Lasciti del 2023La meraviglia non è mai stata così banale

Bilancio dell’anno d'esordio dell'AI. Mentre si discuteva della perdita dei posti di lavoro, della clonazione delle voci e dei prodigi della nuova creatività, qualcuno ha cominciato a indicare il vero problema ovvero la fine dello stupore

I camini delle fate in Cappadocia, esempio di foto reale scambiata per prodotto dell'AI

Non è come sembra. Questo non è l’ennesimo articolo sui prodigi della tecnologia prossima ventura. È soltanto una versione AI del luogo comune “Ormai non mi meraviglio più di niente”. Una frase che alla fine del 2023 ha assunto un vero significato. Perché sì, la meraviglia non è mai stata così banale. 

Quest’anno, pieno zeppo di Intelligenza Artificiale (più annunciata che applicata) ci ha già reso saturi e stanchi. Di sentirci dire che la diavoleria intelligente ci ruberà il lavoro, ci manipolerà clonando le voci dei politici e dei cantanti, cancellerà con un colpo di straccio il talento autentico, simulerà scuse mai frutto di un vero pentimento. Epperò in cambio ci darà micro-chirurgie di precisione, appuntamenti strabilianti, parcheggi astuti, punteggi etici, imballaggi che parlano, opere d’arte che si creano da sole, porno per i quali nessun essere vivente è stato sfruttato.Volete mettere? Ma qui, dalla parte dei bombardati dalla valanga informativa dell’AI si sente qualcosa che non si era mai provato prima davanti a un’evoluzione tecnologica, ovvero un malessere interiore, una melanconia crepuscolare, un’inquietudine crescente. 

Non dite di no, lo state sentendo tutti quel dubbio che si insinua in ogni cosa che vediamo, il dubbio che ogni cosa sia frutto della magia dopante dell’Intelligenza Artificiale. Ognuno può sentire questo spleen digitale nelle sue cose, nelle sue passioni. Dopo che avremo visto un concerto di Prince come se lui non fosse mai morto, questo ci entusiasmerà? O piuttosto i suoi fan finiranno per dirsi che vabbè, era più bello pensare che fosse ancora vivo a godersela in clandestinità con Elvis e Michael Jackson? Dopo che un impallinato di storia avrà visto il documentario iperrealistico di ciò che sarebbe successo se Hitler avesse vinto la Seconda guerra mondiale, sentirà il bisogno di vedere riscritta tutta la Storia? Non importa dove e come abbiate sperimentato l’AI applicata, dopo un anno di immagini distorte, case assurde disegnate da grandi architetti, ritratti selfie psichedelici, siamo passati dal wow al mah irreversibile.

Quelli che quando parlano di bilanci annuali prendono tutto molto sul serio sono convinti che le prove di questa disaffezione al wow siano state sotto i nostri occhi per tutto il 2023. Dicono che il caso Lensa rappresenti benissimo il fenomeno. L’app iOS sviluppata da Prisma, ha conosciuto alla fine del 2022 la gloria della viralità grazie alla funzione generativa applicata alla dipendenza da selfie. E questo nonostante i suoi ideatori siano stati sospettati di raccolta illegale di dati biometrici e di utilizzo di stereotipi sessisti. Una fiammata di wow ha rapito milioni di utenti registrando 80 mila mention su Instagram. Poi, il crollo verticale. Le menzioni sono scese del 50 per cento nella seconda metà di quest’anno, secondo i dati di Sprout Social.

Il 2023 ha mostrato che i livelli di sospetto sorti negli umani di fronte all’AI sono molti. L’opinione pubblica si è concentrata su quello più superficiale. Oltre alla paura della perdita dei posti di lavoro, si è discusso principalmente di AI applicata alle fake news. Quasi sempre di casi in cui la smentita è stata facile e immediata come Trump che viene arrestato o il Papa che fa o indossa cose strane. Ma mentre il passaggio dal wow al “è chiaramente un fake” si radicava nel cervello, il livello superiore dell’AI gettava nella confusione artisti, fotografi, pubblicitari e creator digitali. Parliamo di un sospetto sottile e pernicioso, un dubbio la cui soluzione non è raggiungibile immediatamente come può esserlo nelle news riguardanti politici o cantanti. 

Il caso simbolo dell’anno è stato quello dell’immagine dei camini delle fate in Cappadocia. Le foto, scattate da Aytek Çetin, mostrano paesaggi surreali dominati da queste rocce a forma di cono che si trovano nella Valle dei monaci, a Göreme. A forza di accusarlo di aver costruito le immagini con l’AI, Çetin ha iniziato a organizzare tour guidati per dimostrare ai turisti della diffidenza che era tutto vero.

Lo stesso sospetto ha riguardato il duping nella clonazione della voce, altro enorme capitolo dell’AI del 2023. Il duping è sospettare che qualcuno dica o scriva cose che non direbbe se fosse libero di esprimersi in modo autentico. Clonando la voce di Joe Biden qualcuno potrebbe fargli sostenere tesi repubblicane senza problemi, ma anche in questo caso la verità verrebbe a galla immediatamente. Le cose però andrebbero in modo diverso se si trattasse di un amministratore delegato che durante un board, in video, facesse un discorso bomba, ma finto, agli azionisti, mentre nella realtà è incosciente in ospedale perché ha preso un boma in testa in Polinesia. 

Viene da immaginare un mondo popolato da complottisti, terrapiattisti o, nella versione più colta da patafisici a caccia di non-spiegazioni per ciò che accade. Sono già tutti attivi, intendiamoci, ché sull’ultimo video esiziale di Silvio Berlusconi o sulle lacrime panettoniche di Chiara Ferragni esistono già svariate congetture di AI, senza confutazioni. Ma l’interrogativo centrale rimane uno solo: «Ebbene?». Perché montare tutto sto casino se poi manca l’elemento sorpresa, chiave della comunicazione e dell’engagement moderno? La sintesi migliore del problema è stata quella di Karla Ortiz, concept artist di Hollywood, pasionaria anti-AI numero uno del 2023, al punto da sollevare le proteste delle maestranze degli Studios. Dice che se si prendono i dieci migliori chef del mondo e gli si danno i dieci migliori ingredienti del mondo non è affatto detto che esca il piatto migliore del mondo. Anzi, l’accozzaglia di stili e tradizioni produrrà un disastro. Ma il fatto è che sforzarsi di applicare il paradigma rassicurante dell’umano come irraggiungibile dagli algoritmi sposta soltanto un po’ in là il problema, senza farci vedere che il vaccino anti AI sta già dentro di noi. Lo descrive bene, probabilmente con qualche ripensamento sulla sua startup, Victor Perez, cofondatore con Diego Rodriguez, di Krea che ha (o aveva) l’obiettivo di trovare la killer application di Photoshop. Tra gli intervistati dai giornali nelle ultime settimane, Perez è quello che ha avuto più coraggio: «Ogni nuova versione sviluppata mi lascia a bocca aperta, ma lo fa soltanto per un giorno», dice, «i primi esempi sono fantastici, ma dopo un giorno sono lì che mi chiedo che cosa possa farmene».

Eppure i brand che fanno tanta comunicazione sembrano non lesinare gli esperimenti. La prossima campagna di un famoso marchio di automotive per il 2024 ha sostituito i soliti influencer con Lil Miquela, tre milioni di follower. La sua caratteristica è che si tratta di una influencer frutto dell’AI, lavora senza contratto, ha sangue digitale americano-brasiliano e tratti personologici che possono piacere alla Generazione Z. Un bel cocktail, ma c’è poco da fare, il wow non scatta. 

Può darsi che il futuro, quando arriva, sia sempre una delusione. E che l’AI non faccia eccezione. Una vecchia storia: il futuro è avvincente, immaginarlo lo è di più. Alzare l’asticella è facile. Pensare all’uomo capace di fare le magie e prevedere il futuro è un irreprimibile desiderio. È il motore di ideologie, religioni, forme d’arte, passioni esoteriche, scienza e tecnologia. Ma c’è anche questo vaccino, per il quale il futuro, a conti fatti, è meglio lasciarlo all’immaginazione. Ed è normale che la sua proiezione ci faccia fare wow, ma solo per una volta.

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