Indipendenza relativaLa deriva di un Paese in cui il potere giudiziario è assoggettato al governo

Nel ricostruire lo scandalo Palamara, Alessandro Barbano (“La gogna”, Marsilio) svela il falso mito di una magistratura unita e compatta in difesa dei propri interessi. Ma dal testo emerge anche la cupa prospettiva di un’Italia in cui i giudici rischiano di diventare solo portavoce della maggioranza anziché persone con idee a cui viene garantita la giusta autonomia nelle decisioni

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Alessandro Barbano, autore de “La Gogna” sullo scandalo che colpì nel 2019 il Csm e il sistema di relazioni opache per le nomine ai vertici della magistratura, è uno dei pochi giornalisti esperti della materia giudiziaria che conosce il diritto e la procedura penale. In questo avvincente libro dimostra anche di avere le attitudini di un eccellente difensore, capace di capovolgere il punto di vista tradizionale nella ricostruzione dei fatti.

Lo scandalo di cui scrive è passato alla storia come il “caso Palamara”, l’ex leader di Unicost e presidente (giovanissimo) dell’Associazione nazionale magistrati al centro di un complesso e fitto sistema relazionale con cui ha governato un vero e proprio mercato delle nomine giudiziarie per oltre un decennio.

Nel 2019 un’indagine promossa dalla Procura di Roma e poi trasferita a Perugia investiva il sistema dei traffici finanziari dell’avvocato Piero Amara, ex consulente dell’Eni – già condannato per corruzione come punto di riferimento di un organico sistema corruttivo che dagli uffici giudiziari di Siracusa si era esteso a tutta Italia, con epicentro a suo dire in una fantomatica loggia massonica (la cui esistenza non ha mai trovato conferme).

Nell’ambito di questa inchiesta, dalle dichiarazioni di un magistrato siciliano vicino ad Amara arrestato e condannato per avere venduto la funzione, era derivata un’accusa di corruzione contro Luca Palamara, che avrebbe accettato da Amara e da un suo complice una consistente somma di denaro per favorire la sua nomina a capo di un ufficio giudiziario, poi assegnato ad altro collega (per giunta con il voto favorevole del presunto corrotto).

Barbano sospetta che la denuncia fosse un mero e posticcio pretesto per poter indagare Palamara e metterne sotto controllo il telefono proprio nei giorni caldi delle frenetiche trattative per le nomine di alcune delle sedi più importanti, tra cui la guida della Procura di Roma che stava per essere lasciata da Giuseppe Pignatone.

Le captazioni denudavano la vita anche privata dell’ex “ras delle nomine” – in particolare i rapporti con un noto uomo di relazioni, tale Fabrizio Centofanti e l’abitudine di questi di farsi carico di viaggi e soggiorni dell’amico magistrato – e svelavano tutte le trame nel complesso risiko degli incarichi più delicati.

Era stato registrato l’incontro di Palamara con alcuni membri togati del Csm delle correnti a lui vicine e i parlamentari Luca Lotti – all’epoca indagato dalla procura di Roma guidata proprio da Pignatone – e soprattutto Cosimo Ferri, magistrato in aspettativa e leader di Magistratura Indipendente, la corrente con cui si era unita quella di Unicost formando un’inedita maggioranza di centro destra insieme a Davigo e Ardita.

L’oggetto dell’incontro presso l’Hotel Champagne era l’imminente votazione per l’elezione del nuovo capo della procura capitolina, una sorta di accordo segreto secondo la versione sposata poi dalla stampa e dalle indagini disciplinari contro i partecipanti, ma che Barbano degrada a semplice chiacchiericcio di amiconi in vena di cazzeggio dopo cena.

Come noto, l’appoggio di Palamara andava al magistrato siciliano Marcello Viola, del tutto ignaro di tale summit, che aveva riportato la maggioranza dei voti nella V Commissione che lo aveva indicato al plenum del Consiglio, ma lo scopo falliva perché in coincidenza della decisione finale del Csm esplodeva sulla stampa lo scandalo con la pubblicazione delle conversazioni dell’Hotel Champagne e di alcuni incontri di Palamara con altri suoi colleghi.

Barbano scrive che nell’occasione si era mosso addirittura il Quirinale «suggerendo», sulla scorta dello scandalo, il rinvio della votazione finale, consentendo così che maturasse un ripensamento con la susseguente elezione di Michele Prestipino, delfino di Pignatone.

Da questa pasticciata situazione restano a oggi una condanna patteggiata da Palamara per «traffico di influenze», con assoluzione dalla più grave accusa di corruzione (proprio quella da cui era derivata la possibilità di intercettare col Trojan il magistrato), e un processo contro lo stesso Palamara (col collega Fava) ancora pendente a Perugia, con l’accusa di rivelazione di segreto d’ufficio per avere quest’ultimo dato notizia al collega di un suo esposto al Csm contro Pignatone e l’aggiunto Paolo Ielo che non avevano condiviso la sua richiesta di arrestare Centofanti.

Giustamente Barbano evidenzia come sia evaporata per Palamara l’accusa più infamante, ma sul punto va segnalata una vera stranezza. Infatti, per lo stesso fatto, il suo “complice” Centofanti ha in precedenza patteggiato per corruzione, sicché abbiamo della stessa condotta in concorso tra i due amici due distinte e diverse definizioni: corruttiva per il “laico” imprenditore di Artena e di assai meno grave traffico di raccomandazioni per l’ex togato Palamara, con la possibilità di potersi avvalere – guarda caso – della prospettata possibile abrogazione di tale reato da parte della maggioranza di governo e dal ministro Carlo Nordio.

Insomma tutt’altro che un trattamento persecutorio, semmai incomprensibilmente afflittivo per il non togato. Le conclusioni più interessanti sulla vicenda sono esposte da Barbano nel capitolo conclusivo dagli echi gattopardeschi («Dove tutto cambia perché tutto torni com’era prima»).

Sull’inchiesta dell’Hotel Champagne egli scrive che «l’effetto è un’assurda falsificazione che offre il destro a chi si propone di ribaltare una maggioranza politica di un organo di rilevanza costituzionale, di revocare la designazione di Viola e sostituirla con un magistrato gradito alla sinistra giudiziaria e a Pignatone; di delegittimare definitivamente le leadership di Palamara e Ferri; di rovesciare i rapporti di forza tra le correnti della magistratura a vantaggio della sinistra. Questo disegno si realizza attraverso l’uso abnorme di un’inchiesta giudiziaria, i cui risultati vengono acquisiti indebitamente con il Trojan, in assenza dei presupposti di legge e diffusi in corso d’opera aprendo un processo mediatico nel cuore delle istituzioni».

Barbano sottolinea la coincidenza della comune origine palermitana che lega diversi personaggi, dall’ex procuratore capo di Roma ai suoi successori Prestipino (poi revocato dal Tar per mancanza di titoli) al nuovo titolare Francesco Lo Voi, fino al presidente della Repubblica e che alla fine «Marcello Viola è stato azzoppato a un passo dal traguardo da una grande manovra a tenaglia di magistratura, Quirinale e stampa».

Nella sostanza, scrive l’autore, «lo spazio tra ciò che è istituzionale e ciò che è eversivo si restringe al punto da non distinguerne il confine. Il racconto fa la differenza». Dunque tutto era una clamorosa manovra di Palazzo, cementata da comuni origini geografiche, «la nomina di Viola (era) l’esito naturale di una nuova maggioranza del Csm, su cui Palamara era salito sopra nel tentativo di farne una prova di forza contro i suoi nemici. E i suoi nemici ne hanno fatto il racconto dell’apocalisse». Una suggestiva contro-narrazione che fa da contraltare a quella di maggioranza, ma che presenta al pari di quella dei vuoti.

Il libro ha il merito di illustrare con indubbia efficacia che il mito di una magistratura unita e compatta in difesa dei propri interessi è ormai un falso. La corporazione è divisa in più fazioni, come ai tempi degli Shōgun nel Giappone medievale, le correnti ridotte a comitati elettorali.

La vera novità, semmai, è che esiste uno schieramento, quello intorno a Magistratura Indipendente, che assume una spiccata tendenza filo-governativa. Verso l’attuale governo, per essere proprio precisi.

Tradizionalmente l’accusa mossa alla componente di sinistra delle toghe è quella di fare politica venendo meno all’obbligo di imparzialità del magistrato.

Eppure proprio quello che Barbano designa come uno dei leader di tale schieramento, Giuseppe Pignatone, qualche anno fa con l’inchiesta di Mafia Capitale aveva spazzato via il gruppo dirigente del Partito democratico romano, uno dei centri di potere più forti della sinistra politica, contribuendo in modo decisivo all’avvento del populismo dei Cinquestelle.

Dall’altra parte non si è prestata la dovuta attenzione a indagini “orientate” sul versante opposto e che dovrebbero suscitare scritti del clamore di quello di Barbano, a cominciare dalla scandalosa indagine su Mimmo Lucano, basata su intercettazioni che non avrebbero dovuto essere utilizzate.

Non si comprende perché il provvedimento della dottoressa Apostolico sia considerata una pronuncia politica e la condanna a tredici anni inflitta in primo grado dal Tribunale di Locri, e spazzata via dalla Corte di appello di Reggio Calabria, debba essere considerata un semplice incidente e non il preciso riflesso di un chiaro orientamento politico in tema di immigrazione, come lo è la nuova indagine sulle Ong finanziate dalla Chiesa, che odora sin dall’inizio di bufala preconfezionata.

Ancora, un sincero garantista come Barbano, dovrebbe chiedersi cosa sia più tollerabile per uno Stato di diritto democratico: se una magistratura filo governativa o una orientata come cultura politica, ma “manifesta” e autonoma.

Io penso che non ci siano dubbi, il punto non è imporre al magistrato di non pensare, ma casomai di esprimere chiaramente il suo pensiero e di garantire l’indipendenza del suo giudizio.

Invece sta lentamente maturando l’idea, larvatamente enunciata dal sottosegretario alla presidenza Alfredo Mantovano, non a caso un magistrato come il Guardasigilli Nordio, che il giudice in fondo debba ritornare a essere una giacobina “bocca della legge”, un mero portavoce della volontà della maggioranza.

In tal senso un preoccupante segnale è stato inviato da un convegno di illustri studiosi a Trento che hanno proposto nientemeno una Commissione parlamentare che intervenga per correggere le sentenze che tradiscono la volontà del legislatore nell’applicazione della norma. Provate a immaginare un governo Salvini che intervenga sulla sentenza del giudice che ha condannato per omicidio volontario il gioielliere di Grinzane e imponga l’applicazione della legittima difesa. Ecco, in molti fingono di non capire, ma parliamo di questo quando parliamo dell’indipendenza del giudice: di bloccare la deriva polacco-israeliana del Paese.

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