À gaucheLa pericolosa fantasia di Landini federatore della sinistra

Sarebbe una svolta senza precedenti. Una sorprendente virata verso il populismo per uscire dalla lunga stagnazione che impera dalla caduta di Matteo Renzi e che il movimentismo politicamente adolescenziale di Elly Schlein non ha saputo interrompere

(La Presse)

Pierluigi Castagnetti ha evocato un «federatore» per il centrosinistra, ma in giro non si vedono molti Romano Prodi. Questo è il problema. Diciamo pure, un problema insolubile. A meno che… A meno che non si cambi spartito, e una volta per tutte, con un’operazione che dispiacerebbe a molti ma obiettivamente di chiarezza che spaccherebbe la storia del centrosinistra così come l’abbiamo conosciuto dal 1993-94, esattamente trent’anni fa, affidando la leadership a Maurizio Landini, l’uomo che secondo un sondaggio di Egm-AdnKronos ê il più amato dagli italiani di sinistra.

«Landini si proporrebbe come elemento aggregante del centrosinistra capace di recuperare anche quei voti perduti», ha spiegato l’amministratore delegato di Emg Fabrizio Masia a proposito dei risultati del sondaggio. «In questo momento lui ha un ottimo appeal mentre mi pare che l’attrattività della Schlein stia faticando a prendere piede e consenso, mentre quella di Conte è più “conservativa”. Landini piace all’elettorato del Pd e suscita molto interesse da parte di quella parte dell’elettorato di centrosinistra che non va a votare. Lui riesce a intercettare quelle istanze più fondative dei partiti di sinistra che non sono debitamente rappresentate».

Sarebbe una svolta senza precedenti. E sarebbe un evento in qualche modo definitivo. Basta con l’epopea del centrosinistra con o senza il trattino. Alla fine della storia la sinistra sarebbe questa: una sinistra di resistenza, di opposizione, in sé minoritaria ma caratterizzata e orgogliosa. Una sorprendente uscita à gauche dalla lunga stagnazione che impera dalla caduta di Matteo Renzi che il movimentismo politicamente adolescenziale di Elly Schlein non ha saputo interrompere.

Fantasie? Al momento sì. Desideri che però hanno dietro di sé anni di frustrazione politica e soprattutto un presente che pare non soddisfi nessuno. Landini, quello senza macchia e senza paura che difende i famosi «più deboli» (che poi occorrerebbe una seria ricognizione sociologica per definire chi sono, questi «più deboli»), Landini che urla la protesta nel Paese del «sonnambuli» e che dunque dà una sveglia anche ai suoi, narcotizzati da politicismi di tutti i tipi: è lui per molti l’uomo giusto al posto giusto.

L’elettore medio del Pd, e in parte anche quello del M5s (a dimostrazione della continguità tra i sostenitori dei due partiti affratellati nel nuovo populismo di sinistra), si sta stufando non tanto perché di governare non si parla più ma perché a Giorgia Meloni questa sinistra qui non riesce neppure a fare il solletico: invece “Maurizio” sì, che la saprebbe fare, l’opposizione. Persino l’avvocato del popolo, il campione del trasformismo, piacerebbe come leader a tanti elettori dell’opposizione. Schlein scalda di meno.

Tutto questo è solo sentimento confuso ma se in una battuta Fiorello, per il troppo lavoro, dice «io chiamo Landini» evidentemente il senso comune, che come diceva Manzoni è cosa diversa dal buon senso, è quello dell’invocazione dell’uomo forte al comando di una sinistra più dura e intransigente. Così che ancora una volta il moto nenniano s’invererebbe – «c’è sempre a sinistra uno più puro che ti epura» – perché dopo la sua inattesa vittoria movimentista Elly Schlein dovrebbe fare un bel passo indietro a favore di un capo ancora più tosto.

Difficile che ciò accada senza spargimenti di sangue e disastri elettorali. Ovviamente il diretto interessato si dice non interessato, sta bene dove sta, ma quando scadrà il mandato alla guida della Cgil è impensabile che vada a fare «l’impiegato alla Pirelli» come fece Sergio Cofferati o che vada a scaldare la sedia al Cnel o anche il senatore come Susanna Camusso. Nessuno sa dire come finirà, questa storia. Se davvero Landini diventasse il «federatore» di un centrosinistra un po’ “spagnolo” un po’ “francese” il cerchio che dal riformismo porta al populismo si chiuderebbe alla perfezione come lo scatto di una serratura.

Con quali conseguenze non è difficile immaginare: una sinistra a catenaccio davanti al dilagare della destra. È davvero questo quello che vogliono gli elettori di sinistra?

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