Il patriarca verdeIl maschilismo di Bonelli, incontrastato leader dell’ambientalismo gruppettaro

Con le dimissioni della co-portavoce Eleonora Evi, il capo dei Verdi conferma di essere la bestia nera delle sue concorrenti di sesso femminile. Conferma anche che il suo partito è destinato all’irrilevanza

Mauro Scrobogna/LaPresse

Angelo Bonelli è dal 2009 il capo (con diverse denominazioni: presidente, portavoce, coordinatore) del partito dei Verdi che, anch’esso con diverse denominazioni (prima Federazione dei Verdi, poi Europa Verde), ha attraversato la storia della Seconda Repubblica abbandonando le ambizioni riformiste della stagione rutelliana – in cui i Verdi italiani erano sostanzialmente uno spin-off radicale – e diventando un lugubre laboratorio di ignoranza apocalittica e di superstizione anti-scientifica.

Se il suo predecessore Alfonso Pecoraro Scanio era un piacione simpatico e gaglioffo, che dava l’aria di non prendersi troppo sul serio nelle obbligate prosopopee millenaristiche e nelle nostalgie della via Gluck a cui lo costringeva il ruolo di bellu guaglione ambientalista, Bonelli dà un tocco di autentico e di sinistro all’ecologismo reazionario, con la sua faccia triste e severa da travet del fanatismo e da Torquemada della contro-rivoluzione industriale.

Dietro questa apparente autenticità deve però celarsi un mestiere consumato da politico di relazione e da navigatore del network del potere (con rispetto parlando) progressista, se l’anzianità di servizio alla testa delle invero sparute armate del suo partito personale ne fanno il decano dei (sempre con rispetto parlando) leader della politica italiana, dopo la morte del Cavaliere e il pensionamento del Senatur.

Se però Bonelli non ha mostrato grande talento nell’intercettare l’onda lunga dei Fridays for Future e ha condannato i Verdi italiani a rimanere i parenti poveri e sfigati dell’European Green Party, ben maggiore destrezza ha rivelato nella resilienza da maggiorente di quella partitocrazia micro-gruppettara e nominalmente antagonistica, capace di trasformare l’estremismo in una rendita e il minoritarismo in un affare, in una candidatura o in un seggio concesso dalla sempre meno grande e sempre più disprezzata sinistra mainstream (leggasi: Partito democratico).

Le dimissioni della co-portavoce di Europa Verde Eleonora Evi, che ieri ha sbattuto la porta accusando Bonelli di averla relegata a un ruolo di «marionetta del pinkwashing», sono interessanti per molteplici ragioni.

La prima è che Bonelli si conferma come la bestia nera delle sue concorrenti interne di sesso femminile. Aveva iniziato nel 2009 con Loredana de Petris, a cui strappò in un congresso all’ultimo voto (e all’ultima tessera) la presidenza dei Verdi su una piattaforma autonomistica, contraria alla confluenza in Sinistra Ecologia e Libertà. Ha finito (temporaneamente) liquidando con una democristianissima strategia di isolamento interno Eleonora Evi, accusata, a parti invertite, di volere tenere i Verdi in una posizione elettoralmente autonoma contro la volontà del “patriarca”, favorevole alla prosecuzione del legame con Sinistra italiana.

In mezzo all’una e all’altra non si contano le dirigenti trattate alla stregua di meteorine e reclutate e poi risputate nel dimenticatoio, da ultima la di lui più titolata Rossella Muroni (già presidente Nazionale di Legambiente), licenziata alla fine della scorsa legislatura per avere sostenuto in Parlamento il governo Draghi e l’aiuto militare all’Ucraina.

La seconda ragione per cui questo scontro che non ci lascia alcuna suspence sull’esito – vincerà come sempre Bonelli – ha un non secondario interesse cultural-politico è che si tratta di un perfetto spaccato della eterogenesi dei fini della patriarcatodemia, dilagante nel senso comune della sinistra – e massimamente di quella antagonista –, e destinata inevitabilmente a rivolgersi contro nemici interni, dopo avere fallito miseramente il bersaglio contro i nemici esterni.

Continuerà a non fare un baffo al partito di Meloni che, pure se si fa chiamare presidente al maschile, è inequivocabilmente di sesso femminile, ma farà disastri nei regolamenti di conti a sinistra tra compagne e compagni, tutti equivocamente e indifferentemente accusabili come minimo di mansplaining, quando non di peggio.

Così alla fine il bonellismo, oltre a qualificarsi meritatamente come malattia senile dell’estremismo e come riuscito esperimento di mastellismo o tabaccismo green, potrebbe pure diventare – forse meno meritatamente – sinonimo di esecrabile maschilismo.

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