Continente vecchioExpo 2030 mostra il decadimento europeo e quello della classe dirigente italiana

Il progetto romano era più accattivante di quello di Riyad. Ma era una gara dove prevalgono le ragioni economiche più di quelle politiche e agli occhi del mondo il nostro Paese (come i nostri vicini) appare sempre più antico e al tramonto

AP/Lapresse

La città eterna, orgogliosamente richiamata nel dossier di candidatura per ospitare l’Expo nel 2030, avendone viste di tutte si è già dotata di una sufficiente corazza per superare l’umiliazione di un verdetto senza appello nella competizione con Riyad e Busan, la seconda città della Corea del Sud.

Ma al di là della necessaria postura decoubertiniana con la quale ci si deve approcciare a ogni competizione, le implicazioni in questa sconfitta sono diverse: sono di natura politica, economica, diplomatica. Afferiscono innanzitutto all’ennesima presa d’atto che il Vecchio Continente, di cui tutti noi andiamo orgogliosi, mostra ogni giorno di più – di fronte alle sfide globali, e l’Expo può rappresentare il paradigma di una sfida globale – il proprio volto, che è quello di un continente vecchio. Che questo cammino per cercare di ospitare a Roma quell’esposizione universale (Eur) immaginata dal regime ottant’anni fa non sarebbe stato semplice non era difficile capirlo.

D’altronde, dopo aver commesso l’errore di rinunciare a una prospettiva più plausibile come quella delle Olimpiadi, la sconfitta ha spinto gli amministratori e anche il governo che li ha incoraggiati a una rivincita che già sulla carta si preannunciava proibitiva.

Quando nel 2007 il governo dell’epoca e la città di Milano scelsero di scendere in campo per partecipare alla competizione internazionale in seno al Bureau international des expositions (Bie) ben altre erano le condizioni di carattere economico generale, geopolitiche e persino di politica interna. L’Italia berlusconiana aveva tentato attraverso Trieste di essere sede ospitante dell’Expo, questo evento alla fine del secolo aveva visto protagoniste città cosiddette minori, prerogativa che è nello spirito della competizione perché aiuta sedi considerate di secondo piano delle singole nazioni: molte città ebbero un grande beneficio dal diventare sede di un’esposizione universale a tema che dura per un anno. Molte cambiarono il loro volto, basti pensare alla città di Siviglia o di Hannover.

Trieste non ebbe grande fortuna, tuttavia si sfiorò di poco il successo nonostante il governo in carica lasciò il comitato promotore al suo destino, mentre in città si consumavano le proverbiali baruffe tra amministratori e diversi livelli istituzionali.

Mi trovavo al governo e per ventura avevo la delega istituzionale degli Affari Esteri per gestire le competizioni internazionali alle quali l’Italia partecipava. Fece capolino alla Farnesina un emissario di Letizia Moratti per domandare se non vi fossero altri candidati alla competizione e se l’Italia intendesse ripresentarsi. C’era in campo Torino, fresca di Olimpiadi: non me lo feci dire due volte e consegnammo subito a Milano un dossier per la candidatura.

Il resto è stata una cavalcata travolgente: con una sorprendente collaborazione fra diversi livelli istituzionali anche di segno politico opposto, con il riserbo necessario che si devono a operazioni complesse come queste, limitando al minimo l’esposizione mediatica e spingendo al massimo alla collaborazione non solo le istituzioni politiche ma anche gli enti pubblici di valenza internazionale, facendo leva non soltanto sulla forza persistente del Made in Italy, della popolarità di cui gode a prescindere da tutto la “gens italica”. Ma sviluppando attraverso la nostra formidabile rete diplomatica una copiosa messe di iniziative e incontri si è potuta dispiegare la proposta ricca di fascino e di contemporaneità che traspariva dal tema universalistico prescelto, “Nutrire il pianeta, energia per la vita”, grazie al quale ottenemmo la bollinatura anche delle Nazioni Unite, essendo uno dei grandi obiettivi del Millennio. Vero che Milano non aveva dinanzi una grande capitale di uno dei maggiori player politico-economici del Medio Oriente. C’era invece la Turchia. Ma sta di fatto che le condizioni generali del nostro Paese non erano dissimili da quelle odierne.

Partita la candidatura romana sotto l’egida del governo Draghi, a metà strada ha assunto la gestione politico-diplomatica il governo Meloni, che ha sostanzialmente trattato la questione come secondaria e lasciando la guida della candidatura alla sola figura prestigiosa del Commissario Giampiero Massolo, che cantava e portava la croce.

Nel merito, il progetto romano era assai più accattivante di quello saudita, ma la forza impetuosa del capitalismo globale ha reso evidente quanto le nazioni del continente vecchio oggi appaiono agli occhi del mondo vetuste e decadenti nonostante l’orgogliosa rivendicazione della propria “eternità”.

A Parigi la mesta celebrazione di un disastro politico e dell’immagine pubblica della Capitale d’Italia che si è buttata in una piscina senz’acqua. La vittoria annunciata di Riyad ha generato l’effetto bandwagon e, coperti dal voto segreto, molti delegati di diversi Paesi hanno potuto smentire gli impegni diplomatici assunti dai rispettivi governi. Essendo una gara dove prevalgono le ragioni economiche più che quelle politiche, oggi, ad esporre universalmente le tendenze economiche del tempo sembra essere più adatta l’avveniristica città saudita – Paese che tenta timidamente di sfuggire all’amalgama con l’altro grande impero dell’area: l’Iran.

Ma il Bureau international des expositions non è un’assemblea dove si giudicano i Paesi e la loro attitudine nel rispetto degli standard sui diritti umani e tantomeno l’Italia ha condotto una campagna di avversione che rilevasse il deficit saudita, e così siamo finiti gambe all’aria.

Niente paura però, Roma avrà la sua rivincita con il prossimo Giubileo: i rapporti con la Chiesa nonostante Porta Pia sono sereni e “concordati” ed è un evento per il quale non ci sono concorrenti. Nessuno dei protagonisti della vittoria italiana del 2008 restò al suo posto, né Letizia Moratti, né Romano Prodi (il sottoscritto non venne neanche invitato all’inaugurazione milanese, ma è un’altra storia…). Penso che i protagonisti della disfatta, al contrario, rimarranno in piedi. Spero non in eterno.

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