Maniere fortiPer la democrazia in America Latina sono tempi pericolosi

Nel 2000 in tutto il continente era rimasta una sola vera dittatura: Cuba. Poi nel giro di venti anni in molti Paesi sono andati al governo despoti, populisti, estremisti e altri cialtroni di vario tipo

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Questo è un articolo del nuovo numero di Linkiesta Magazine, con gli articoli di World Review del New York Times. Si può comprare già adesso, qui sullo store, con spese di spedizione incluse. E anche in edicola a Milano e Roma e negli aeroporti e nelle stazioni di tutta Italia

Nel corso degli ultimi quattro decenni, la maggior parte delle dittature latinoamericane del Ventesimo secolo ha lasciato il posto a un regime democratico. Nel 2000, ogni Stato della regione, con l’eccezione di Cuba, era una democrazia rappresentativa, imperfetta o esemplare che fosse. Oggi questa tendenza è in crisi. Dal momento che un sempre crescente numero di governi si trova ad affrontare una paralisi istituzionale, le minacce alla democrazia stanno aumentando anche nelle nazioni in cui le istituzioni sono forti e persiste un certo attaccamento al regime democratico. Il caso del Messico è ambiguo. Dal 2018, il presidente Andrés Manuel López Obrador, detto AMLO, ha preso di mira le commissioni elettorali, la Corte suprema e molte istituzioni autonome del Paese nonché importanti intellettuali e giornalisti che hanno avanzato critiche nei suoi confronti. E ha anche conferito un potere immenso ed enormi quantità di denaro all’esercito messicano, che oggi combatte il crimine organizzato ma costruisce anche aeroporti, filiali bancarie e trasporti pubblici e gestisce dogane e porti.

Con poche eccezioni, finora nessuna di queste misure ha davvero intaccato la fragile e ancora immatura democrazia messicana. La grande domanda riguarda però il modo in cui AMLO affronterà le elezioni presidenziali del prossimo anno (a cui non potrà ricandidarsi, ndr), nelle quali il suo partito rimane il favorito ma che potrebbero rivelarsi più combattute del previsto. Il presidente resisterà alla tentazione di porre tutte le risorse del governo al servizio del candidato del suo partito? Rispetterà la decisione degli elettori in caso di sconfitta del suo candidato? E se invece si rifiuterà di riconoscere la vittoria di un partito dell’opposizione l’esercito si schiererà con lui?

Il Messico non è Cuba, né il Venezuela, né il Nicaragua – tre Paesi che potrebbero essere considerati delle classiche dittature latinoamericane. Quei tre Paesi hanno dei regimi più dispotici che mai. L’uomo forte venezuelano, Nicolás Maduro, sta nuovamente reprimendo l’opposizione. Ha sciolto le autorità elettorali esistenti e le ha sostituite con delle altre ancora più inclini ai brogli. Ha continuato a tirare per le lunghe i negoziati con i leader dell’opposizione venezuelana e con l’Amministrazione Biden. E ha anche vietato alla leader dell’opposizione, María Corina Machado, di candidarsi alle elezioni presidenziali del prossimo anno, per le quali non è ancora stata fissata una data.

In Nicaragua, all’inizio di quest’anno, il dittatore Daniel Ortega ha completamente ignorato una risoluzione approvata all’unanimità dall’Organizzazione degli Stati americani che lo esortava a cessare le violazioni dei diritti umani nel Paese. Ortega ha anche espropriato alcune proprietà appartenenti alla Chiesa e ai leader dell’opposizione, mostrando di non tollerare neppure un sussurro di dissenso. E ad agosto ha anche chiuso il principale centro di istruzione superiore del Paese, l’Universidad Centroamericana gestita dai gesuiti.

A Cuba, invece, il secondo anniversario delle proteste di massa dell’11 luglio 2021 contro il governo è stato accolto con un’ulteriore repressione contro i dissidenti ed è fallito ogni tentativo, compreso quello di Papa Francesco, di liberare i quasi mille prigionieri politici che sono stati arrestati due anni fa. Inoltre, la catastrofica situazione economica di Cuba ha portato quasi il 4 per cento della popolazione a emigrare negli Stati Uniti e in Spagna nel corso del 2022 e del 2023.

Ma i problemi di Cuba, del Venezuela e del Nicaragua non rappresentano i casi più gravi di arretramento della democrazia a cui si assiste in America Latina. Ci sono dei Paesi in cui la situazione è precipitata più rapidamente, come il Guatemala, l’Honduras ed El Salvador, che avevano dei regimi democratici che lasciavano già molto a desiderare. Nelle elezioni presidenziali guatemalteche di quest’anno ad alcuni rappresentanti dell’opposizione è stato impedito di candidarsi, l’annuncio dei risultati del primo turno è stato ritardato di diversi giorni e il vincitore del ballottaggio di agosto, Bernardo Arévalo, ha dovuto affrontare continui ostacoli e complotti volti a intralciare il suo insediamento previsto per il gennaio 2024. Lui stesso ha dichiarato che le élite guatemalteche stanno preparando un colpo di Stato contro di lui. Non è detto che ciò avvenga, ma le macchinazioni contro il suo governo sono già iniziate da ben prima dell’inizio del suo mandato.

In Honduras, la presidente Xiomara Castro ha applicato con la mano pesante una versione delle politiche anti-gang già messe in atto nel vicino El Salvador, una misura che ha determinato incarcerazioni di massa e anche l’arresto di alcuni familiari innocenti dei leader delle gang. Ma la cosa peggiore di tutte è il fatto che il presidente salvadoregno Nayib Bukele stia correndo per la rielezione con una chiara violazione della Costituzione del suo Paese. Bukele sta anche portando avanti il suo approccio law and order che si basa sulle incarcerazioni di massa: in un Paese con meno di sette milioni di abitanti ci sono 68.000 persone in prigione.

Per quanto riguarda invece il pasticcio peruviano, ancora non se ne vede la fine. L’anno scorso, l’allora presidente Pedro Castillo ha cercato di sciogliere il Congresso e di governare per decreto, ma non ha mai ottenuto il sostegno dei militari al suo tentativo di colpo di Stato. E, perfino in America Latina, i colpi di Stato senza l’appoggio dell’esercito non sono mai stati una buona idea. Castillo è stato quindi rapidamente incarcerato ed è ora in attesa di processo. Nel frattempo, lo ha sostituito la sua vicepresidente, Dina Boluarte, che inizialmente ha promesso di indire le elezioni presidenziali e quelle per il rinnovo del Parlamento per il 2024 o addirittura per la fine del 2023. Ma, dal momento che mancavano gli strumenti legislativi per operare questo cambiamento, ha poi deciso di rimanere al potere fino al 2026. Migliaia di peruviani hanno protestato contro questa decisione. Le organizzazioni per i diritti umani e le Nazioni Unite hanno condannato l’uso sproporzionato della forza da parte del governo contro i manifestanti, più di cinquanta dei quali sono stati uccisi. Nel frattempo, nel Paese la disfunzionalità regna sovrana.

La disfunzionalità affligge anche gran parte degli altri Paesi del Sud America. Negli ultimi due anni, i nuovi governi del Cile, della Colombia e del Brasile hanno promesso delle riforme sociali serie e coraggiose, manifestando un forte attaccamento al sistema democratico. Questa svolta è stata particolarmente significativa in Brasile, dove lo scorso 8 gennaio i quattro anni da incubo del governo di estrema destra di Jair Bolsonaro sono quasi sfociati in un colpo di Stato. Sono poi emersi dei dettagli che indicano come nell’assalto agli edifici governativi nella capitale Brasília ci sia stata una complicità di alte cariche dell’esercito. Il Tribunale elettorale brasiliano ha vietato a Bolsonaro di candidarsi fino al 2030, ma pare che in Brasile il distacco tra i due principali candidati sia poi stato più sottile di quanto non si pensasse inizialmente. In parte a causa del fatto di aver rischiato la sconfitta e in parte a causa di alcuni ostacoli istituzionali, il presidente Luiz Inácio Lula da Silva ha incontrato maggiori difficoltà del previsto nel mandare avanti la sua agenda economica e sociale in un Parlamento ribelle e spaccato. L’impasse non farà che rafforzare le tentazioni autoritarie dei militari e dell’estrema destra.

A causa di un quadro istituzionale abbastanza eccezionale (al presidente è consentito un solo mandato di quattro anni), il capo di Stato cileno, Gabriel Boric, sta diventando un’anatra zoppa. Di recente la sua attività di governo è stata funestata da sconfitte elettorali, dal rifiuto da parte del Congresso dei suoi piani di riforma fiscale, da uno scandalo di corruzione nel ministero della Casa, dalle dimissioni di Giorgio Jackson, che era il suo più stretto collaboratore, e da una gestione degli affari esteri ondivaga ancorché improntata a sani principi. Purtroppo, il fatto che Boric venga prematuramente percepito come un’anatra zoppa lascia campo libero alla candidatura di José Antonio Kast, un esponente dell’estrema destra, che ha già perso contro Boric nel 2021 ma rimane uno dei candidati più accreditati in vista delle elezioni presidenziali del 2025. Nel frattempo, sul Cile, che è uno dei Paesi più sicuri dell’America Latina, si è abbattuta l’isterica convinzione che ci sia bisogno di un atteggiamento più law and order e di questi sentimenti beneficiano Kast e i suoi ammiratori.

La situazione della Colombia assomiglia a quella del Cile, in quanto Gustavo Petro – un promettente presidente di centrosinistra che sembrava avere una chiara maggioranza in Parlamento e un serio programma di riforme fiscali, sanitarie, pensionistiche e del lavoro – si è improvvisamente trovato in una condizione di paralisi politica. Ha ricevuto attacchi da tutte le parti e in Parlamento non può più contare su un sostegno sufficiente.

Per anni, i sondaggi condotti in America Latina a livello sovranazionale avevano mostrato una diminuzione nell’apprezzamento del sistema democratico da parte dei cittadini. Questo sentimento era attribuibile alle difficili condizioni economiche, alla repressione delle richieste sociali dopo la pandemia e alla presenza di grandi divisioni all’interno dei governi. Sta soprattutto ai latinoamericani controllare che non ci siano ulteriori smottamenti della democrazia nella regione, ma anche gli Stati Uniti hanno un ruolo da giocare.

Lo hanno fatto in Brasile, dove l’Amministrazione Biden e in particolare il Dipartimento della Difesa hanno contribuito a convincere i militari brasiliani a respingere le richieste di un colpo di Stato. In Messico, invece, l’ambasciatore americano, Ken Salazar, sostiene quasi tutto ciò che López Obrador fa o proclama, comportandosi più come un rappresentante di AMLO presso il governo di Washington che non il contrario. Per quello che riguarda invece casi chiaramente cronici, come quelli del Nicaragua, di El Salvador, del Venezuela e di Cuba, dove tutto è stato provato e nulla ha funzionato, gli Stati Uniti si comportano con ben poco entusiasmo.

Quali che siano gli interessi che Washington ha nella regione – il controllo del traffico di droga, i flussi migratori, il petrolio – l’arretramento della democrazia in America Latina ha in tutti questi casi un effetto molto negativo. Il presidente Biden non può fermare da solo questa deriva, ma può aiutare a contenerla. Per ora, però, non sta facendo quasi niente.

© 2023 THE NEW YORK TIMES COMPANY AND JORGE G. CASTAÑEDA

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