha mai ucciso donne e bambini durante la guerra?»
R. «Non ne so niente. Rimostranza. A questa domanda si può rispondere solo con un sì o con un no».
D. «No»

È da questo momento in poi che l’interrogatorio cambia registro. L’ex autista del battaglione di Reder è visibilmente infastidito dalla «rimostranza» del procuratore, è come se si chiudesse in se stesso, si irrigidisse. E inizia a rispondere sempre «no», con un nein secco che esce dalla sua bocca senza essere preceduto da un minimo di riflessione. E lo stesso fa quando gli viene presentato un elenco di nomi di suoi possibili commilitoni: scuote la testa e ripete nein.

Dopo altre domande l’interrogatorio, durato un paio d’ore, si chiude in un clima che non posso che definire freddo. Avevo sperato di sapere qualcosa di più da un uomo che, in fondo, per il fatto di essere un semplice autista poteva anche aver visto senza partecipare ai massacri. Invece nulla, nemmeno una parola se non la conferma che Reder era il suo comandante. Ma se era lì come ha fatto a non accorgersi che i suoi camerati, ammesso e non concesso che lui non abbia partecipato, stavano massacrando ottocento persone?

Quando siamo di nuovo in macchina mi confronto con il mio collega tedesco. È chiaro a entrambi che la strada da fare è ancora lunga, molto lunga. L’indomani mattina Elisabetta De Scalzi e io saliamo sul treno che ci porta a Stoccarda. Non c’è nessuno ad attenderci alla stazione e mentre ceniamo in una birreria vicino all’albergo ripassiamo la posizione dell’ex nazista che interrogheremo l’indomani. Si tratta dell’allora Ss-Rottenführer Horst Eggert, il caporalmaggiore della Sedici. Ss-Panzergrenadier-Division «Reichsführer-Ss» che si era fatto intervistare voltando le spalle alla telecamera e aveva detto che a Sant’Anna di Stazzema «era come la caccia al cinghiale… poi li hanno ammazzati sparandogli». Su di lui ho appunti precisi, perché la sua potrebbe essere una testimonianza davvero preziosa.

Il magistrato con il quale ho appuntamento si chiama Domenico De Falco, padre italiano e madre tedesca e, in procura, ha l’incarico di seguire le rogatorie: anche negli anni successivi sarà sempre lui il nostro punto di riferimento per il Baden-Württemberg. Con De Falco, che ovviamente parla perfettamente l’italiano, ci intendiamo subito: è molto collaborativo e nel suo ufficio – che mi sorprende per il disordine e un paio di zoccoli bianchi olandesi sotto il tavolo – facciamo il punto prima di iniziare l’interrogatorio. Mi spiega che Eggert, che sarà assistito da un avvocato d’ufficio, soffre di demenza senile: in alcuni momenti è lucido e incisivo, in altri sembra perdere i punti di riferimento, andare con la testa altrove, smarrire il filo del discorso.

Eggert arriva nella stanza sorridendo, con fare allegro, come stesse entrando in una birreria a bere con gli amici. Anche con lui, come era stato con Stockinger, partiamo da lontano, ricostruiamo la sua vita militare iniziando dall’arruolamento e dal primo addestramento come addetto ai mortai. Sembra quasi una chiacchierata informale, se non fosse per la rigidità imposta dalla traduzione. Dopo mezz’ora arriva il momento cruciale: il verbale non restituisce il film di quello che davvero successe in quell’ufficio della procura di Stoccarda. Io però ricordo con precisione ogni istante.

A un certo punto arrivammo in Toscana, racconta Eggert, vicino a Sant’Anna. Dice «Sant’Anna» e si ferma, come non trovasse più le parole giuste, abbassa gli occhi e resta in quella posizione per qualche secondo. Quando rialza la testa ha cambiato radicalmente espressione. Dalla sua faccia larga e bonaria è sparita ogni traccia di sorriso o di allegria. Anche la voce cambia, non so descriverla, è metallica, sembra quella di un’altra persona, come se fosse tornato ai suoi diciannove anni, quando era caporalmaggiore delle Ss.

«A un certo punto salimmo lassù e lì tutto ebbe inizio.» Si ferma di nuovo, si volta verso l’interprete, le chiede se è italiana. «Ricordo bene le italiane,» dice «erano belle, carine, simpatiche, ne ho conosciute tante. Quando fui ferito, appoggiai la testa sul grembo di una di loro, che mi accarezzò i capelli.» Lì per lì non faccio caso a questa battuta, fatta più che altro, penso, per allentare la tensione.

Ma quando, dopo qualche giorno, torno a leggere quello che era successo alla Vaccareccia, il casale dove Eggert aveva senz’altro operato e dove era stato ferito di striscio da un camerata, quella battuta mi sembrerà ben più che terribile. Alla Vaccareccia il reparto di cui faceva parte Eggert aveva ucciso in tutto quasi un centinaio di persone di cui molte donne, sicuramente belle e carine, come dice lui.

Non ho mai raccontato la battuta dell’ex Ss a Mario Marsili, che il 12 agosto era lì e si salvò grazie al sacrificio di una di quelle donne italiane, sua madre, Genny Marsili, che lo nascose in una specie di nicchia nella parete di una stalla. Ma ogni volta che lo incontro, e non so quante volte, negli anni, ci siamo visti, mi tornano in mente le donne «belle e carine» della Vaccareccia: lì per terra, crivellata dalle raffiche di mitra, c’era anche la mamma.

Poi Eggert riprende a raccontare, e non penso di esagerare dicendo che nei suoi occhi leggevo l’orrore di quello che aveva visto e, quasi sicuramente, fatto. Christiane Kohl, alla quale avevo telefonato pochi giorni prima e che aveva parlato a lungo con Eggert prima e dopo l’intervista televisiva, mi aveva assicurato che lui era proprio lì alla Vaccareccia. E che aveva sparato.

Rileggo dal verbale di Eggert:

«Solo più tardi, quando ci siamo messi in marcia, ho visto civili giacere morti per terra. Tra di noi non abbiamo più parlato di quest’azione. Non so spiegare perché furono fucilati dei civili, che non sarebbero stati partigiani. Naturalmente, essendo stato soldato, posso dire che se qualcuno sparava da una località, ovviamente si rispondeva al fuoco. Naturalmente ho sentito sparare a Sant’Anna, ma non so chi abbia sparato a chi o a che cosa».

A rileggere oggi queste parole provo la stessa rabbia di ventuno anni fa mentre le ascoltavo. Avevo davanti una delle persone che aveva disposto della vita e della morte di centinaia di innocenti. E, a prescindere da quell’improvviso cambio di umore, ne parlava quasi con leggerezza, negava l’evidenza, voleva farci credere di non essersi quasi accorto che il suo battaglione stava uccidendo qualcosa come quattrocento uomini, donne e bambini, bruciando case e cadaveri. Aveva visto solo i corpi per terra, tutto qui. Mi si è chiuso lo stomaco. Anche Elisabetta De Scalzi era sconvolta, sembrava aver cambiato voce, faticava a tradurre in italiano la descrizione dell’orrore che comunque tracimava da quelle risposte reticenti: le era chiaro che l’ex Ss stava descrivendo un massacro, il massacro di Sant’Anna di Stazzema del 12 agosto 1944.

“Caccia ai nazisti”, Marco De Paolis, Rizzoli, 372 pagine, 19 euro

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